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Conferenza di Jalta

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Conferenza di Jalta
Argonaut
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Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Iosif Stalin alla conferenza.
TemaCreazione di un sistema di pace mondiale, assetto postbellico dell'Europa dopo la sconfitta della Germania nazista, prosecuzione della guerra in Estremo Oriente
PartecipantiUnione Sovietica (bandiera) Iosif Stalin
Stati Uniti (bandiera) Franklin Delano Roosevelt
Regno Unito (bandiera) Winston Churchill
Apertura4 febbraio 1945
Chiusura11 febbraio 1945
StatoUnione Sovietica (bandiera) Unione Sovietica
LocalitàPalazzo di Livadija, a Livadija (Crimea)
EsitoStipula di diversi accordi

La conferenza di Jalta fu un vertice tenutosi dal 4 all'11 febbraio 1945 presso il Palazzo di Livadija, 3 km a ovest di Jalta, in Crimea, durante la seconda guerra mondiale, nel quale i capi politici dei tre principali Paesi Alleati presero alcune decisioni importanti sul proseguimento del conflitto, sull'assetto futuro della Polonia, e sull'istituzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite[1]. La conferenza era identificata nei documenti segreti con il nome in codice "Argonaut" (Argonauta).[2]

I tre protagonisti furono Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Iosif Stalin, capi rispettivamente dei governi degli Stati Uniti d'America, del Regno Unito e dell'Unione Sovietica.

La conferenza ebbe luogo in un momento in cui la situazione politico-strategica era fortemente favorevole all'Unione Sovietica, con l'Armata Rossa giunta a 80 chilometri da Berlino, dopo i successi dell'operazione Vistola-Oder, mentre gli Alleati occidentali, appena superata la crisi della battaglia delle Ardenne, si trovavano con le armate ancora ferme sul confine occidentale della Germania a oltre 700 chilometri dalla capitale tedesca; in Italia il fronte era bloccato da mesi sulla linea Gotica.

Lo svolgimento della famosa conferenza e le decisioni politico-diplomatiche che furono raggiunte hanno dato luogo ad accese controversie in sede di analisi storiografica e di polemica politica internazionale.[3][4]. Per alcuni considerata l'origine della guerra fredda e della divisione dell'Europa in blocchi contrapposti a causa soprattutto dell'aggressivo espansionismo sovietico, la conferenza di Jalta, secondo altri analisti, politici e storici rappresentò invece l'ultimo momento di leale collaborazione tra le tre grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, i cui risultati sarebbero stati vanificati soprattutto a causa di una serie di decisioni prese da parte occidentale, e di situazioni verificatesi nei mesi seguenti del 1945.[5]

La preparazione

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Il Presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt fin da luglio 1944 aveva ritenuto fondamentale un nuovo incontro dei Tre Grandi dell'Alleanza antinazista, dopo la conferenza di Teheran. I capi anglo-americani valutavano con crescente preoccupazione la situazione strategica concreta in Europa; nel giugno 1944 gli eserciti alleati erano finalmente tornati in Europa con il riuscito sbarco in Normandia, ma contemporaenamente l'Armata Rossa sembrava inarrestabile nella sua marcia verso ovest e aveva raggiunto i Paesi Baltici, la Prussia orientale, la Polonia e la Romania[6]. Fino a quel momento, i dirigenti americani avevano evitato di discutere le concrete decisioni politiche per l'organizzazione dell'Europa dopo la sconfitta della Germania nazista, secondo la formula "nessuna discussione... per ora", ma nell'estate 1944 la questione divenne molto più urgente[6].

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Situazione sul campo di battaglia in Europa al momento della Conferenza di Jalta.
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Iosif Stalin e Winston Churchill si incontrarono a Mosca nell'ottobre 1944 e conclusero il famoso "accordo delle percentuali".

Il problema principale degli Alleati occidentali consisteva nel fatto che non potevano fare a meno dell'Unione Sovietica e dell'Armata Rossa che impegnava e sconfiggeva da tre anni di gran lunga le forze principali della Wehrmacht tedesca, ma nello stesso tempo avrebbero voluto impedire che Stalin e i sovietici si prendessero i frutti politico-strategici delle loro vittorie. Il ministro della guerra americano Henry Stimson aveva avvertito fin dal 1943 che se "i russi sostenevano il grosso dei combattimenti... non saremo in grado di spartire con Stalin molta parte del mondo postbellico"[6]. Gli avvenimenti sul Fronte orientale con i clamorosi successi dell'operazione Bagration e dell'offensiva Iași-Kišinëv, provocarono grande preoccupazione nei dirigenti anglo-americani; il Primo ministro britannico Winston Churchill parlò di "russi che stanno dilagando in Europa come una marea", egli temeva che arrivassero in Turchia e Grecia. Roosevelt ritornò quindi a proporre a Stalin un incontro a tre perché "la situazione della guerra era radicalmente cambiata"; il Presidente inoltre intendeva concordare con i sovietici la strategia finale per la distruzione della Germania nazista e predisporre i piani per l'entrata in guerra dell'Unione Sovietica contro il Giappone. Stalin in un primo momento non accolse la richiesta del Presidente e, riferendo dei suoi presunti problemi di salute che sconsigliavano lunghi spostamenti, propose di inviare Vjačeslav Molotov al suo posto. Il 27 settembre 1944 Churchill, sempre più allarmato per la situazione nei Balcani, prese l'iniziativa di scrivere direttamente a Stalin per proporre un suo viaggio personale a Mosca[7].

Stalin accolse con soddisfazione ma anche con sorpresa la richiesta di Churchill; egli inoltre ricevette una comunicazione da Roosevelt in cui il Presidente, non soddisfatto dell'iniziativa del Primo ministro, sottolineava che si sarebbe trattato in ogni caso solo di un incontro preliminare e che "noi tre, e solo noi tre, possiamo trovare un soluzione alle questioni ancora in sospeso"[8]. La conferenza di Mosca tra Stalin e Churchill divenne la "conferenza delle percentuali" in cui il Primo ministro senza alcuna remora propose una chiara divisione di sfere di influenza tra britannici e sovietici nei Balcani in contrasto con tutta la politica americana fino a quel momento assolutamente contraria a tracciare aree separate di rispettivo predominio in Europa[9][10]. Churchill presentò a Stalin un documento dettagliato con indicazioni precise delle rispettive aree di influenza divise per stati che il dittatore siglò e approvò anche se comprese che sarebbe stato essenziale ottenere l'assenso di Roosevelt al quale subito dopo scrisse in modo amichevole dichiarando per la prima volte la sua disponibilità a incontrarlo[11]. Stalin sembrò convinto dopo l'incontro di Mosca che "è stato dimostrato che noi possiamo, senza grandi difficoltà, conciliare la nostra politica su tutte le questioni". La risposta del Presidente, in cui scriveva che "i progressi dell'incontro di Mosca faciliteranno e accelereranno il nostro lavoro nel prossimo incontro" e che sarebbe stato trovato un "accordo totale", sembrò confermare l'ottimismo di Stalin che alla fine di ottobre confermò che "le condizioni per un incontro sono ora assolutamente favorevoli"[11].

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Il Presidente Franklin Delano Roosevelt e il Primo ministro Winston Churchill a Malta pochi giorni prima della conferenza in Crimea.

In realtà nelle settimane seguenti Roosevelt sembrò meno entusiasta; prima affermò che l'incontro doveva essere rimandato a dopo le elezioni presidenziali di novembre, dopo la rielezione disse che sarebbe stato opportuno un ulteriore rinvio fino a dopo la cerimonia di insediamento; Churchill, sempre preoccupato perché "l'Armata Rossa non starà ferma ad aspettare", mostrò grande disappunto e anche Stalin apparve preoccupato per il rinvio[12]. Alla fine fu Roosevelt a scegliere la data e il luogo della conferenza; sembra che fin da ottobre 1944, di fronte alle notizie che Stalin a causa della necessità di controllare da vicino l'imminente offensiva dell'Armata Rossa e anche per le sue condizioni di salute, non avrebbe potuto lasciare l'Unione Sovietica, Harry Hopkins avesse chiesto informazioni all'ambasciatore sovietico negli Stati Uniti Andrej Andreevič Gromyko, su un "luogo adatto in Crimea"[13]. Nelle settimane successive, Churchill espresse dubbi sulla Crimea "troppo sconvolta dalla guerra" e propose Cipro, Malta o Atene, ma quando il Presidente ne parlò con Stalin il capo sovietico rispose proponendo di nuovo un luogo sul Mar Nero. Roosevelt si convinse che Stalin non avrebbe cambiato idea e infatti le nuove proposte anglo-americane di un incontro a Malta, a Gerusalemme o in Egitto vennero respinte[14]. Stalin come nel caso della conferenza di Teheran, non cambiò la sua posizione e volle che l'incontro si svolgesse in un luogo e in un momento che gli permettesse con tutta evidenza di affermare l'importanza decisiva del suo paese[15].

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Il Presidente Roosevelt con i suoi collaboratori militari a Malta prima della partenza per Jalta; da sinistra l'ammiraglio Ernest King, l'ammiraglio William Leahy, il Presidente, il generale George Marshall, il generale Laurence S. Kuter.

Alla fine Hopkins convinse il Presidente che la Crimea sarebbe stato l'unico luogo che Stalin avrebbe accettato; il 9 dicembre Roosevelt sembrò convinto e il 21 dicembre inviò all'ambasciatore W. Averell Harriman la sua accettazione della Crimea come luogo della conferenza. Rimane ancora non chiaro chi fece per la prima volta il nome di Jalta come località del convegno, se fu direttamente Hopkins o i sovietici[16]. Alla fine dell'anno 1944 i sovietici confermarono la località di Jalta come sede della conferenza che fu poi comunicata anche il 3 gennaio 1945 in un messaggio da Stalin a Churchill che accolse con impazienza ed entusiasmo la notizia e che propose personalmente il nome in codice dell'incontro che fu, sulla base di reminiscenze della cultura classica, Argonaut (evidente riferimento all'avventura degli Argonauti della mitologia greca). In un'ultima comunicazione del 10 gennaio 1945 Stalin scrisse ancora a Churchill confermando definitivamente Jalta come località e il 2 febbraio come data di inizio di Argonaut[17].

Il periodo immediatamente precedente l'inizio della conferenza in Crimea fu caratterizzato soprattutto da una serie di burrascosi incontri e conflitti tra britannici e americani, collegati alle difficoltà di strategia militare sul Fronte occidentale e anche all'ostilità americana verso alcune posizioni politiche britanniche. Roosevelt inoltre non volle minare le sue possibilità di successo nel rapporto diretto con Stalin dando l'impressione di avere un rapporto privilegiato con Churchill e i britannici.

