Governo provvisorio della Toscana
Governo provvisorio della Toscana è la denominazione attribuita a due distinte amministrazioni transitorie che esercitarono il governo della Toscana in periodi di crisi politico-militare.
Il primo governo provvisorio fu costituito nel 1799, durante le guerre rivoluzionarie francesi, ma ebbe breve durata e fu rovesciato in seguito alla restaurazione del governo granducale operata dalle armate austro-russe.
Il secondo governo provvisorio amministrò il territorio del Granducato di Toscana per circa ventidue mesi, dal 1859 fino alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1861.
1799
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Il Granducato di Toscana, governato dal granduca Ferdinando III di Toscana, riuscì inizialmente a mantenere una posizione di neutralità durante la prima coalizione antifrancese. Tale politica gli consentì di evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto e di concludere nel 1795 un accordo di pace con la Prima Repubblica francese, mentre nel 1797 autorizzò il passaggio delle truppe del generale Napoleone Bonaparte dirette verso l'Italia settentrionale.[1][2]
L'equilibrio politico venne meno con la ripresa delle guerre rivoluzionarie. Dopo la proclamazione della Repubblica Romana e della Repubblica Napoletana, la Toscana rimase l'unico grande Stato dell'Italia centrale ancora governato dalla Casa d’Asburgo-Lorena. La formazione della seconda coalizione e la ripresa delle ostilità portarono quindi all'occupazione militare francese del Granducato nel marzo 1799, costringendo Ferdinando III ad abbandonare Firenze e a rifugiarsi a Vienna.[3][4]
Il 25 marzo 1799 il commissario del Direttorio francese Charles-Frédéric Reinhard costituì un governo provvisorio della Toscana, affidandone la presidenza ad Alessandro Rivani. Il nuovo esecutivo, pur operando sotto la diretta tutela dell'autorità militare francese, mantenne in larga parte l'apparato amministrativo granducale, riorganizzandolo secondo i principi della Repubblica francese e istituendo municipalità provvisorie nelle principali città del territorio.[5][6]
L'esperienza del governo provvisorio ebbe tuttavia vita breve. Già nel maggio 1799 la crescente opposizione all'occupazione francese sfociò in una vasta insorgenza popolare, nota come movimento del Viva Maria, sviluppatasi soprattutto ad Arezzo e rapidamente estesasi a gran parte della Toscana.[7][8]
L'avanzata delle armate austro-russe della seconda coalizione determinò il rapido collasso dell'amministrazione filofrancese. Il 5 luglio 1799 Firenze venne abbandonata dalle truppe francesi e il governo provvisorio cessò di esistere; nei giorni successivi fu restaurata l'autorità granducale in nome di Ferdinando III.[9][10]
1859
[modifica | modifica wikitesto]Contesto
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Bandiera di Stato (propriamente dei Consolati) e della Marina mercantile del Governo provvisorio toscanoIl Granducato di Toscana, uno dei principali Stati italiani preunitari, era retto dal 1737 dalla dinastia degli Asburgo-Lorena, succeduta ai Medici in virtù degli accordi internazionali conclusi al termine della guerra di successione polacca. Il duca di Lorena Francesco Stefano di Lorena, futuro imperatore del Sacro Romano Impero, rinunciò infatti ai propri domini ereditari ottenendo in compenso il Granducato di Toscana, che fu assegnato come Stato separato dalla monarchia asburgica e destinato a un ramo cadetto della dinastia.[2][11]
Nel 1859 il Granducato era governato da Leopoldo II di Toscana, il quale, pur appartenendo alla Casa d'Asburgo-Lorena e mantenendo stretti legami dinastici con la corte di Vienna, aveva proseguito la tradizione riformatrice dei suoi predecessori, caratterizzata da una politica generalmente moderata, da un'amministrazione efficiente e da una legislazione considerata fra le più avanzate della penisola italiana.[12][13]
L'equilibrio politico del Granducato fu tuttavia profondamente modificato dalle rivoluzioni del 1848. Il 17 febbraio Leopoldo II concesse lo Statuto fondamentale, instaurando un regime costituzionale, e poche settimane dopo autorizzò l'invio di un corpo di spedizione toscano a fianco del Regno di Sardegna nella prima guerra d'indipendenza italiana.[14]
