CESARE ANGELINI ADOLFO ALBERTAZZI
In C. Angelini,Cronachette di letteratura contemporanea,Bologna, Boni Editore, 1971, pp. 27-39.
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Il nome dell�Albertazzi compare poco sui libri di critici. Non � uno scrittore alla moda, e, forse, non lo sar� mai, per quel pi� di �letterario� che � in lui, educato alla scuola severa del Carducci.
Nel 1914, un tizio, capitato in Romagna, ne parl� su una rivista del luogo [Cesare Angelini, Adolfo Albertazzi, in La Romagna, XII, 1915, n. 3-4, ndr], piuttosto lunghettamente. Era forse il suo primo scritto per il pubblico; non pi� d�una incauta esercitazione in cui di buono non c�era che una ragionata e moderata simpatia per lo scrittore romagnolo di Castel San Pietro e un sentimento di gratitudine alla terra che lo ospitava.
Fatto � che quando, qualche anno dopo, qualcuno volle raccogliere per una collana un gruppo di novelle dell�Albertazzi, non trov� per la bibliografia che quel povero articolo, criticamente certo poco sostanziale.
Ma ora, dopo la guerra, le cose paion cambiate; e se le riviste e i giornali lo cercano e lo stampano, i critici ne parlano con riguardosa attenzione. Sappiamo che Papini e Pancrazi, in una ristampa dell�Antologia dei poeti d�oggi introdurranno anche il suo nome, dimenticato nella prima edizione.
Per fortuna il valore � una cosa diversa dal successo, e aveva ragione il Serra quando nel volumetto delle Lettere lo collocava in un posto che pareva dei primi, tra i carducciani.
Cos� si pu� dunque discorrere d�un Albertazzi scolaro del Carducci, ma d�uno scolaro che continua il maestro con elementi suoi, autentici e nuovi, col diritto d�essere giudicato in proprio. Il punto di partenza pu� essere il Carducci, ma l punto d�arrivo � lui, l�Albertazzi; tant�� vero che nella lezione imparata c�� sempre una proporzione di creazione.
� di vecchia data la sua fedelt� al maestro; da quando curava per Zanichelli l�edizione popolare delle sue opere in una quarantina di volumetti color mattone, che certo ebbero la loro parte di beneficio pratico nella diffusione della conoscenza del poeta. E anche oggi egli vien presentandolo sui giornali ora nella sua qualit� di scrittore ora in professione d�uomo. Gustosa fatica che � soddisfazione d�un debito che egli paga, in margine alla sua attivit� di novelliere.
E novelliere, fra i pi� validi della sua generazione, l�Albertazzi lo � per temperamento, per una felice e istintiva disposizione dello spirito, conservando lineamenti d�una asciuttezza e salute tutta italiana.
Il lettore conosce Il Zucchetto rosso (1910), Amore e Amore (1914), Il diavolo nell�ampolla (1918), Facce allegre (1920), dov�erano sempre almeno due o tre novelle da salvare, per limpidezza di concezione, per felice esecuzione, per novit� psicologica, per finitezza di contorni e sicura materia lessicale. Ora faccia conto che queste stesse qualit� — umorismo compreso — si siano mirabilmente ritemprate, e avr� l�ultimo Albertazzi, quello di Asini e compagnia, Sotto il sole, e Top (1922), in una scrittura che mantiene sempre una sua sicura altezza. Novelle costumate, senza divagazioni o vanit�; sorrette da un�austera legge d�economia, che fa di lui uno dei nostri scrittori pi� degni. (E se parleremo di stile, non pensate al cesello ma all�incisione.)
Vedete il cane dello zio Prospero o A Sant�Elpidio, dove, ammesso quel tanto di lirico che basta a coprirne lo scheletro narrativo, � mirabile la struttura lineare e compatta. L�Albertazzi non gioca mai col colore o col vocabolario: anzi, se al secondo ha messo, per cos� dire, un limite, quanto al primo s�impone una specie di decorosa povert�.