Il Presidente si mise in viaggio per la Crimea a bordo dell'incrociatore Quincy il 23 gennaio 1945 e giunse con la sua delegazione politico-militare sull'isola di Malta il 2 febbraio dove si incontrò con Churchill e la sua delegazione che erano già arrivati in aereo[18]. Tra i generali britannici e statunitensi che convennero a Malta, l'atmosfera fu costantemente tesa e le discussioni polemiche, a causa delle critiche britanniche alla conduzione della guerra da parte del generale Dwight Eisenhower, considerata, soprattutto dal feldmaresciallo Alan Brooke, capo dello stato maggiore imperiale, poco efficace, e per la richiesta di accrescere il ruolo e i compiti del feldmaresciallo Bernard Montgomery. Inoltre sorse la controversia sulla strategia per l'attacco finale alleato alla linea del Reno; dopo accese discussioni prevalse l'opinione del generale George Marshall, capo di stato maggiore dell'esercito degli Stati Uniti, e dei generali americani: venne confermata l'autorità del generale Eisenhower e l'assoluta fiducia nelle sue capacità e venne adottata la strategia privilegiata dai militari statunitensi di offensiva su largo fronte in contrasto con la strategia dell'attacco concentrato preferita dai militari britannici.

Roosevelt a Malta rimase "impenetrabile" e preferì non intraprendere colloqui politici diretti con Churchill, anche le discussioni tra le due delegazioni anglosassoni fecero emergere alcuni punti di contatto ma nel complesso furono deludenti e non portarono a risultati concreti[19]. Tra i rappresentanti americani era diffuso un sentimento di sospetto verso l'imperialismo e il colonialismo britannico, considerato un ostacolo alla pace; si temeva che la "crociata per la libertà si trasformasse in un nuovo scontro di imperialismo"; Rooosevelt e gli Stati Uniti non erano disposti a lottare per un "vecchio ordine screditato". Churchill arrivò alla conferenza pessimista e di malumore; secondo lui gli anglo-americani andavano a Jalta per "una conferenza decisiva proprio nel momento in cui erano così divisi"; prevedeva un futuro "di dolore e di sangue". Il Primo ministro temeva addirittura che "la fine della guerra potrà dimostrarsi ancor più deludente di quella precedente"[20].

La situazione strategica alla vigilia della conferenza in Crimea

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Le truppe sovietiche entrano a Cracovia.

Per tre anni, dal 1941 all'inizio dell'operazione Overlord il 6 giugno 1944, Stalin aveva continuamente richiesto ai suoi alleati occidentali l'apertura del cosiddetto secondo fronte, un fronte di guerra attivo in Occidente per attirare una parte delle forze tedesche, alleviando finalmente l'enorme peso sopportato dall'Unione Sovietica che aveva dovuto affrontare fin dall'inizio la quasi totalità delle armate della Wehrmacht con enormi sofferenze per la popolazione ed elevatissime perdite di uomini e mezzi per l'Armata Rossa. Con lo sbarco in Normandia e l'apertura delle operazioni campali in Occidente la situazione si era in parte modificata in modo più favorevole a Stalin e ai sovietici[21]. Da quel momento, con un singolare rovesciamento delle parti, furono i capi politico-militari alleati che prestarono la massima attenzione all'attività dell'Armata Rossa sollecitando l'impegno dei sovietici affinché mantenessero la pressione militare sull'esercito tedesco per impedire un trasferimento di forze verso ovest[22]. L'esempio più famoso di questa situazione nuova si verificò durante l'offensiva delle Ardenne che mise in forte difficoltà il generale Eisenhower e l'esercito americano; in questa occasione fu Churchill in persona a scrivere a Stalin il 6 gennaio 1945 per avere, "con urgenza", informazioni riservate sui piani sovietici e ricevere rassicurazioni su una potente offensiva dell'Armata Rossa in tempi brevi sul Fronte orientale per alleviare il peso della Wehrmacht sul Fronte occidentale[23]. Stalin rispose prontamente e in tono straordinariamente amichevole confermando che i sovietici sarebbero venuti in aiuto delle "gloriose forze dei nostri alleati" con una imminente offensiva "su vasta scala" in un "settore importante" del Fronte orientale[24].

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I carri armati dell'Armata Rossa avanzano verso la Germania.

Il 12 e il 14 gennaio 1945 le armate del maresciallo Ivan Konev e del maresciallo Georgij Žukov diedero inizio, con circa una settimana di anticipo rispetto ai piani originari, alla travolgente operazione Vistola-Oder che in meno di venti giorni sbaragliò l'esercito tedesco schierato sulla linea della Vistola per proteggere le vie di accesso alla Germania orientale[25]. Le armate corazzate sovietiche arrivarono alla fine di gennaio 1945, dopo un'avanzata di circa 500 chilometri, alla linea del fiume Oder, costituirono subito delle teste di ponte a ovest del fiume e sembrarono pronte all'attacco immediato a Berlino, distante solo 80 chilometri[26]. A questo punto però Stalin, tra il 4 e il 6 febbraio 1945, mentre si trovava impegnato alla conferenza di Jalta, prese la sorprendente decisione di arrestare l'avanzata e non proseguire subito verso Berlino; in sede di analisi nel dopoguerra, questa decisione ha provocato accese polemiche e lunghe discussioni tra gli storici, gli esperti di politica internazionale e i militari sovietici protagonisti diretti degli avvenimenti[27].

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Colonna di cannoni semoventi sovietici ISU-122 entra a Łódź nel corso dell'offensiva Vistola-Oder.

Secondo alcuni generali sovietici la decisione fu un grande errore, perché, essendo in quel momento le difese tedesche ancora deboli sulla linea dell'Oder, sarebbe stato possibile conquistare subito Berlino senza incontrare le grandi difficoltà che poi l'Armata Rossa dovette affrontare nella battaglia finale di aprile 1945[28]. Inoltre, una vittoria sovietica a Berlino avrebbe straordinariamente rafforzato la posizione di Stalin alla conferenza di Jalta, confermato la potenza delle sue armate e raggiunto un controllo decisivo sull'Europa orientale e centrale. I motivi della decisione di Stalin rimangono ancora non del tutto chiari; è possibile che egli non volesse rischiare uno scacco militare alla porte della capitale nemica e che temesse un contraccolpo della Wehrmacht che, nonostante le sconfitte, rimaneva, come avevano dimostrato le recenti controffensive nelle Ardenne e in Ungheria, una forza combattiva capace di micidiali contrattacchi. Verosimilmente Stalin ritenne che una sconfitta davanti a Berlino avrebbe indebolito la sua posizione a Jalta; egli quindi preferì non rischiare e accontentarsi della brillante avanzata dalla Vistola all'Oder[29][30].

Secondo un'altra interpretazione invece Stalin rinunciò all'attacco immediato proprio per non intimorire i suoi alleati occidentali che avrebbero potuto considerare con sospetto l'avanzata dei sovietici fin nel cuore dell'Europa. Effettivamente tra gli esperti e i giornalisti occidentali nei giorni dell'offensiva sovietica si parlava apertamente dell'impressionante offensiva sovietica che avrebbe potuto "porre fine alla guerra" e si ipotizzava che "il crollo della più potente nazione nemica avrebbe potuto verificarsi ancor prima della fine della conferenza di Jalta", secondo alcuni esperti americani la "condanna di Berlino sembra segnata" e la "resa tedesca" poteva avvenire "in qualsiasi momento"[31]. Stalin intendeva mantenere buoni rapporti con i suoi alleati occidentali anche dopo la fine della guerra; è quindi possibile che egli temesse una reazione negativa occidentale nel caso di una occupazione immediata di tutta la Germania da parte sovietica; egli volle dimostrarsi ragionevole, prudente, non eccessivamente ambizioso e in grado di comprendere anche le ragioni e i timori dei suoi compagni d'arme[32]. Di fatto nonostante la decisione dell'arresto alle porte della capitale nemica, durante la conferenza di Jalta, Stalin si trovava in una posizione strategico-politica estremamente favorevole con i suoi eserciti che erano a 80 chilometri da Berlino e occupavano l'intera Polonia, gran parte dell'Ungheria e tutti gli stati balcanici, mentre gli eserciti degli alleati occidentali erano da mesi fermi sulla Linea Gotica in Italia e soprattutto si erano appena ripresi dopo l'offensiva delle Ardenne sul Fronte occidentale e si trovavano ancora a ovest della barriera del Reno a oltre 700 chilometri da Berlino[33].

Le concezioni delle tre potenze alleate sulla pace

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Durante gli anni del conflitto, tra le tre potenze dell'alleanza antinazista, solo gli Stati Uniti, la nazione di gran lunga più forte economicamente, politicamente e militarmente, avevano elaborato un piano organico di ristrutturazione degli equilibri e della convivenza mondiale per il dopoguerra. I dirigenti americani erano perfettamente consapevoli che la guerra mondiale stava rendendo sempre più potente il loro paese, che aveva fornito mezzi economici ed armi a tutti gli alleati ed era intervenuto in modo decisivo in tutti i teatri bellici[34]. Erano quindi presenti tra i personaggi più influenti degli Stati Uniti le aspettative di raggiungere con la vittoria "la nostra egemonia nel mondo". Il progetto di predominio globale americano si basava su alcune concezioni generali molto chiare: libera circolazione delle merci e delle ricchezze, predominio ideologico delle concezioni del liberalismo democratico, costituzione di una grande organizzazione mondiale molto più efficace della vecchia Società delle Nazioni, in grado di esercitare un potere globale sotto il controllo di un direttorio molto ristretto di potenze dominanti[35].

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Il Presidente Franklin Delano Roosevelt con Harry Hopkins il suo principale consigliere politico.

Le concezioni britanniche erano meno innovative e si ricollegavano con le tradizioni imperiali e coloniali; essenziale per Churchill quindi era salvaguardare l'integrità dell'Impero britannico, mantenere un equilibrio di potenza in Europa quasi di tipo ottocentesco, restaurando la Francia e costituendo aggregazioni artificiose di stati federati centro-europei, impedire soprattutto un predominio totale sovietico che avrebbe potuto aprire la strada alla rivoluzione e al comunismo bolscevico; Churchill, vecchio "crociato antibolscevico", era naturalmente particolarmente sensibile a questo argomento[36].

Stalin e la dirigenza sovietica erano consapevoli delle enormi distruzioni e perdite della guerra e della debolezza complessiva dell'Unione Sovietica; il dittatore sovietico non aveva progetti di organizzazione globali come quelli americani e, in linea con le idee classiche staliniane prebelliche della "rivoluzione in un solo paese", nonostante i sospetti occidentali, non prevedeva come elemento principale propositi di rivoluzione mondiale e di sovvertimento sociale generale secondo le linee del comunismo bolscevico. Dopo la tragica esperienza dell'invasione e della guerra, l'obiettivo principale di Stalin era quello di mantenere l'alleanza con le potenze occidentali in funzione di protezione contro una ripresa aggressiva tedesca o giapponese che egli riteneva possibile a medio termine, e soprattutto la creazione di una cintura protettiva di "stati amici" dell'Unione Sovietica in Europa. L'Armata Rossa liberava e conquistava questi stati centro-europei e balcanici sacrificando il sangue dei suoi soldati in grandi e sanguinose battaglie campali contro la Wehrmacht tedesca e gli eserciti dei suoi alleati "satelliti", e quindi Stalin riteneva assolutamente inaccettabile la ricostituzione di una "cordone sanitario" di stati ostili ai confini occidentali sovietici come dopo la prima guerra mondiale[37].

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Stalin e Roosevelt alla conferenza di Teheran.