L'evoluzione degli avvenimenti, la crescente radicalizzazione del movimento democratico e le pressioni esercitate dall'Impero austriaco, unite ai moti insurrezionali scoppiati a Livorno, indussero però il granduca ad abbandonare Firenze il 30 gennaio 1849 e a rifugiarsi nella fortezza di Gaeta, sotto la protezione del Regno delle Due Sicilie.[12] Il suo ritorno sul trono, pochi mesi più tardi, fu reso possibile dall'intervento delle truppe austriache, circostanza che contribuì ad alimentare una crescente diffidenza nei confronti della dinastia lorenese da parte di una parte dell'opinione pubblica toscana e del movimento nazionale italiano.[15]
Alla vigilia della seconda guerra d'indipendenza italiana, sia il Regno di Sardegna sia l'Impero austriaco tentarono di ottenere l'appoggio degli altri Stati italiani. Leopoldo II, pur legato agli Asburgo da rapporti dinastici, ribadì la neutralità del Granducato, confidando che tale posizione fosse sufficiente a preservare la Toscana dal conflitto. La scelta, tuttavia, si rivelò presto insostenibile di fronte al rapido evolversi della situazione politica e militare nella penisola.[16][17]
Rivoluzione toscana
[modifica | modifica wikitesto]Nel Granducato erano attivi numerosi sostenitori della causa dell'unità nazionale, appartenenti a orientamenti politici differenti – liberali moderati, costituzionali, democratici, monarchici e mazziniani – e provenienti da gran parte delle classi dirigenti del paese, comprese importanti personalità dell'amministrazione civile e dell'esercito. Un ruolo di particolare rilievo fu svolto dal rappresentante diplomatico del Regno di Sardegna, Carlo Boncompagni, il quale mantenne stretti contatti con gli esponenti del movimento moderato toscano.[18][19]
La crisi precipitò il 23 aprile 1859, quando l'Impero austriaco notificò al Regno di Sardegna un ultimatum con il quale intimava il disarmo immediato dell'esercito piemontese. Il rifiuto del governo di Cavour determinò lo scoppio della seconda guerra d'indipendenza italiana.[20]
Negli stessi giorni, una parte degli ufficiali e dei soldati dell'esercito granducale manifestò apertamente la propria simpatia per la causa nazionale. Un proclama rivolto ai «fratelli toscani» auspicava infatti la partecipazione delle truppe del Granducato alla guerra contro l'Austria al fianco dell'esercito sardo, identificando esplicitamente nell'Italia la comune patria.[21]
Il 24 aprile, giorno di Pasqua, alcuni reparti schierati lungo il percorso del corteo granducale evitarono deliberatamente di rendere gli onori militari a Leopoldo II di Toscana, gesto che rese evidente il crescente malcontento presente anche all'interno delle forze armate.[18]
Nella notte tra il 25 e il 26 aprile il movimento nazionale intensificò la propria attività. In alcune caserme furono rimossi o distrutti simboli della dinastia lorenese e si susseguirono incontri fra gli esponenti del partito moderato, guidato da Bettino Ricasoli, e quelli democratici, nel tentativo di concordare una linea d'azione comune. Le trattative non portarono tuttavia a un accordo definitivo, permanendo profonde divergenze sugli obiettivi politici immediati e sull'atteggiamento da tenere nei confronti del granduca.[21]
Il 26 aprile l'Austria dichiarò guerra al Regno di Sardegna. Nella stessa notte, a Firenze, i principali esponenti del movimento favorevole all'unificazione decisero di promuovere una vasta manifestazione popolare per il giorno successivo e di predisporre la costituzione di una giunta provvisoria destinata ad assumere il governo del paese in caso di abbandono del potere da parte del sovrano.[18]
La mattina del 27 aprile una grande folla si radunò a Firenze, soprattutto nell'area di piazza Barbano, manifestando a favore dell'alleanza con il Piemonte e contro l'Impero austriaco. Contemporaneamente, numerosi reparti dell'esercito granducale chiesero che il tricolore italiano sostituisse la bandiera lorenese e che la Toscana prendesse parte al conflitto contro l'Austria.[21]