Per questo l�Albertazzi ci pare il pi� adatto a trattare certe situazioni psicologiche e dolorose verso cui piega il suo animo pensoso. In verit�, quasi tutte tragiche sono le situazioni che vi si incontrano. Sar� un caso ma, qua dentro, tutti muoiono; compreso il povero Top; il cane che resta vittima della gelosia d�uno zio cotto per la bella nipote che va sposa. L�Albertazzi sa che il dolore vincola pi� dell�amore, e forse qui, come, del resto, ne� suoi momenti migliori (ricordate la finale dello Spino in Zucchetto rosso o di Viole in sotto il sole) meglio rivela l�abitudine spirituale con la quale guarda le cose, e il suo disagio d�uomo cui contrista la nostra condizione di dover certamente morire.
Spesso l�Abertazzi � nominato vicino al Panzini. A parte le affinit� regionali, l�Albertazzi � ben lontano dal Panzini e dal suo lirico tremolio. L�Albertazzi � compatto d�anima e di stile; il quale — stretto e rapido — fondendo gli avvenimenti in alcune parole centrali e ben collocate, sopprime i tempi e crea prospettive dilatate; o, se si esercita sui personaggi, li d� vivi e balzanti con preciso rilievo. Le sue figure passano via ricche di passione da far splendere anche l�ombra. Quest�� una donna di Romagna: �Pi� che il nome — Adalgisa — rammento invece della novella sposa: il sorriso che pareva splendere da tutta la sua persona: un�immagine di luce nella oscura casa campestre, tra la reggitora vecchia cadente, la cognata oppressa dalle faccende familiari, gli uomini rozzi. E nel campo, tra il verde, cos�: la scorgo, la Gisa, venir dal rio per la costa recando sul capo il cesto della biancheria lavata e tenendo con le braccia nude, la gonna sostenuta da un lato, alla cintola, per aver libero il passo; i capelli biondi scomposti, e il sole che pareva tutto per lei�.
Il ritratto � disegnato con tocchi rapidi e maestri. Ora, accostandoci meglio alla sua tecnica, diremo che l�Albertazzi spesso riesce a veri risultati artistici con molto poco; isolando, poniamo, taluni elementi della preposizione con una felice punteggiatura da cui pigliano spicco; o impegnando un aggettivo in funzione di participio latino, o collocando meditatamente la parola l� invece che altrove.
Anche il paese dell�Albertazzi ha sempre un suo rilievo particolare, mescolando con garbo sapiente paesaggio e azione. Questa � una sera in provincia: �Sedevano a solatio davanti alla casa e di lato al pozzo e alla catapecchia ov�erano il forno, il porcile e il pollaio. Sotto al fico, dal piede bianco di cenere, la Filomena dipanava matasse all�arcolaio e cantarellava a bassa voce; Elena, seduta sulla panca del bucato, tra l�olla e la siepe su cu asciugavano fazzoletti e borracci, cuciva e guardava le galline che andavano a letto. Montavano per la piccola scala sbalzando a una a una di piolo in piolo e misurandosi ogni volta, con la testa alta, allo slancio. Su! Ma lass�, l� dentro, seguiva un rimescolio di voci e di proteste; e alcune malcontente atterravan di volo e tornavano a beccare nel truogolo. Tra i galletti, a terra, intervenivan le ultime risse... Ma gi� il porco domandava, a suo modo, la cena; e quando il sole calante accendeva d�una luce d�oro la montagna di l� dai monti, stupenda, la vecchia s�alzava per accontentar il porco, povera creatura, e preparare, dopo, la cena dell�ospite�. (Bellissima. Ne ha pi� belle il Verga?)
Non meno bella � quest�altra pagina. E vorremmo approfittarne per notare un certo insaporamento di fantasia letteraria. Splende sulla pagina casta un lume di paesaggio leopardiano recuperato attraverso echi di parole e toni sapienti. Elena Bianchi va maestra, la prima volta, lass�, tra i monti, a S. Elpidio. Lungo, interminabile il viaggio. �Gravavano tedio e silenzio. E se la siepe diradava o cessavano i filari degli olmi, appariva, a sinistra, la costa montana, che nebbiosa, senza cime, escludeva l�orizzonte con limite uguale e dava pur essa il senso di una solitudine lunga... La strada rasentava la riva del fiume, che precipitava a picco, profonda; e il fiume, svelato d�un tratto, spaziava bianco sul greto, brillava a raggi intermittenti nell�acqua: la sponda opposta declinava verde, folta, sparsa di case... Congiungeva le rive un nuovo ponte a begli archi: sorgevano sullo sfondo le montagne, prima azzurre, quasi a respirare nel cielo sereno; poi svanivano in una luce cinerea.