Nonostante l'ostilità americana di principio, la formazioni di sfere d'influenza in Europa, a causa delle realtà concrete sul campo, dei rapporti di forza e della mancanza di vera unità e fiducia reciproca tra le tre grandi potenze, era probabilmente quasi inevitabile; risultò quindi impossibile fin dall'inizio esercitare congiuntamente il potere sulle nazioni occupate e gli organismi tripartiti costituiti furono subito relegati ai margini e non ebbero alcuna influenza reale sul controllo dei territori raggiunti dagli eserciti alleati[38]. Stalin era disponibile a una politica di sfere di influenza reciproche e sostanzialmente non interferì e non ostacolò il predominio anglo-americano nei territori occupati dai loro eserciti, soprattutto l'Italia e la Francia, mentre, dopo l'accordo delle "percentuali", collaborò con Churchill e lasciò campo libero ai britannici nella loro repressione militare in Grecia contro la resistenza comunista[39]. Il dittatore sovietico era disponibile a trattenere e anche abbandonare i movimenti di resistenza socialista e comunista presenti nei paesi liberati dagli occidentali, ma si aspettava garanzie e accondiscendenza da parte dei suoi alleati nei territori occupati dai suoi soldati. Stalin riteneva che alla fine la conclusione inevitabile sarebbe stata che ogni potenza avrebbe imposto il proprio potere e il proprio sistema sociale sui territori raggiunti e occupati dai rispettivi eserciti[40].

Il Presidente Roosevelt giunse alla conferenza in Crimea in non buone condizioni di salute; alcuni resoconti hanno descritto un uomo fisicamente esausto e mentalmente poco lucido; incapace di mantenere a lungo la concentrazione e quindi facilmente influenzabile dal suo temibile interlocutore sovietico[41]. Secondo il biografo del Presidente James McGregor Burns, la realtà fu molto diversa; Roosevelt giunse a Jalta pienamente consapevole degli obiettivi e delle ambizioni di Stalin e della sua spietata ricerca di sicurezza e potere, ma era convinto di essere in grado di raggiungere un accordo e di costruire un nuovo ordine mondiale senza sfere di influenza, equilibri di forza e minacce di guerra[42]. Egli disse che riteneva di poter portare le questioni a un "livello ideale superiore"; aveva fiducia in un decisivo faccia a faccia con Stalin in cui convincerlo ad aderire ai suoi grandi progetti di organizzazione mondiale fondata sulla leadership morale delle grandi potenze vincitrici[43]. Roosevelt espresse la sua convinzione di essere l'unico in grado di trattare con Stalin; accettando le sue richieste di sicurezza senza chiedere nulla in cambio, egli riteneva che avrebbe convinto il capo sovietico alla moderazione e a collaborare con lui per "costruire insieme un mondo di democrazia e di pace"[44]. Harry Hopkins, il principale consigliere del Presidente, anch'egli in non buone condizioni di salute, condivideva il pensiero del Presidente e aveva fiducia nella ragionevolezza di Stalin[45].

I problemi aperti prima della conferenza

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Il problema dei confini della Polonia; in verde la linea Curzon, in blu i confini della Polonia prima della guerra.

Alla vigilia della conferenza in Crimea tra le tre grandi potenze alleate rimanevano aperte numerose questioni riguardo in primo luogo il proseguimento fino alla vittoria totale della guerra contro Germania e Giappone, e poi gli assetti territoriali dell'Europa postbellica, l'organizzazione della pace mondiale, i meccanismi per evitare il ritorno della guerra, il problema del trattamento da riservare alle potenze sconfitte, il nodo delle riparazioni di guerra. Il problema territoriale più importante che era stato fonte di grandi polemiche e continua conflittualità in particolare tra britannici e sovietici fin dall'inizio dell'alleanza nell'estate 1941, riguardava senza dubbio il futuro della Polonia che aveva subito per prima l'aggressione militare della Germania nazista. A Londra era attivo il governo in esilio polacco che aveva sempre mantenuto un atteggiamento fortemente antisovietico, richiedeva il ritorno alle frontiere della Pace di Riga, e affermava di essere il solo rappresentate legittimo del popolo polacco[46]. Il governo in esilio, guidato prima dal generale Władysław Sikorski e poi dai politici Stanisław Mikołajczyk e Tomasz Arciszewski, riteneva di avere la forza per contrastare il potere sovietico e anche dopo il tragico fallimento della rivolta di Varsavia continuava a mostrare intransigenza e a resistere alle stringenti pressioni di Churchill e Anthony Eden a favore di una maggiore flessibilità per cercare un accordo con i sovietici[47][48].

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Luglio 1944: i carristi sovietici sono a 14 chilometri da Varsavia.

Per Stalin il problema polacco era decisivo; egli riteneva essenziale avere ai confini una "Polonia amica" che facesse da baluardo ad un ritorno dei tedeschi; fino al 1944 il dittatore sovietico continuò a trattare con il governo in esilio nonostante la rottura formale seguita alla scoperta nell'aprile 1943 del massacro di Katyn'. Stalin richiedeva prima di tutto l'accettazione delle frontiere secondo la famosa linea Curzon che era stata approvata dagli alleati alla conferenza di Teheran; inoltre il governo in esilio avrebbe dovuto rimuovere i componenti più antisovietici[49]. Con l'arrivo dell'Armata Rossa in Polonia nell'estate 1944 la situazione cambiò radicalmente; Stalin prese decisamente l'iniziativa in conseguenza delle vittoriose avanzate sovietiche fino alla Vistola successive alla vittorie dell'operazione Bagration e dell'offensiva Leopoli-Sandomierz. Egli quindi ruppe definitivamente con il governo polacco in esilio, non supportò la rivolta di Varsavia e ostacolò i soccorsi alleati entrando in forte polemica con Churchill, e soprattutto organizzò a Lublino, liberata dall'Armata Rossa il 27 luglio 1944, il cosiddetto Comitato di Lublino, costituito da comunisti e altri simpatizzanti polacchi vicini all'Unione Sovietica[50].

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I colloqui tra Ivan Šubašić, a sinistra nella foto, e Tito, al centro.

Nelle settimane successive il Comitato di Lublino si trasformò progressivamente in una struttura di potere nei territori polacchi liberati strettamente collegata con i sovietici, alternativa e in conflitto con gli elementi del governo polacco in esilio. Il Comitato di Lublino ricevette il pieno sostegno dell'Armata Rossa e iniziò a costituire un nuovo esercito polacco che partecipò attivamente alle battaglie per liberare il resto della Polonia; il 31 dicembre 1944 il Comitato divenne il Governo provvisorio della Repubblica di Polonia che Stalin il 5 gennaio 1945, nonostante la forte irritazione di Roosevelt, riconobbe come governo legittimo della Polonia[51]. Alla vigilia di Jalta quindi, mentre gli occidentali continuavano a riconoscere e a sostenere il governo in esilio a Londra, pur sempre più infastiditi dalla sua irrealistica intransigenza, Stalin aveva costituito e riconosciuto il Governo provvisorio filo-sovietico che guadagnava sempre più potere e consenso nella Polonia già liberata, portava avanti una politica di tipo rivoluzionario ed era disposto ad accettare i nuovi confini orientali richiesti dal dittatore[49].

Nel caso della Jugoslavia la situazione era simile; anche in questo caso Churchill e i britannici fin dal 1941 avevano accolto e riconosciuto un governo in esilio raccolto intorno al re Pietro II, ma sul territorio jugoslavo era in corso una sanguinosa guerra contro l'occupante tedesco, una feroce guerra civile e una inesorabile guerra etnica in cui il ruolo predominante era stato raggiunto progressivamente dall'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia di Tito che conduceva con grande coraggio e tenacia la lotta contro l'occupante tedesco e i nemici interni e aveva guadagnato prestigio e potere portando avanti una politica rivoluzionaria comunista[52]. Per questo motivo i britannici e ancor più gli americani, che avevano sostenuto per anni il movimento nazionalista dei cetnici, erano sostanzialmente ostili verso Tito e il suo movimento[53]. Churchill tuttavia era bene informato ed era consapevole della forza e del consenso dell'Esercito popolare di liberazione; egli quindi nel 1944, pur continuando a sostenere il governo in esilio, aveva iniziato a fornire supporto militare ai partigiani di Tito che erano ormai un vero esercito che controllava molti territori ed era in grado di combattere in campo aperto contro i tedeschi. Stalin era sospettoso per l'indipendenza e l'autorità di Tito[54]; egli quindi appoggiava concretamente i partigiani ma era disposto a ricercare un compromesso. Dopo la liberazione di Belgrado nell'ottobre 1944 da parte delle forze congiunte dell'Armata Rossa e dell'Esercito popolare di liberazione[55], Tito accettò di incontrare i rappresentanti del governo in esilio e venne concluso il 1 novembre l'Accordo Tito-Šubašić che prevedeva la costituzione di un governo provvisorio ma per il momento metteva da parte le questioni di maggiore contrasto e rinviava il problema del mantenimento della monarchia; l'accordo era stato accolto con favore da Stalin mentre Churchill riteneva necessario modificarlo in termini più favorevoli al governo in esilio a Londra[56].

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I rappresentanti delle tre grandi potenze alla Conferenza di Dumbarton Oaks; si riconoscono in prima fila: terzo da sinistra Andrej Gromyko, settimo da sinistra Edward Stettinius, quinto da destra Alexander Cadogan.

Oltre le questioni territoriali, il problema più importante soprattutto per gli americani riguardava la nuova struttura internazionale da creare sulle ceneri della Società delle Nazioni, per garantire finalmente un governo mondiale armonioso e la pace permanente in linea con le idealità del Presidente Roosevelt. Dal 21 agosto al 7 ottobre 1944 si era tenuta quindi la Conferenza di Dumbarton Oaks, vicino Washington, in cui i rappresentanti delle tre grandi potenze avevano analizzato in profondità tutti i problemi organizzativi e proposto soluzioni concrete per delineare la struttura definitiva della futura Organizzazione delle Nazioni Unite[56]. Restavano però elementi critici da studiare e decisioni da prendere al massimo livello. La struttura disegnata a Dumbarton Oaks prevedeva un'Assemblea generale plenaria di tutte le nazioni del mondo e un consiglio molto più ristretto, il Consiglio di sicurezza, di cui avrebbero fatto parte un piccolo numero di nazioni che sarebbero variate secondo tempi prestabiliti con un sistema a rotazione; nel Consiglio sarebbero inoltre stati sempre presenti di diritto i quattro cosiddetti "membri permanenti", le grandi potenze vincitrici, Unione Sovietica, Stati Uniti, Regno Unito e Cina. Nel Consiglio di sicurezza si sarebbero discusse le eventuali situazioni critiche di politica internazionale che si fossero presentate; il punto cruciale diveniva quindi il sistema di votazione nel Consiglio[57].