Riunito a Palazzo Pitti con i propri ministri, Leopoldo II tentò un'estrema mediazione incaricando il principe Neri Corsini di avviare trattative con i rappresentanti del movimento nazionale. Le condizioni poste da questi ultimi — fra cui la sostituzione del ministero, l'allontanamento dei principali ufficiali ritenuti ostili alla causa italiana, l'alleanza militare con il Piemonte e il comando dell'esercito affidato al generale Girolamo Calà Ulloa — furono giudicate inaccettabili dal granduca.[18]
Nel pomeriggio del 27 aprile 1859 Leopoldo II lasciò Firenze insieme alla famiglia granducale dirigendosi verso Bologna. Pur abbandonando il Granducato, non sottoscrisse alcun atto di abdicazione, limitandosi a sospendere l'esercizio del proprio governo. Tale circostanza rese necessario procedere alla costituzione di un'autorità provvisoria che assumesse la guida dello Stato.[19][21]
Istituzione del governo provvisorio
[modifica | modifica wikitesto]Constatata l'assenza di un'autorità governativa dopo la partenza del granduca, nella serata del 27 aprile 1859 il municipio di Firenze assunse provvisoriamente l'iniziativa politica e nominò un Governo provvisorio composto da Ubaldino Peruzzi, Vincenzo Malenchini e Alessandro Danzini, cui fu affidata l'amministrazione dello Stato fino alla definizione del nuovo assetto istituzionale.[18][21]
Il giorno seguente il nuovo governo deliberò di offrire la dittatura a Vittorio Emanuele II di Savoia, ritenendo che un'immediata unione personale con il sovrano piemontese avrebbe rafforzato la posizione internazionale della Toscana e favorito la guerra contro l'Impero austriaco. Il re, tuttavia, preferì non accettare direttamente l'incarico, sia per evitare complicazioni diplomatiche con la Francia di Napoleone III, sia per non compromettere gli equilibri ancora incerti del conflitto appena iniziato.[19][20]
Vittorio Emanuele II si limitò pertanto ad assumere la protezione politica del Governo provvisorio, nominando proprio commissario straordinario in Toscana Carlo Boncompagni, già ministro del Regno di Sardegna e suo rappresentante diplomatico presso la corte granducale.[21]
Giunto a Firenze, Boncompagni tentò inizialmente di costituire un governo composto prevalentemente da tecnici e funzionari estranei alle principali correnti politiche, ma l'iniziativa non ebbe successo. L'11 maggio 1859 affidò pertanto la formazione del ministero a personalità appartenenti alla classe dirigente toscana: Bettino Ricasoli assunse il dicastero dell'interno, Cosimo Ridolfi quello degli affari esteri e della pubblica istruzione, Enrico Poggi quello degli affari ecclesiastici e di grazia e giustizia, Raffaele Busacca le finanze, il commercio e i lavori pubblici, mentre il piemontese Paolo De Cavero fu posto a capo del Ministero della guerra.[21][22]
Il comando dell'esercito toscano fu affidato al generale Girolamo Calà Ulloa, già ufficiale dell'esercito borbonico e figura di prestigio del movimento nazionale italiano, cui spettò il compito di riorganizzare le forze armate granducali e predisporne l'impiego nella guerra contro l'Austria.[19][21]
Evoluzione
[modifica | modifica wikitesto]Dal punto di vista del diritto internazionale la Toscana continuava formalmente a costituire un Granducato autonomo. Il 21 luglio 1859 Leopoldo II di Toscana, rifugiatosi presso la corte imperiale austriaca, abdicò in favore del figlio Ferdinando IV di Toscana, il quale, tuttavia, non assunse mai effettivamente il governo dello Stato né rinunciò formalmente ai propri diritti dinastici.[15][19]
Uno dei primi provvedimenti adottati dal Governo provvisorio riguardò la riorganizzazione delle forze armate. Con decreto del 5 maggio 1859 l'esercito granducale venne profondamente riformato e articolato secondo il modello piemontese, mediante la costituzione di sette nuovi reggimenti di fanteria:
- 1º Reggimento di linea, formato dal VII e IX battaglione di linea granducale;
- 2º Reggimento di linea, formato dal V e X battaglione di linea;
- 3º Reggimento di linea, formato dal VI e VIII battaglione di linea;
- 4º Reggimento di linea, formato dal I e III battaglione di linea;
- 5º Reggimento di linea, formato dal II e IV battaglione di linea;
- 6º Reggimento di linea, costituito sul preesistente 1º Reggimento Cacciatori;
