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Umberto Ronca

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Umberto Ronca (1855 – 1930), professore universitario, latinista, grecista e provveditore agli studi italiano.

Cultura medioevale e poesia latina d'Italia nei secoli XI e XII

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  • Per parecchi secoli del Medio Evo gli uomini colti dell'Europa occidentale, fatta cristiana, espressero i loro pensieri, trasfusero i loro affetti in una lingua sola, comune a tutti, il latino. Era questa la lingua letteraria dell'Europa occidentale, organo del pensiero scientifico, degli interessi civili, politici, religiosi, delle tradizioni sacre e profane, degli entusiasmi ascetici e delle passioni d'ogni maniera. Di sotto ad essa gli umili volghi parlano dialetti romanzi o favelle del tutto diverse e proprie; liberi da tradizioni letterarie e da regole fattizie creano una poesia spontanea, nazionale che, voce sincera della loro anima, ne riflette le passioni, i sogni, gli ideali. Ma la Chiesa, succeduta nel dominio del mondo alla potenza di Roma, ha importanza sì grande e così vasta, penetra per tal modo tutta la vita, lega a sé tanti e sì vitali interessi che come distende la sua azione e il suo dominio sopra popoli di razza, di tradizioni, di civiltà diverse, così impone loro, continuando l'opera iniziata dall'impero, anco l'uso della lingua latina, divenutane lingua ufficiale.

Citazioni

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  • La letteratura latina del M. E. discende e per la materia e per la forma da due copiose scaturigini: la semitico-cristiana, e la pagana, che è in gran parte latina. Lungo il percorso dei secoli queste due grandi correnti, ora interamente divise, ora confuse insieme si mescolano, si confondono con elementi nuovi. Essi sono forniti da oscure tradizioni popolari che derivano dal fondo dei popoli barbari e dai grandi fatti che si vanno compiendo nella storia e talvolta elaborando fantasticamente nelle fervide imaginazioni dei popoli nuovi. Ciò, quindi, che importa conoscere e mettere in rilievo nella cultura dell'Europa latina e nella sua poesia che, per quanto selvaggia e assai spesso artificiosa, ne è sempre il fiore più bello, è appunto questo, cioè, quali relazioni essa abbia con l'elemento semitico-cristiano con la civiltà pagana con la vita contemporanea, con le leggende popolari profane, borghesi od eroiche, e con le letterature volgari. (vol. I, Introduzione, p. 31)
  • Le opere di Columella, di Seneca, di Plinio il maggiore sono piene di lamenti sulla decadenza dei costumi. La filosofia, massime la stoica, non è più per molti una indagine scientifica, speculativa o un vano esercizio di scuola, ma un conforto ai dolori, una specie di sacerdozio che prepara le anime a sostenere virilmente i colpi di fortuna, a vivere con dignità e a morire con sereno coraggio. Seneca inculca il principio che la filosofia non ha ad essere un esercizio declamatorio senza scopo morale; il suo compito è di rendere l'uomo migliore. Egli, al dire di Lattanzio, sebbene pagano parla di Dio come non avrebbe potuto con maggiore verità un Cristiano. (vol. I, Introduzione, pp. 32-33)
  • Proprio alla soglia del secolo XI appaiono per poco in Europa alla cima del mondo civile e religioso due figure storiche, le quali sembrano racchiudere in sé i germi d'un prossimo avvenire e ad esso per molti rispetti preludono. Ottone III, giovine imperatore, di sangue greco-germanico, di educazione greco-romana, desideroso di cultura classica, pieno la mente e infatuato di memorie antiche, vagheggia il sogno di rinnovare la gloria d'un impero romano mondiale. In ciò egli prosegue con giovanile entusiasmo l'opera dei suoi predecessori, intesi a resuscitare la vasta idea di una autorità imperiale alla romana e rinvigorisce quelle tendenze cesaree che si spiegheranno più tardi in lotta col principio e papale e repubblicano.
    Silvestro II, precursore di Gregorio VII, intende con fermezza di propositi alla riforma morale del clero, a rialzare la dignità e l'ufficio dei vescovi, svincolandoli dalla sottomissione regia, preludio delle imminenti lotte accanite tra tiara e corona. Egli primo, vaticinando le crociate, esorta la cristianità alla liberazione di Gerusalemme, e spirito libero, di gran lunga superiore al suo tempo, affine per certi rispetti agli umanisti del Rinascimento, è ricercato nelle più intime fibre dell'anima da una sete di sapere non interamente chiesastico. (vol. I, cap. I, pp. 203-204)
  • Cervello rozzo, impregnato di barbarie affatto medievale, è Donizone. Il suo sentimento non oltrepassa i confini del suo monastero; i suoi ideali sulla terra son tutti raccolti intorno alla sua signora e protettrice [Matilde di Canossa], e con lui ci avvolgiamo perennemente in mezzo a monaci che cantano in coro, a preti e vescovi che combattono per i diritti e gl'interessi della Chiesa, senza pur un lampo di vita civile, più largamente umana. Ben chiamò il Tosti «arida poesia» e «poema selvaggio» questo «heroicum Carmen» del rozzo monaco.[1] (vol. I, cap. V, p. 377)

Metrica e ritmica latina nel medio evo

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  • La tradizione della scuola continuò a ripetere le vecchie definizioni di metro e di ritmo, ma spesso affatto meccanicamente, senza comprenderne alcune volte l'intimo significato. Infatti, quando taluni grammatici vogliono aggiungere alcune dichiarazioni di lor capo, confondono stranamente il concetto originario di metro e di ritmo, sì che noi, se da una parte dobbiamo constatarne già oscurata, se non anco obliterata, la nozione genuina, dall'altra sorprendiamo che vi penetra già un'idea e un sentimento nuovo, del tutto estraneo all'antico. (p. 8)
  • Era fatale che il mondo pagano, anche senza influssi esterni, obbedendo a leggi intime del suo organismo, si trasmutasse in una forma nuova; gli attacchi violenti e mortali che gli vennero di fuori ne accelerarono la rovina. E codesti assalti gli vennero in gran parte da genti che vivevano fuori della sua orbita e della sua influenza. In religione dall'Oriente, in politica dal Settentrione, nella lingua e nella letteratura in sul principio segnatamente dall'Africa. Nella versificazione stessa i primi a romperla bruscamente con il passato, non sono romani o italiani, ma siri ed africani. Che appunto nel 3° secolo noi c'incontriamo pure ne' primi esempi di aperta rivolta al principio che fin allora aveva governato la versificazione classica, il quantitativo; e tra il secolo 3° e il 4° si gittano le basi d'un nuovo sistema, da cui scaturiranno le forme metriche più giovani e spontanee della poesia latina medievale. (pp. 15-16)
  • Il principio dominante della lingua e, per conseguenza, della poesia classica antica, é la quantità; ad essa é affatto subordinato l'accento, il quale, nei dialetti greci più che negli italici, aveva carattere di modulazione musicale. Ma quando l'accento prende ad acquistare maggior intensità o peso nella parola, allora comincia a scadere la quantità; fino a che, divenuto quello signore assoluto della parola, la quantità scomparisce in parte o in tutto dal dominio di essa. La lotta, adunque, é impegnata tra questi due elementi. (p. 35)

Note

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  1. ↑ L. Tosti, La contessa Matilde e i romani pontefici, Firenzo 1859. [N.d.A.]

Bibliografia

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