Stalin temeva che l'Unione Sovietica si sarebbe trovata costantemente in minoranza in caso di sistema di voto aperto; gli Stati Uniti e il Regno Unito avrebbero verosimilmente goduto del sostegno dei paesi dell'America Latina e dell'Impero britannico; inoltre anche Cina e Francia erano strettamente legati agli anglo-sassoni. I sovietici a Dumbarton Oaks erano arrivati a proporre l'ammissione di tutte le quindici repubbliche dell'Unione Sovietica come membri singoli per aumentare il potenziale di voti favorevoli[58]. Stalin quindi riteneva decisivo che fosse adottato un sistema di voto che prevedesse che le decisioni concrete fossero approvate all'unanimità dai quattro "membri permanenti"; americani e britannici accettavano questo proposta ma con l'aggiunta che prevedeva l'esclusione dalla votazione del "membro permanente" se questo fosse stato coinvolto direttamente nella questione in esame. Stalin non cedette su questo punto; egli richiedeva che il "diritto di veto" dei quattro membri permanenti fosse valido in ogni circostanza, anche se la questione avesse riguardato una delle grandi potenze stesse[59]. La questione del sistema di voto nel Consiglio di sicurezza rimaneva aperta alla vigilia della Conferenza di Jalta.

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Lo smembramento della Germania come previsto dal Piano Morgenthau.

Rimaneva aperto sul tavolo il problema cruciale del destino da riservare alla Germania dopo la sua totale sconfitta e l'annientamento del regime nazista, delle sue strutture di potere e della sua ideologia. Per Stalin questo argomento era naturalmente il più importante in assoluto; per due volte dall'inizio del secolo i tedeschi avevano invaso le terre dell'est e provocato giganteschi distruzioni umane e materiali alle popolazioni slave; egli quindi dava per scontato che la Germania dopo la resa incondizionata sarebbe stata occupata, completamente disarmata e anche messa a terra come potenza economico-industriale; il dittatore su questo punto sapeva di poter contare sul sostegno e l'approvazione dei suoi due alleati occidentali che avevano progetti ancor più radicali nei riguardi della Germania[60]. Alla conferenza di Teheran gli americani e i britannici avevano presentato loro piani per la frammentazione della nazione tedesca e l'organizzazione di strutture regionali demilitarizzate, mentre Stalin aveva preferito non esporsi con piani precisi[61].

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Il Presidente Roosevelt e il Segretario al tesoro Henry Morgenthau durante la campagna elettorale del 1944.

Nei mesi seguenti era stata istituita una Commissione consultiva europea a Londra che aveva stabilito concretamente le aree di occupazione del territorio tedesco riservate alle tre potenze dopo la vittoria: si prevedeva che i sovietici avrebbero occupato le regioni orientali, i britannici quelle nord-occidentali e gli americani quelle sud-occidentali; Berlino, assegnata all'area di occupazione sovietica, sarebbe stata amministrata congiuntamente[62]. Questi piani per l'immediato dopoguerra erano validi ma mancavano ancora programmi a lungo termine sul futuro della Germania. Negli Stati Uniti il Segretario al tesoro Henry Morgenthau aveva presentato un piano organico che sarebbe divenuto noto come Piano Morgenthau che prevedeva soprattutto la rovina economica della Germania che avrebbe perso completamente il suo potenziale industriale e sarebbe stata ridotta ad un'economia "agricolo-pastorale"[63]. Questo piano tuttavia aveva incontrato forti critiche in occidente ed era stato accantonato[64]. Prima di Jalta non erano pronti altri progetti per l'organizzazione territoriale e l'amministrazione della Germania del futuro.

Era collegato con il problema del destino postbellico della Germania, l'altra questione di estremo interesse per Stalin e per l'Unione Sovietica: quella delle riparazioni di guerra da parte delle nazioni sconfitte. L'Unione Sovietica arrivava al termine del conflitto vittoriosa ma esausta dalla lunga lotta che era costata molti milioni di morti, enormi sofferenze, colossali distruzioni nel territorio invaso. I sovietici quindi facevano conto sulla possibilità di usufruire della parte nettamente più grande di riparazioni da parte della Germania che aveva devastato il paese[65]. Gli anglo-americani concordavano in linea di principio sul diritto da parte sovietica ad avere la parte maggiore delle riparazioni ma avevano idee molto più discordanti sull'entità e l'esatta natura di queste riparazioni; si parlava anche di permettere ai sovietici di sfruttare la manodopera tedesca per la ricostruzione. Di fatto molti in occidente non conoscevano la realtà distruttiva della guerra a est e quindi ritenevano esagerate le richieste sovietiche[66]. Stalin era in difficoltà su questo argomento, da una parte sapeva che le riparazioni sarebbero state fondamentali per l'Unione Sovietica, ma dall'altra cercava di non rendere manifesta la debolezza e l'estremo logoramento del suo paese per non indebolire la sua posizione negoziale. Con grande prudenza egli cercava di capire se avrebbe potuto contare dopo la guerra su un prolungamento del programma Affitti e prestiti o anche su un cospicuo prestito americano pluriennale a lungo termine a condizioni agevolate; gli americani, alla vigilia della conferenza, si aspettavano che se ne sarebbe parlato a Jalta[67].

Era ancora da definire con precisione anche il piano di partecipazione dell'Unione Sovietica alla guerra contro il Giappone; l'argomento era di grande interesse per gli americani che ritenevano l'intervento sovietico di decisiva importanza per accelerare la sconfitta dell'Impero del Sol Levante e limitare le perdite americane[68]. L'argomento era già stato affrontato alla conferenza di Teheran e Stalin aveva dato precise garanzie in questo senso: dopo la sconfitta della Germania, entro pochi mesi l'Armata Rossa sarebbe entrata in guerra contro il Giappone[69][70]. A Jalta si sarebbe dovuto tornare sull'argomento e chiarire i dettagli politici e strategico-militari.

La conferenza

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Componenti delle delegazioni

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Delegazione degli Stati Uniti
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Delegazione del Regno Unito
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Delegazione dell'Unione Sovietica
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Palazzo di Livadija dove si svolse la conferenza e dove alloggiavano gli americani
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Palazzo Voroncov dove risiedevano i britannici
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Palazzo Yusupov dove si sistemarono i sovietici

Il Presidente e il Primo ministro arrivarono all'aeroporto di Saki con i loro aerei da trasporto scortati da numerosi aerei da caccia, intorno a mezzogiorno del 3 febbraio 1945 e dopo una breve cerimonia di accoglienza, si trasferirono in auto alle loro rispettive residenze a Jalta, attraversando e osservando un territorio completamente devastato dall'occupazione tedesca e dai recenti combattimenti della primavera 1944. Stalin arrivò invece in treno il giorno seguente 4 febbraio. Agli americani era stata assegnata la residenza direttamente al Palazzo di Livadija dove si sarebbe tenuta la conferenza, mentre i britannici presero alloggio a villa Voroncov, a cinque chilomeitri di distanza; i sovietici erano a villa Yusupov a metà strada tra americani e britannici: con questa dislocazione evidentemente Stalin intendeva mantenere il più possibile separate le delegazioni dei suoi alleati e intralciare i contatti tra loro[18].

Nel pomeriggio del 4 febbraio Stalin si incontrò con Churchill; i due ebbero un primo colloquio riguardo soprattutto la situazione della guerra. Stalin apparve ottimista, descrisse la Germania "dissanguata dall'Armata Rossa" grazie al totale impegno delle risorse umane dell'Unione Sovietica e della sua "volontà di vincere"[71]. Stalin affermò che l'Oder non costituiva più una barriera e che le truppe sovietiche avevano già superato questo fiume in più punti; il dittatore descrisse la critica situazione del nemico: la Germania disponeva ancora solo di circa venti o trenta divisioni di riserva, in maggioranza di scarsa qualità, a parte le truppe ancora schierate in Scandinavia e in Italia; l'offensiva delle Ardenne era stata solo un gioco d'azzardo organizzato per ragioni di prestigio; i migliori comandanti erano ormai scomparsi ed era rimasto solo il generale Heinz Guderian che era "un avventuriero"[71]. Molte divisioni tedesche erano isolate in Prussia orientale, mentre undici Panzer-Division si trovavano nel posto sbagliato, in Ungheria. La Germania come potenza mondiale era finita; se Hitler avesse deciso di ritirarsi a sud per un'ultima resistenza, "i sovietici lo avrebbero seguito anche lì"[72]. Stalin concluse questo trionfalistico resoconto, suggerendo a Churchill di trasferire in Ungheria e Jugoslavia le divisioni britanniche presenti in Italia, per collegarsi con i sovietici a nord delle Alpi. Era il vecchio piano di opeazioni preferito da Churchill in passato, ma ora la situazione era completamente diversa; il Primo ministro non replicò alla provocazione e si limitò ad osservare che "l'Armata Rossa non ci avrebbe dato il tempo di compiere questa operazione"[73].

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Le delegazioni al tavolo della conferenza.

Stalin si mostrò invece molto meno ottimista nel successivo colloquio informale con il Presidente Roosevelt a Palazzo Livadija alle ore 16, pochi minuti prima dell'inizio della conferenza plenaria. Il dittatore assunse un atteggiamento di modestia e preoccupazione; in pratica fece un resoconto completamente diverso rispetto a quello fatto con Churchill: i sovietici erano in difficoltà sulla linea dell'Oder di fronte all'aspra resistenza tedesca; egli era sicuro che gli americani avrebbero liberato Manila molto prima che i sovietici fossero arrivati a Berlino; le devastazioni tedesche in Crimea che avevano tanto impressionato Roosevelt, che aveva detto a Stalin di essere "assetato di sangue tedesco"[18], erano solo piccola cosa rispetto alle enormi distruzioni causate dal nemico nei territori occupati all'inizio della guerra[74]. Dal colloquio emerse che non erano ancora definitivamente stabiliti i piani strategici angloamericani per le operazioni in Europa occidentale e per l'attacco alla linea del Reno; inoltre, Stalin apprese che Roosevelt era favorevole ad una rigida politica repressiva verso la Germania sconfitta che sarebbe stata divisa in zone di occupazione. Emerse poi la forte antipatia del Presidente verso il capo della Francia Libera il generale Charles de Gaulle e i suoi dubbi sull'assegnazione di una zona di occupazione separata anche alla Francia a cui era invece favorevole Churchill; su questo punto Stalin concordò sostanzialmente con il Presidente[75].

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Il generale Aleksej Antonov, al centro della foto, tenne la relazione iniziale sulla situazione della guerra sul Fronte orientale.

Dopo questi colloqui informali, la prima seduta plenaria della "Conferenza di Crimea" si aprì alle ore 17 del 4 febbraio e fu inizialmente dedicata a una valutazione generale dell'andamento della guerra su tutti i fronti; Stalin propose che Roosevelt presiedesse sempre i lavori; in questo modo mentre apparentemente riconosceva la superiorità dell'americano, in realtà egli intendeva separare i suoi due alleati, assegnando a Roosevelt, con la presidenza della conferenza, un ruolo di arbitro e di conciliatore a metà strada tra britannici e sovietici[76]. Subito dopo il Presidente americano diede la parola al generale Aleksej Antonov, il capo di stato maggiore sovietico, che illustrò per primo la situazione sul Fronte orientale. Il generale Antonov descrisse le operazioni sovietiche iniziate il 12 gennaio 1945, l'operazione Vistola-Oder, cominciate in anticipo "per aiutare gli Alleati occidentali in difficoltà"; grazie agli attacchi sui fianchi in Prussia orientale e Ungheria, 20 delle 24 Panzer-Division tedesche erano state allontanate dal settore centrale della Vistola dove l'Armata Rossa aveva sferrato l'attacco principale. In diciotto giorni i sovietici erano avanzati di 500 chilometri, distruggendo non meno di 45 divisioni tedesche, il nemico aveva subito circa 400.000 perdite[77]. Il generale Antonov affermò che i tedeschi avrebbero concentrato la maggior parte delle loro forze per difendere Berlino e Vienna; egli calcolava che 30-35 divisioni, di cui 16 erano già trasferite e sei in movimento, sarebbero state ritirate da occidente, dalla Scandinavia e dall'Italia e trasferite all'est, e quindi richiedeva l'intervento delle forze aeree anglo-americane per intralciare questi movimenti colpendo i nodi di comunicazione di Berlino e Lipsia. Dopo qualche intervento di Churchill e Roosevelt, prese la parola il generale George Marshall, il capo di stato maggiore dell'Esercito degli Stati Uniti[78].