- Reggimento Granatieri, costituito sul battaglione Veliti granducale.[21]
Il 23 maggio 1859 un contingente del V Corpo d'armata francese, al comando del principe Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte, sbarcò a Livorno per assicurare la difesa della Toscana da un'eventuale offensiva austriaca e presidiare i principali valichi appenninici.[19][22]
Il 29 maggio il Governo provvisorio dichiarò ufficialmente l'adesione della Toscana all'alleanza militare con il Regno di Sardegna e con la Francia nella guerra contro l'Impero austriaco. Due giorni più tardi il principe Napoleone lasciò Livorno per raggiungere il fronte lombardo insieme alle truppe francesi e ai volontari toscani guidati dal generale Girolamo Calà Ulloa.[21]
La conclusione dell'armistizio di Villafranca, sottoscritto l'11 luglio 1859 tra Francia e Austria, modificò profondamente il quadro politico. Venuta meno la funzione straordinaria del commissario regio, il 1º agosto Carlo Boncompagni rimise i propri poteri al Consiglio dei ministri presieduto da Bettino Ricasoli, che assunse la direzione del Governo provvisorio con maggiore autonomia rispetto al Regno di Sardegna.[19][23]
Nel frattempo il governo intraprese una progressiva opera di armonizzazione delle istituzioni toscane con quelle piemontesi. Furono adottati numerosi provvedimenti amministrativi, finanziari e militari destinati a preparare l'integrazione nel futuro Stato unitario, tra cui l'introduzione dello stemma di Casa Savoia negli atti ufficiali, l'avvio della sostituzione della monetazione granducale con la lira sarda e il potenziamento della rete ferroviaria regionale, ritenuta essenziale tanto per lo sviluppo economico quanto per le esigenze strategiche del nuovo assetto politico.[15][23]
Annessione e scioglimento
[modifica | modifica wikitesto]L'11 e il 12 marzo 1860 si svolsero i plebisciti per decidere il futuro assetto istituzionale della Toscana. Agli elettori venne sottoposto il quesito sull'unione al Regno di Sardegna, sotto la monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II di Savoia, oppure sul mantenimento di un regno separato. Il risultato fu largamente favorevole all'annessione: si registrarono infatti 366 571 voti favorevoli e 14 925 contrari, cui si aggiunsero 4 949 schede dichiarate nulle.[19][24]
La Suprema Corte di cassazione di Firenze proclamò ufficialmente l'esito del plebiscito il 15 marzo 1860. Pochi giorni dopo, il 22 marzo, fu emanato il decreto che sancì l'annessione della Toscana al Regno di Sardegna. Contestualmente Eugenio Emanuele di Savoia-Villafranca fu nominato luogotenente generale del Re nelle Province Toscane, mentre Bettino Ricasoli assunse la carica di governatore generale, mantenendo la direzione del governo locale durante la fase di transizione amministrativa.[15][23]
L'integrazione della Toscana nel sistema amministrativo piemontese avvenne in maniera graduale. Pur entrando a far parte del Regno di Sardegna il 22 marzo 1860, la regione conservò temporaneamente un ordinamento autonomo, con proprie istituzioni e una distinta organizzazione amministrativa, che continuarono a operare fino alla vigilia della proclamazione del Regno d'Italia.[23]
Con la legge n. 4498 del 17 dicembre 1860, il governo sabaudo dispose l'unificazione amministrativa delle Province Toscane con gli altri territori annessi nel corso del 1859 e del 1860, ponendo le basi del futuro ordinamento del nuovo Stato nazionale.[25] L'assetto transitorio cessò definitivamente il 14 febbraio 1861, quando le amministrazioni locali furono ricondotte all'ordinamento unitario in vista della prima riunione del Parlamento nazionale, convocata a Torino il 18 febbraio successivo.[26]
La definitiva assimilazione della Toscana nelle strutture amministrative del nuovo Regno d'Italia proseguì anche nei mesi successivi attraverso una serie di provvedimenti legislativi culminati nel regio decreto n. 274 del 9 ottobre 1861, che completò il riordinamento amministrativo delle province già appartenute al Granducato.[27]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Furio Diaz, Il Granducato di Toscana. I Medici, Torino, UTET, 1987.
- 1 2 Toscana, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- ↑ Franco Della Peruta, L'Italia napoleonica, Roma, Editori Riuniti, 1997.
- ↑ Ferdinando III granduca di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- ↑ Franco Venturi, Settecento riformatore. Vol. V: L'Italia dei lumi (1764-1790), Torino, Einaudi, 1990.
- ↑ La Toscana nell'età delle rivoluzioni (PDF), su consiglio.regione.toscana.it, Consiglio regionale della Toscana. URL consultato il 6 agosto 2026.
- ↑ Antonio Capone, Il Viva Maria. Insorgenze antigiacobine in Toscana (1799), Firenze, Olschki, 2010.
- ↑ Viva Maria, in Dizionario di Storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- ↑ Michael Broers, Napoleon's Other War: Bandits, Rebels and their Pursuers in the Age of Revolutions, Oxford, Peter Lang, 2010.
- ↑ Tuscany, su World Statesmen. URL consultato il 6 agosto 2026.
- ↑ Francesco I imperatore, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- 1 2 Leopoldo II granduca di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- ↑ Furio Diaz, Il Granducato di Toscana. I Lorena dalla Reggenza alle riforme, Torino, UTET, 1988.
- ↑ Ermolao Rubieri, Storia intima della Toscana dal 1º gennaio 1859 al 30 aprile 1860, Firenze, Barbera, 1861.
- 1 2 3 4 Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano. Storia e testi, Roma-Bari, Laterza, 1999.
- ↑ Rosario Romeo, Cavour e il suo tempo. Volume III, Roma-Bari, Laterza, 1984.
- ↑ Seconda guerra d'indipendenza, in Dizionario di Storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- 1 2 3 4 5 Ermolao Rubieri, Storia intima della Toscana dal 1º gennaio 1859 al 30 aprile 1860, I, Firenze, Barbera, Bianchi e C., 1861.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 Rosario Romeo, Cavour e il suo tempo, III, Roma-Bari, Laterza, 1984.
- 1 2 Denis Mack Smith, Cavour, Milano, Rizzoli, 1988.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Enrico Poggi, Memorie storiche del Governo della Toscana dal 1859 al 1860, I, Pisa, Nistri, 1867.
- 1 2 Ermolao Rubieri, Storia intima della Toscana dal 1º gennaio 1859 al 30 aprile 1860, II, Firenze, Barbera, Bianchi e C., 1862.
- 1 2 3 4 Enrico Poggi, Memorie storiche del Governo della Toscana dal 1859 al 1860, II, Pisa, Nistri, 1868.
- ↑ Ermolao Rubieri, Storia intima della Toscana dal 1º gennaio 1859 al 30 aprile 1860, III, Firenze, Barbera, Bianchi e C., 1862.
- ↑ Atti del Parlamento Subalpino, Raccolta delle leggi del Regno di Sardegna. Anno 1860, Torino, Tipografia Reale, 1860.
- ↑ Rosario Romeo, Il Risorgimento in Sicilia, Roma-Bari, Laterza, 1982.
- ↑ Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, Anno 1861, Torino, Stamperia Reale, 1861.