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Un momento della conferenza; di spalle la delegazione britannica con Churchill; a sinistra la delegazione sovietica con Stalin, Majskij e il generale Antonov, a destra la delegazione statunitense con Roosevelt, l'ammiraglio Lehay e il generale Marshall.

Il generale Marshall riferì sulla recente offensiva tedesca delle Ardenne che era stata arrestata; affermò che l'offensiva generale alleata verso la linea del Reno sarebbe probabilmente iniziata l'8 febbraio e ammise che, a causa soprattutto delle difficoltà logistiche e della vulnerabilità del porto di Anversa alle bombe volanti tedesche, le operazioni procedevano lentamente[79]. Stalin accolse con scetticismo le parole del generale sugli attacchi delle bombe volanti contro il porto di Anversa, mentre il generale Marshall riprese la sua relazione sottolineando l'efficacia degli attacchi aerei anglo-americani ed evidenziando che mentre le forze terrestri tedesche in Italia erano numericamente pari a quelle alleate, gli anglosassoni avevano una grande superiorità aerea; infine il capo di stato maggiore espresse i suoi timori per una possibile ripresa dell'offensiva dei nuovi U-Boot tedeschi[80]. Dopo un intervento di Churchill che chiese se fosse possibile per i sovietici attaccare presto Danzica, base dei sommergibili tedeschi, Stalin iniziò a porre una serie di domande tecniche sul fronte occidentale. Il dittatore dopo aver affermato che l'Armata Rossa aveva impiegato circa 9.000 mezzi corazzati nel settore centrale del Fronte orientale, chiese quanti carri armati avessero gli alleati; dopo una risposta poco chiara del generale Marshall, intervenne Churchill per affermare che gli alleati avevano circa 10.000 carri armati. Stalin sembrò impressionato da questo dato; egli ora disse che i sovietici avevano circa 8.000-9.000 aerei e voleva sapere quanti fossero invece gli aerei alleati, il maresciallo dell'aria britannico Charles Portal rispose che gli aerei angloamericani erano circa altrettanti, tra cui 4.000 bombardieri pesanti quadrimotori[81]. Stalin cercò di informarsi sulla superiorità delle forze di terra alleate, ma Churchill replicò negando che gli alleati occidentali avessero una superiorità numerica sul terreno e il generale Marshall affermò che sul Fronte occidentale erano schierate 79 divisioni tedesche contro 78 divisioni alleate[82].

In questa fase l'atmosfera della riunione divenne tesa e peggiorò ancora quando Stalin, dopo aver affermato che i sovietici avevano sempre adempiuto ai doveri verso i propri alleati, evidenziò, in contrasto con l'opinione di Churchill, che in realtà le operazioni, condotte non contemporaneamente a est e a ovest, mostravano una "mancanza di coordinamento" che non avrebbe dovuto più ripetersi in futuro. La seduta terminò in un clima migliore quando Roosevelt ritornò sulla richiesta di attaccare Danzica e Stalin disse che "sperava che sarebbe stata attaccata presto"[83].

La prima giornata della conferenza si concluse con la cena conviviale a palazzo Livadija offerta dagli americani; in un clima amichevole, Churchill cercò di ritornare sugli argomenti politici mettendo sul tavolo il destino da riservare alla Germania; Stalin si limitò ad affermare che, secondo lui, la Germania sarebbe esistita anche dopo la sconfitta. La discussione durante la cena riguardò i problemi della futura organizzazione internazionale e del ruolo delle varie nazioni; Stalin fu molto chiaro: le nazioni che avevano svolto un ruolo decisivo nella guerra dovevano mantenere un potere egemone rispetto alle piccole nazioni; il dittatore affermò che "l'operato dei Grandi non avrebbe mai potuto essere sottoposto al giudizio delle piccole potenze"[84]. Churchill e Stalin sostanzialmente si dissero d'accordo ma sembrarono colpiti dalla rigidità e dalla nettenza delle posizioni di Stalin su questo argomento; secondo Churchill le Grandi potenze avrebbero dovuto esercitare il loro potere "con moderazione e grande rispetto per le nazioni più piccole"[85]. La cena andò avanti in un'atmosfera scherzosa in cui si parlò del sistema elettorale dei paesi democratici che periodicamente rimetteva in discussione il potere e sul famoso soprannome di "zio Joe" affibbiato dagli anglo-americani in via riservata a Stalin. Nel complesso i partecipanti sembrarono soddisfatti del primo giorno di conferenza anche se il ministro degli esteri britannico Eden rimase turbato dall'atteggiamento aggressivo dimostrato da Stalin nei riguardi delle piccole nazioni e al termine della cena dissentì bruscamente dalle opinioni di Churchill, più favorevoli all'interpretazione di Stalin sul sistema di voto e sul ruolo delle varie potenze nella nuova organizzazione internazionale[86].

Nella seconda giornata si tenne il primo incontro ristretto dei capi militari; la discussione, presieduta dal feldmaresciallo britannico Brooke, ritornò in parte sulle questioni discusse nella plenaria del giorno prima. I militari anglo-americani insistettero di nuovo per avere informazioni e garanzie su offensive sovietiche nei mesi di febbraio e marzo in connessione con le operazioni alleate per attraversare il Reno[87]. Il generale Marshall tornò a evidenziare che gli alleati occidentali disponevano solo della superiorità aerea e che, a causa della carenza di truppe sul Fronte occidentale, era decisivo l'apporto attivo dell'Armata Rossa. Il generale Antonov promise che l'Armata Rossa avrebbe continuato grandi operazioni offensive ma sottolineò la preoccupazione per i trasferimenti di truppe tedesche da ovest verso est, e l'importanza di evitare la ritirata tedesca dal fronte italiano[88]. Gli alleati occidentali non diedero garanzie sul fronte italiano; secondo loro, fino a dieci divisioni tedesche avrebbero potuto essere ritirate dall'Italia e inviate all'est; non erano possibili grandi offensive alleate verso Lubiana o Graz; rimanevano solo le forze aeree alleate per intralciare i movimenti delle truppe tedesche. Il generale Antonov fu deluso per queste notizie sull'Italia e anche sul rifiuto anglo-americano a intervenire in Norvegia per impedire il trasferimento di forze tedesche anche dalla Scandinavia[89]. È possibile che questi colloqui infruttuosi dal punto di vista sovietico sulle misure per impedire i trasferimenti di truppe tedesche verso est, abbiano influenzato Stalin contribuendo a convincerlo il giorno seguente a telefonare al maresciallo Žukov per ordinargli bruscamente di fermare ogni piano di offensiva immediata su Berlino[90]. Durante la riunione intervenne anche l'ammiraglio Leahy che chiese al generale Antonov quando ritenesse che sarebbe finita la guerra; il generale sovietico rispose che secondo lui, in linea anche con le previsioni anglo-americane, la guerra avrebbe potuto finire in estate mentre nella peggiore delle ipotesi si sarebbe arrivati fino all'inverno[91].

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I ministri degli affari esteri a Jalta; al centro Molotov, Eden e Stettinius.

Il 6 febbraio i capi militari delle tre potenze si incontrarono di nuovo e i colloqui seguirono lo stesso andamento del giorno precedente; il generale Marshall ripresentò le sue sollecitazioni affinché i sovietici mantenessero l'iniziativa sul Fronte orientale durante l'offensiva alleata alla linea del Reno, mentre il generale Antonov non ottenne alcun risultato dalle sue richieste di operazioni attive anglo-americane sugli altri fronti per impedire il trasferimento delle divisioni tedesche verso l'est[91]. Inoltre, proprio in questa seduta il generale Antonov, grazie alle sue insistenti domande, venne a conoscenza finalmente che le forze corazzate ritirate dal fronte delle Ardenne, secondo i servizi informazioni alleati, erano in gran parte già state trasferite al Fronte orientale; in particolare era stata trasferita la temibile 6. SS-Panzerarmee[91]. Furono anche respinte le richieste sovietiche di una precisa "linea dei bombardamenti alleati" con una zona cuscinetto per migliorare il coordinamento, e di avere informazioni entro 24 ore di ogni bombardamento aereo anglo-americano; mentre furono scambiate utili informazioni sui piani sovietici e sui programmi alleati per la guerra con il Giappone. Durante la riunione del 9 febbraio tra i capi militari dedicata alla guerra del Pacifico, il generale Antonov ritornò a chiedere notizie sull'area di schieramento della 6. SS-Panzerarmee, ma solo dopo Jalta, il 12 febbraio, i britannici comunicheranno ai sovietici che l'armata tedesca era stata identificata in Austria e che si sarebbe trasferita in Slesia per contrattaccare in connessione con un'altra controffensiva in Pomerania[92]. Il 20 febbraio il generale Marshall avrebbe confermato per iscritto direttamente al generale Antonov la precedente comunicazione britannica; si trattava di informazioni completamente errate, essendo la 6. SS-Panzerarmee in trasferimento in Ungheria per prendere parte all'offensiva del lago Balaton del 6 marzo 1945[92].

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Stalin e Churchill in un momento di pausa a Jalta.

Il 5 febbraio si tenne la seconda seduta plenaria della conferenza, preceduta da una riunione dei ministri degli esteri; l'argomento delle discussioni tra i ministri e nella seduta plenaria successiva fu il destino da riservare alla Germania dopo la sua "resa incondizionata"; fin dall'inizio Stalin prese l'iniziativa e chiese chiarimenti e precisazioni su molti punti ancora non definiti. Il dittatore introdusse numerosi argomenti decisivi: la Germania sarebbe stata smembrata e in che modo? Chi avrebbe amministrato il territorio? Ci sarebbe stato un governo centrale influenzato dalle tre potenze? Stalin inoltre evidenziò come anche una resa incondizionata, come nel caso dell'Italia, richiedeva comunque delle condizioni di resa precise che andavano chiaramente individuate; esisteva infine il problema delle riparazioni che la Germania sarebbe stata tenuta a pagare[93]. Roosevelt e Churchill si trovarono in difficoltà su questi argomenti; a Teheran il Presidente aveva parlato di uno smembramento in cinque stati, mentre il Primo ministro britannico era sembrato preferire la divisione in due stati, settentrionale e meridionale che avrebbe compreso l'Austria. A Jalta i due capi occidentali in un primo momento sembrarono favorevoli a rinviare le decisioni alla successiva conferenza della pace; per il momento era sufficiente la divisione della Germania in zone di occupazione[94]. La posizione americana era "vaga"; si temevano le conseguenze economiche dello smembramento ma si accettava il principio del "disarmo economico" della Germania e il suo "riorientamento" verso una "produzione pacifica"[95].

In un secondo momento Roosevelt sembrò più vicino alla posizione di Stalin: parlò di smembrare la Germania in cinque-sette stati e di presentare ai tedeschi sconfitti dei chiari termini di resa che includessero la clausola dello smembramento. Churchill non era d'accordo e rifiutò di impegnarsi, accettando solo "in linea di principio" lo smembramento della Germania; egli inoltre era anche contrario a inserire la clausola nei termini di resa per non accrescere la volontà di resistenza tedesca[96]. Alla fine, dopo lunghe discussioni, Stalin riuscì a ottenere che la parola "smembramento" fosse contenuta nei termini di resa che sarebbero però rimasti riservati; l'articolo 12 avrebbe affermato che le tre potenze "detenevano un'autorità suprema sulla Germania" e avrebbero proceduto al totale disarmo e alla smilitarizzazione; sarebbe inoltre stata costituita una commissione dei ministri degli esteri per studiare dettagliatamente il piano di divisione della Germania[97].

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Foto di gruppo con i tre Grandi, Churchill, Roosevelt e Stalin, seduti in prima fila.

Il secondo argomento in discussione nella seduta plenaria del 5 febbraio fu quello, importantissimo per i sovietici, delle riparazioni di guerra. Stalin era assolutamente determinato ad affrontare l'argomento in dettaglio e raggiungere un accordo definitivo con precisione; egli aveva studiato accuratamente il problema e aveva definito i punti principali con il vice commissario agli esteri Ivan Majskij: il diplomatico aveva consigliato di non presentare richieste eccessive ed era stato stabilito di presentare un piano che prevedeva 20 miliardi di dollari di riparazioni totali, di cui dieci miliardi avrebbero dovuto essere assegnati all'Unione Sovietica[98]. Al contrario dei sovietici, gli anglo-americani non avevano alcun piano preciso su questo argomento. Stalin iniziò la seduta plenaria richiedendo subito che si discutesse del problema delle riparazioni e quindi diede la parola a Majskij che illustrò le idee sovietiche; il diplomatico presentò con chiarezza i punti principali: le riparazioni avrebbero dovuto essere in "beni materiali" e non in denaro, attraverso confische e consegne periodiche da parte tedesca; il programma, diretto anche a disarmare economicamente la Germania, sarebbe stato completato il dieci anni; le riparazioni avrebbero dovuto essere assegnate secondo un "ordine d'urgenza", sulla base di "indici" calcolati sui meriti dei rispettivi paesi nella vittoria e sulla "perdite materiali sofferte"[99]. Majskij proponeva che l'Unione Sovietica ricevesse dieci miliardi di dollari di riparazioni, una cifra "insignificante" rispetto alle perdite materiali e umane "incommensurabili" subite dall'Unione Sovietica a causa dell'invasione tedesca e della guerra; infine sarebbe stata costituita una commissione speciale per le riparazioni delle tre potenze con sede a Mosca, per studiare tutti i problemi pratici per l'attuazione del piano[100].

I rappresentanti anglo-americani non accettarono il piano illustrato da Majskij; in particolare Churchill replicò polemicamente e, pur confermando che non sussistevano dubbi sul fatto che i sacrifici dei sovietici erano stati "più grandi di quelli di qualsiasi altra potenza", affermò che il piano proposto era troppo duro, sarebbe stato difficilmente esigibile e sarebbe fallito come dopo la prima guerra mondiale[101]. Egli espresse inoltre grande preoccupazione per il futuro economico della Germania, per il destino e l'alimentazione di "ottanta milioni di tedeschi" impoveriti. Stalin respinse le argomentazioni di Churchill e le sue preoccupazioni per i tedeschi che, secondo lui, avrebbero comunque avuto modo di "alimentarsi"[102]. A questo punto Roosevelt intervenne cercando di trovare un punto di mediazione; egli concordava in parte con le preoccupazioni di Churchill, ma era anche vicino alle sofferenze e ai sacrifici dei sovietici e avrebbe "volentieri" appoggiato le loro richieste di riparazioni; il Presidente disse che "il tenore di vita dei tedeschi dopo la guerra non avrebbe dovuto mai più essere superiore a quello dei sovietici". Roosevelt concluse appoggiando la proposta di costituire una commissione per le riparazioni[103]. Stalin rimase scontento dell'andamento della discussione, ritenne poco chiara la posizione di Roosevelt e temette che i suoi alleati occidentali soprattutto non volessero una decisione immediata e mirassero a rinviare la questione. In effetti, la seduta plenaria si concluse, dopo altre schermaglie polemiche tra Stalin e Churchill, solo con la decisione di rinviare tutta la questione alla conferenza dei ministri degli esteri che avrebbe indicato le direttive principali alla Commissione per le riparazioni che avrebbe lavorato a Mosca in sedute segrete. Stalin quindi non riuscì a convincere i suoi alleati a concludere un piano preciso delle riparazioni né a ottenere che i beni materiali destinati ai sovietici potessero essere requisiti anche dal territorio tedesco destinato all'occupazione anglo-americana; nella Commissione verosimilmente la trattativa sarebbe stata molto difficile[104].

La conferenza plenaria del 6 febbraio si aprì ritornando brevemente sul problema dello smembramento della Germania; in precedenza quello stesso giorno si erano incontrati in seduta separata i ministri degli esteri e in questa occasione si era verificato un aspro scontro tra Molotov ed Eden. Il ministro degli esteri britannico insistette per rimuovere dai termini di resa la parola "smembramento", mentre il segretario di stato americano Stettinius tentò un'opera di mediazione proponendo di inserire la parola nell'articolo 12 dei termini di resa ma con la premessa che il problema sarebbe stato ulteriormente discusso in un secondo tempo. Nella seduta plenaria alla fine si decise di includere la parola "smembramento" senza ulteriori dettagli, ma Churchill affermò di aderire solo "a titolo personale", senza impegnare l'intero governo britannico[105].

Risultati finali della conferenza

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Nel dettaglio, gli accordi ufficialmente raggiunti a Jalta inclusero:

  • una dichiarazione in cui si affermava che l'Europa era libera, incoraggiando lo svolgimento di elezioni democratiche in tutti i territori liberati dal giogo nazista;
  • la proposta di una conferenza (da tenere nell'aprile 1945 a San Francisco) in cui discutere l'istituzione di una nuova organizzazione mondiale, le Nazioni Unite (ONU); in particolare a Jalta si considerò l'istituzione del Consiglio di sicurezza;
  • il disarmo e la smilitarizzazione della Germania, visti come «prerequisiti per la pace futura»; le quattro potenze vincitrici (Regno Unito, Unione Sovietica, Stati Uniti d'America e Francia) avrebbero controllato ciascuna una zona di occupazione. Lo smembramento della nazione tedesca doveva essere provvisorio, ma si risolse nella divisione della Germania in Est e Ovest che finì solo nel 1990;
  • furono fissate delle riparazioni dovute dalla Germania agli Alleati, nella misura di 22 miliardi di dollari;
  • in Polonia si sarebbe dovuto insediare un "governo democratico provvisorio", che avrebbe dovuto condurre il Paese a libere elezioni nel più breve tempo possibile;
  • riguardo alla Jugoslavia, fu approvato l'accordo fra Tito e Šubašić (capo del governo monarchico in esilio), che prevedeva la fusione fra il governo comunista e quello in esilio;
  • i sovietici avrebbero dichiarato guerra al Giappone entro tre mesi dalla sconfitta della Germania; in cambio avrebbero ricevuto la metà meridionale dell'isola di Sachalin, le isole Curili e avrebbero visto riconosciuti i loro "interessi" nei porti cinesi di Port Arthur e Dalian;
  • tutti i prigionieri di guerra sovietici sarebbero stati rimandati in URSS, indipendentemente dalla loro volontà.

Inoltre in Romania e Bulgaria furono insediate delle Commissioni alleate per governare tali Paesi, appena sconfitti. Nella relazione finale venne inserito l'impegno a garantire che tutti i popoli potessero scegliere i propri governanti, impegno palesemente disatteso nei decenni successivi.

Interpretazioni storiografiche della conferenza di Jalta

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Gran parte delle decisioni prese a Jalta ebbero profonde ripercussioni sulla storia mondiale fino alla caduta dell'Unione Sovietica nel 1991. Per quanto, nei mesi immediatamente successivi, sovietici e anglo-americani avessero proseguito con successo la loro lotta comune contro la Germania nazista e l'Impero giapponese, molti storici hanno considerato la conferenza di Jalta il preludio della guerra fredda.

Ancora oggi, nei manuali di storia la conferenza di Jalta viene descritta come l'evento epocale in cui i tre leader mondiali si spartirono l'Europa in sfere d'influenza, benché fosse già chiaro, sulla base dell'andamento militare del conflitto, che l'Unione Sovietica sarebbe stata potenza dominante nell'Europa orientale e Centrale. Tale stato di cose era stato deciso prima dalle vittorie sovietiche sui campi di battaglia del Fronte orientale nel 1942-1944, poi dall'incapacità o non volontà degli Alleati di aprire un reale secondo fronte fino allo sbarco in Normandia del giugno 1944. Altri studiosi invece ritengono che si debba far riferimento agli accordi raggiunti alla conferenza di Teheran nel novembre 1943, cui seguirono quelli presi a Mosca nell'ottobre del 1944, come vero inizio della divisione del mondo in blocchi contrapposti.[106]

Per Sergio Romano[107] furono tre le ragioni che hanno creato il "mito di Jalta":

  1. Uno scritto del 1958 di Charles de Gaulle, che recita: La sovietizzazione dell'Europa orientale non era che la conseguenza fatale di quanto era stato convenuto a Jalta. Il generale francese Charles de Gaulle fu profondamente irritato per non essere stato invitato a Jalta (e ciò trapelò già nei giorni della conferenza stessa[108]).
  2. Il Partito Repubblicano americano dell'epoca, per vocazione anti-rooseveltiano. In opposizione al presidente degli Stati Uniti, questo partito sostenne che Franklin Delano Roosevelt abbia presenziato al vertice già stanco e malato, e quindi si sia lasciato convincere da Stalin a cedergli metà dell'Europa occidentale (metà del continente europeo costituiva l'URSS europea).
  3. La propensione dell'uomo a trovare sempre un unico fatto che spieghi tutto, un'unica causa degli eventi, quando invece «le vicende storiche sono il risultato di una molteplicità di fattori che sfuggono quasi sempre al loro controllo».[107]

Le valutazioni storiografiche sulla conferenza in Crimea sono state fin dall'epoca dei fatti ampiamente discordanti.

Interpretazioni contrarie

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Il giornalista e storico italiano Indro Montanelli ha pesantemente criticato le conclusioni della conferenza di Jalta, accusando Roosevelt di aver lasciato che l'URSS estendesse la sua influenza all'Europa orientale senza provare ad opporsi:

«Su Jalta non si è mai smesso di discutere. Gli ammiratori di Roosevelt - e sono tanti, non solo in America - sostengono che a Jalta, poi, in fondo non successe nulla. Non è vero, essi dicono, che l'Occidente "vendette" alla Russia mezza Europa: a prendersela aveva già provveduto l'Armata Rossa. Ed è vero. Ma è altrettanto vero che Jalta, contentandosi di un generico impegno di Stalin a rispettare la volontà dei popoli, gli diede via libera e "regalò", come ha scritto Will, "alle baionette sovietiche una rispettabile fodera di pergamena.»

Proseguiva:

«Roosevelt aveva salvato l'Europa dal nazismo: nessuno potrà mai disconoscergli questo merito. Ma lo aveva fatto per odio del nazismo, non per amore dell'Europa. Detestava il vecchio continente, Inghilterra compresa, non vedeva l'ora di ridimensionarlo a un ruolo di comprimario spogliandolo dei suoi possedimenti coloniali, ed era pronto a sacrificarlo - come fece - all'ingordigia di terre e di dominio del satrapo sovietico, per il quale stravedeva. C'è da chiedersi se avrebbe potuto resistergli: la bomba atomica non era ancora scoppiata. Ma è accertato che non fece nemmeno il tentativo. Qualcuno dice che non ne aveva più la forza, malato com'era (morì due mesi dopo). Ma prove di fermezza non ne aveva date nemmeno prima, nemmeno quando i sovietici avevano calato il sipario, o meglio il sudario, sulla Polonia, sottraendola anche allo sguardo dell'Occidente.»

Montanelli concludeva con la seguente constatazione:[109]

«... basta essere onesti per riconoscere che con essi l'Occidente si arrese all'Unione Sovietica consentendole di accaparrarsi mezza Europa e di spegnervi quelle libertà, per difendere le quali esso era sceso in guerra contro il nazismo. Nessuno può negare né sminuire l'importanza di Jalta. Essa fu una tappa e una svolta nella storia di questo secolo. È giusto, a quarant'anni di distanza, ricordarla. I sovietici, come un fasto. Noi occidentali, come un lutto.»

Questa tesi storiografica è tuttora condivisa e articolata da altri storici, come il giornalista britannico Paul Johnson,[110] e intellettuali di area conservatrice anglosassone, ad esempio Ann Coulter.

Joachim Fest ha ugualmente criticato Roosevelt,[111]

«Jalta... fu certo un tradimento, il tradimento di metà dell'Europa. E una leggenda. Di cui nel dopoguerra dell'Europa divisa, alcuni statisti, come il generale de Gaulle, furono propagandisti assidui... È la questione chiave: quel compromesso tra le democrazie occidentali e Stalin non era inevitabile. Washington e Londra non erano obbligate dalla situazione a cedere al Cremlino l'intera Europa orientale. A guerra in corso avevano ancora in pugno un formidabile strumento di pressione: le forniture militari soprattutto statunitensi, senza cui l'Armata rossa non avrebbe potuto combattere e avanzare. Se solo avessero minacciato il blocco delle forniture, la Storia avrebbe forse preso un corso diverso. Non lo fecero, per cecità. Non capisco come fu così cieco anche Churchill.»

Interpretazioni favorevoli

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A queste interpretazioni fortemente critiche dell'andamento e delle conclusioni della conferenza si contrappongono le valutazioni di altre correnti storiografiche. Lo storico belga Jacques Pauwels evidenzia in primo lungo che alla vigilia della conferenza la situazione strategica in Europa appariva estremamente favorevole all'Unione Sovietica. Con l'Armata Rossa a 80 chilometri da Berlino e gli anglo-americani ancora fermi sul confine tedesco occidentale, sembrava probabile che i sovietici avrebbero occupato in breve tempo non solo Berlino e il territorio tedesco orientale, ma addirittura l'intera Germania.[112] Lo stesso generale Douglas MacArthur aveva previsto che l'Unione Sovietica avrebbe dominato l'intera Europa al termine della guerra.[113] Secondo questa interpretazione quindi, i capi anglo-americani si recarono a Jalta non per mettere in discussione l'influenza sovietica in Europa orientale, ma soprattutto per scongiurare l'eventualità di dover cedere anche tutta la Germania; avendo ottenuto da Stalin assicurazioni sulla divisione della Germania in zone di occupazione e sull'assegnazione della parte più ricca del territorio tedesco agli occidentali, essi si ritennero molto soddisfatti e favorevolmente colpiti dalla ragionevolezza del dittatore sovietico[114]. Stalin infatti non solo confermò il suo consenso alla divisione della Germania in zone di occupazione ma approvò anche il piano di zone separate dentro Berlino. Secondo lo storico belga, il dittatore sovietico fece queste concessioni perché consapevole della debolezza di fondo del suo paese stremato dalla lunga guerra e assolutamente non in grado di affrontare con le armi le potenze anglosassoni che peraltro avrebbero dato una nuova dimostrazione della loro potenza pochi giorni dopo con il bombardamento di Dresda.[115] Stalin quindi verosimilmente arrestò i suoi carri armati a 80 chilometri da Berlino per non irritare gli occidentali e favorire una compensazione che garantisse all'Unione Sovietica l'obiettivo realistico di una sua sfera di influenza e sicurezza in Europa centro-orientale, rinunciando alla parte più ricca della Germania.[116]

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Stalin e Roosevelt durante la conferenza.

Henry Kissinger, in L'arte della diplomazia, evidenzia come al momento dei fatti nei circoli politici e nell'opinione pubblica occidentale non ci fosse affatto preoccupazione per l'espansionismo sovietico; al contrario dopo la conferenza predominò un grande ottimismo, il presidente Roosevelt apparve pienamente soddisfatto ed espresse al Congresso la sua convinzione che fossero state poste le basi di un'era di "pace permanente" che avrebbe superato definitivamente i concetti diplomatici classici dell'equilibrio delle forze e delle sfere d'influenza.[117] Paradossalmente la preoccupazione principale dei dirigenti statunitensi in questo periodo era che una malattia o un evento imprevisto accadesse a Stalin e privasse l'Unione Sovietica della sua guida.[117] I dirigenti statunitensi erano sicuri di aver trovato in Stalin un "capo moderato", in grado di "comportarsi ragionevolmente" e che "non avrebbe creato complicazioni".[117] Si temevano al contrario i cosiddetti "duri" del Cremlino che avrebbero potuto sostituire in futuro Stalin e dimostrarsi molto meno "ragionevoli".[117]

Andrea Graziosi afferma che il comportamento di Roosevelt è forse criticabile per la sua passiva accettazione delle richieste sovietiche riguardo all'Europa orientale e alla Polonia in particolare, ma lo storico evidenzia come la realtà concreta sul terreno, con l'Armata Rossa che occupava militarmente quei territori, rendesse problematico porre intralci all'azione di Stalin. La situazione in Europa era stata determinata dall'andamento della guerra e dal ruolo decisivo dell'Armata Rossa che dal 1941 al 1945 aveva svolto il ruolo preponderante nella lotta contro la Germania nazista.[118]

Mihail Geller e Aleksandr Nekrič ribadiscono che solo con la forza e un nuovo conflitto militare le potenze occidentali avrebbero potuto contendere i territori dell'Europa orientale che l'Armata Rossa aveva ormai saldamente occupato nel febbraio 1945. In questa situazione essi ritengono che Roosevelt realisticamente considerò preferibile consolidare la collaborazione con Stalin e l'Unione Sovietica per due scopi principali: garantire una pace permanente nel mondo del dopoguerra e ottenere l'aiuto sovietico nella guerra contro il Giappone.[119] Il presidente statunitense sarebbe stato molto meno interessato alla sorte dei popoli orientali,[119] per i quali egli peraltro, secondo lo storico statunitense John L. Harper, provava poca comprensione, essendo stati essi alleati della Germania nazista durante il conflitto.[120] Roosevelt inoltre era anche poco propenso ad aiutare la Polonia, il cui comportamento egoistico prima del 1939 egli aveva criticato fortemente.[120]

Giuseppe Boffa, nella sua Storia dell'Unione Sovietica, valuta in modo sostanzialmente positivo le conclusioni della conferenza di Jalta; egli afferma che le discussioni raggiunsero risultati concreti e consolidarono la "Grande Alleanza", permettendo di concludere vittoriosamente la guerra e distruggere definitivamente il Nazismo.[121] Egli afferma inoltre che tutte e tre le grandi potenze, compresa l'Unione Sovietica, fecero importanti concessioni. In ultima analisi anche Boffa afferma che i risultati della conferenza rifletterono "i mutamenti reali e profondi che la guerra aveva provocato nei rapporti di forza mondiali".[121]

Giorgio Vitali, nella sua biografia di Roosevelt, cerca di chiarire il comportamento del presidente a Jalta; l'autore sottolinea come il principale interesse di Roosevelt risiedesse nella definizione dei caratteri della nuova Organizzazione delle Nazioni Unite in cui egli vedeva il pilastro su cui fondare e mantenere l'assoluta supremazia globale statunitense.[122] Su questo argomento egli di fatto ottenne il consenso di Stalin, che già in precedenza aveva approvato in linea di principio le decisioni di politica economica di Bretton Woods (conferenza di Bretton Woods del 1°-22 luglio 1944) che sancivano concretamente il predominio planetario degli Stati Uniti attraverso il sistema monetario. Il secondo punto decisivo per Roosevelt era il concorso dell'Unione Sovietica alla guerra con il Giappone; privo di certezza sull'efficacia della bomba atomica, il presidente doveva affidarsi al parere dei suoi esperti militari, come il generale Douglas MacArthur, che ritenevano essenziale per limitare le perdite e affrettare la vittoria nel Pacifico, l'intervento in Manciuria di un grande esercito sovietico.[123] In conclusione, secondo Vitali, Roosevelt si sarebbe comportato a Jalta in modo freddamente realistico: egli avrebbe mirato ad un mondo "equamente spartito fra due sole potenze egemoni, Stati Uniti e Unione Sovietica", in cui l'organizzazione delle Nazioni Unite e la schiacciante superiorità economica avrebbe garantito una pax americana; a questo scopo diveniva inutile accentuare i contrasti con i sovietici sull'Europa, liberata dai suoi "piccoli, barbari, dittatori", o assecondare il conservatorismo britannico, la cui politica colonialista Roosevelt aveva sempre aspramente criticato.[124]

Le scelte politiche e le azioni di Stalin nella conferenza sono state analizzate da molti autori; Gianni Rocca ritiene che il dittatore sovietico mirasse con assoluta priorità a garantire per un lungo periodo di tempo la sicurezza dell'Unione Sovietica, garantendosi un ampio territorio di influenza diretta sostenuto dai suoi eserciti; egli rinunciava in questo modo sia a intraprendere una lotta rivoluzionaria mondiale sia a rafforzare e perpetuare una solida alleanza con le potenze occidentali.[125] Rocca afferma peraltro che Stalin non si sottrasse al clima amichevole tra i tre grandi e manifestò esplicitamente la speranza di un mantenimento della Grande Alleanza anche dopo la fine della guerra.[126]

L'autorevole storica statunitense Diane Shever Clemens, autrice di uno degli studi più completi ed equilibrati dedicati alla conferenza, afferma, in contrasto con le interpretazioni degli storici conservatori, che in realtà il cosiddetto "spirito di Jalta", messo rapidamente da parte dai politici anglosassoni, avrebbe potuto assicurare un periodo di pace e collaborazione amichevole tra le grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale.[127] La Clemens afferma nelle sue conclusioni che il mondo della guerra fredda non fu una conseguenza di Jalta ma al contrario sorse in contrasto con le scelte politiche delineate nella conferenza in Crimea.[127]

L'autrice assegna la responsabilità di aver messo da parte lo "spirito di Jalta", soprattutto ai dirigenti politici anglo-americani; mentre nella conferenza Roosevelt, Churchill e i loro collaboratori ricercarono e in gran parte trovarono soluzioni di compromesso che salvaguardavano il prestigio e gli interessi dell'Unione Sovietica, assegnandogli il giusto riconoscimento per l'enorme contributo alla vittoria; successivamente i politici statunitensi rimisero in discussione le principali intese raggiunte.[128] La Clemens afferma che furono gli statunitensi che nei mesi dopo Jalta cercarono di modificare le clausole sulle zone di occupazione in Germania, cambiarono il loro punto di vista sugli accordi raggiunti sulla Polonia, intralciarono e bloccarono gli accordi sulle riparazioni.[128] Furono queste azioni politiche che, secondo la Clemens, indussero Stalin a sua volta a reagire con misure unilaterali.[128] La Clemens conclude che Roosevelt e Churchill furono in grado a Jalta di mettere da parte atteggiamenti moralistici antisovietici e complessi di superiorità e quindi riuscirono per un breve momento a sviluppare una proficua cooperazione; abbandonando gli accordi di Jalta, i dirigenti statunitensi, temendo che i sovietici cercassero di avvantaggiarsi "a spese degli Stati Uniti", "formularono una previsione che fecero di tutto per realizzare".[129]

  1. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 5-6
  2. ↑ Giancarlo Giordano, Storia della politica internazionale: 1870/1992, F. Angeli, 1994, p. 271, ISBN 978-88-204-8488-0. URL consultato il 12 settembre 2023.
  3. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 350-353
  4. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp. 315-320.
  5. ↑ D. S. Clemens, pp. 351-353.
  6. 1 2 3 D.S. Clemens, Yalta, p. 75.
  7. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 81-82.
  8. ↑ D.S. Clemens, Yalta, p. 83.
  9. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 83-84.
  10. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp. 20-21.
  11. 1 2 D.S. Clemens, Yalta, pp. 84-85.
  12. ↑ D.S. Clemens, Yalta, p. 86.
  13. ↑ D.S. Clemens, Yalta, p. 131.
  14. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 132-133.
  15. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, p. 183.
  16. ↑ D.S. Clemens, Yalta, p. 134.
  17. ↑ D.S. Clemens, Yalta, p. 136.
  18. 1 2 3 E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, p. 140.
  19. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp. 43-44.
  20. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 120-124.
  21. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, pp. 167-172.
  22. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, p. 248.
  23. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 96-97.
  24. ↑ D.S. Clemens, Yalta, p. 97.
  25. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, pp. 99-110.
  26. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, p. 110.
  27. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 100-101.
  28. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 102-108.
  29. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 108-109.
  30. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, p. 222.
  31. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 101-102.
  32. ↑ D.S. Clemens, Yalta, p. 111.
  33. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp. 22-23.
  34. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, p. 250.
  35. ↑ G. Boffa, Storia dell'unione Sovietica, vol. II, pp. 250-251.
  36. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, p. 253.
  37. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, pp. 251-254.
  38. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, pp. 254-255.
  39. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, p. 256.
  40. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, pp. 256-257.
  41. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vo. 7, pp. 137-138.
  42. ↑ J. McGregor Burns, Roosevelt, p. 698.
  43. ↑ J. McGregor Burns, Roosevelt, pp. 698-699.
  44. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, p. 148.
  45. ↑ G. Vitali, Franklin Delano Roosevelt, pp. 305-306.
  46. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 7-13.
  47. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, p. 257.
  48. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 26-27. In questa fase il governo in esilio e il generale Władysław Anders in particolare parlavano di combattere i sovietici dopo la resa della Germania, Churchill esasperato avrebbe replicato: "Se volete conquistare la Russia, vi lasceremo da soli a farlo. Mi pare di essere in una gabbia di matti!".
  49. 1 2 G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, pp. 257-258.
  50. ↑ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 235-240 e 267-268.
  51. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, pp. 139-140.
  52. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, pp. 258-259.
  53. ↑ G. Boffa, Storia dell'unione Sovietica, vol. II, pp. 258-259.
  54. ↑ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 381-382.
  55. ↑ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 386-390.
  56. 1 2 G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, p. 259.
  57. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, p. 260.
  58. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vil. II, p. 260.
  59. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, pp. 260-261.
  60. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, p. 261.
  61. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 6, pp. 39-40.
  62. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, pp. 121-123.
  63. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, pp. 123-128.
  64. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol II, p. 261.
  65. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, pp. 261-262.
  66. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, p. 262.
  67. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, pp. 262-263.
  68. ↑ J. Erickson, The road to Berlin, p. 156.
  69. ↑ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. II, pp. 185.
  70. ↑ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 156-159.
  71. 1 2 J. Erickson, The road to Berlin, p. 478.
  72. ↑ D.S. Clemens, Yalta, p. 143.
  73. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 143-144.
  74. ↑ J. Erickson, The road to Belin, p. 479.
  75. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp. 50-52.
  76. ↑ E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. 7, p. 141.
  77. ↑ J. Erickson, The road to Berlin, pp. 479-480.
  78. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 148-149.
  79. ↑ D.S. Clemens, Yalta, p. 149.
  80. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 149-150.
  81. ↑ D.S. Clemens, Yalta, p. 152.
  82. ↑ D.S. Clemens, Yalta, p. 153.
  83. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 154-155.
  84. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp. 53-54.
  85. ↑ L. Riccardi, Yalta, p. 54.
  86. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp. 54-55.
  87. ↑ D.S. Clemens, Yalta pp. 159-160.
  88. ↑ D.S. Clemens, Yalta p. 160.
  89. ↑ D.S. Clemens, Yalta pp. 160-161.
  90. ↑ D.S. Clemens, Yalta p. 163.
  91. 1 2 3 D.S. Clemens, Yalta pp. 162-163.
  92. 1 2 J. Lopez/L. Otkhemezuri, Žukov. Il martello dell'est, p. 625.
  93. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 171-173.
  94. ↑ D.S. Clemens, Yalta, pp. 174-175.
  95. ↑ L. Riccardi, Yalta, p. 109.
  96. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp. 112-113.
  97. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp. 114-115.
  98. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp.124-125.
  99. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp.125-126.
  100. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp.126-127.
  101. ↑ L. Riccardi, Yalta, p. 127.
  102. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp.127-128.
  103. ↑ L. Riccardi, Yalta, pp.128-130.
  104. ↑ L. Riccardi, Yalta, p. 131.
  105. ↑ D. S. Clemens, Yalta, pp. 180-183.
  106. ↑ Crockatt, pp. 67-70.
  107. 1 2 Sergio Romano, Il mito di Yalta e la storia della Guerra fredda, in Corriere della Sera, 25 novembre 2006. URL consultato il 16 marzo 2022.
  108. ↑ Quale sarebbe il piano americano - le ire di De Gaulle per il mancato invito, in La Stampa, 7 febbraio 1945, p. 1.
  109. ↑ Jalta, 4 febbraio 1985, editoriale sul il Giornale. Ora in Indro Montanelli, La stecca nel coro. 1974-1994: una battaglia contro il mio tempo, a cura di Eugenio Melani, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 1999, pp. 305-307, ISBN 978-88-17-86284-4.
  110. ↑ (EN) Great, yes, but not the greatest. Paul Johnson reviews Franklin Delano Roosevelt by Conrad Black, in The Daily Telegraph, 24 novembre 2003. URL consultato il 16 marzo 2022.
  111. ↑ Joachim Fest, Così l'Europa finì divisa, in la Repubblica, 28 gennaio 2005, p. 45. URL consultato il 16 marzo 2022.
  112. ↑ Pauwels, pp. 102-103.
  113. ↑ Pauwels, p. 102.
  114. ↑ Pauwels, p. 104.
  115. ↑ Pauwels, pp. 111-115.
  116. ↑ Pauwels, pp. 107-108.
  117. 1 2 3 4 Kissinger, p. 319.
  118. ↑ Graziosi, p. 553.
  119. 1 2 Geller e Nekrič, p. 487.
  120. 1 2 Harper, p. 55.
  121. 1 2 Boffa, vol. 3, p. 287.
  122. ↑ Vitali, pp. 317-320.
  123. ↑ Vitali, pp. 321-323.
  124. ↑ Vitali, pp. 324-325.
  125. ↑ Rocca, p. 335.
  126. ↑ Rocca, pp. 337-338.
  127. 1 2 Clemens, p. 353.
  128. 1 2 3 Clemens, p. 352.
  129. ↑ Clemens, pp. 351-352.
  • Eddy Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. VII, De Agostini, 1971, ISBN non esistente.
  • Giuseppe Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, Milano, Mondadori, 1979.
  • James McGregor Burns, Roosevelt 1940-1945, traduzione di Augusta Mattioli, Milano, dall'Oglio, editore, 1972.
  • Diane Shaver Clemens, Yalta, traduzione di Manuela Disegni, Collana Piccola Biblioteca n.254, Torino, Einaudi, 1975 [1970].
  • Richard Crockatt, Cinquant'anni di guerra fredda, traduzione di L. Cecchini, Collana Periscopio, Salerno Editore, 1997, ISBN 9788884022134.
  • (EN) John Erickson, The road to Berlin, Londra, Cassell, 2002, ISBN 0-304-36540-8.
  • Mihail Geller e Aleksandr Nekrič, Storia dell'URSS dal 1917 a oggi, Collana Storica, Milano, Rizzoli, 1984.
  • Andrea Graziosi, L'Urss di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione Sovietica, 1914-1945, Collana Storica Paperbacks, Bologna, Il Mulino, 2010, ISBN 9788815137869.
  • John L. Harper, La guerra fredda. Storia di un mondo in bilico, traduzione di Maria Luisa Bassi, Collana Storica Paperbacks, Bologna, Il Mulino, 2017, ISBN 9788815273222.
  • Henry Kissinger, L'arte della diplomazia, traduzione di G. Arduin, Collana Saggi, Milano, Sperling & Kupfer, 1996, ISBN 978-88-200-2099-6.
  • Jacques R. Pauwels, Il mito della guerra buona, traduzione di Silvio Calzavarini, Roma, Datanews, 2003, ISBN 9788879812276.
  • Luca Riccardi, Yalta. I tre grandi e la costruzione di un nuovo sistema internazionale, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2021, ISBN 978-88-498-4453-5.
  • Gianni Rocca, Stalin. quel "meraviglioso georgiano", Collana Le scie, Milano, Mondadori, 1988.
  • Giorgio Vitali, Franklin Delano Roosevelt. Dal New Deal a Yalta, Milano, Mursia, 1991.

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