— Sant�Elpidio — disse il vetturale.
E in quella dilatata ampiezza, dall�una all�altra di quelle ariose rive, correva, come per affrettarsi avanti il morir del giorno una vita possente di suoni e di voci�.
Non ne diremo di pi�, bench� altri richiami fermino la nostra lettura: per esempio, dove parlando degli uccelli, li nomina senz�altro le pi� liete creature del mondo, definizione presa dall�elogio famoso. N� le parole hanno un sonum furti: segni piuttosto d�un innesto sulla tradizione viva, indizi d�una consentaneit� di intuizioni col perfetto mondo dei classici al quale l�autore fu educato.
Da un pezzo non leggevo novelle cos� colme d�un senso d�antico riposo, da farci pensare alle novelle di una volta. Sulle quali anzi possono avere il beneficio d�un maggior abbandono fantastico e la consolazione di particolari deliziosi, come comporta la nostra moderna natura di gente ombratile e sensitiva: particolari di donne che prendono il sole; di bracchi che impazziscono a levar passeri dal seminato; di merli e cardellini che scendono a bere alla fontana, invitati dalla gaiezza fragorosa; di bimbi che discorrono qual sia pi� furbo, se il fringuello o l�av�rla, e si divertono al gioco della chiusa a sorprendere le idrometre lungo i rii dove l�acqua scorre placida e poca. Il vigoroso chiaroscuro de� suoi quadri creato dalle linee sobrie, divien luce d�argento quando si tratta di bimbi e della loro innocenza. L�autore pi� prevale, direbbe un critico antico, quando pinge fanciulli e ragazz�le. Veramente qui la sa lunga, e non pare sia mai uscito, con l�anima, da quella et� soave.
C��, in Zucchetto rosso, la novella dello Spino, che basterebbe da sola a farci amare tutto il volume: come un sol fiore, al dire del Novellino, pu�, talvolta, farci piacere tutto un orto. Protagonisti ne sono due bimbi, Carlino e Rosinella. I due fratelli, che han trovato la pentola, la pala e gli altri arnesi necessari, vanno a pescare nel rio, lungo l�acaciaia. Nell�andare �la bambina si arrestava a quando a quando, trattenuta d�improvviso o da un sospettoso scroscio di foglie secche (una biscia?) o dalla irresistibile voglia delle more che, tra le molte ancor rosse, le si offrivano con gran pericolo della pentola, grosse, succose e nere�. Finch� giungono dove �al rio confluisce spumeggiante un ruscelletto, che con la sua cascata chiama a bere i merli e i rosignoli, le tortore e le ghiandaie�.
Discendon nel ruscello dove l�acqua passa trepida e bruna; e mentre Carlino fa, con terra soda, la chiusa, Rosinella d� la caccia alle idrometre che vanno a ritroso della corrente. �Cavallini biricchini, se vi piglio! Ella gioiva alla frescura dell�acqua che le lambiva le piante; ma i sassi aguzzi le impedivano di avanzare alacre; e comodamente, difilate, le idrometre navigavano in frotta senza badarle, quasi non udissero le sue minacce�.
Carlino cerca i pesci. Dove sono? domanda alla sorella, stanco di buttar acqua oltre l�arginello. �Rosa lo confortava: I pesci son scappati nelle casine l� sotto. Diranno: ci sono i ladri. Fa presto, dunque, Carlo!�.
E mentre il fratello riprende il gettito, Rosa muta gioco: s�occupa dei sassi. �Che bei sassi pi� in l� nella trasparenza dell�acqua pulita! Ce n�era dei gialli a strie pi� cariche; dei bianchi lisci lisci, con qualche macchiolina bigia; dei rossicci che a premerli sui bianchi li tingevano; dei grigi o azzurrini. Altri erano di color perso. Ma fin che restavan bagnati, restavan belli; asciutti, sbiadivano: parevano inruvidire. Rosa cantarellando li raccoglieva...�.
Si pensa a un verso agiatissimo: Litora nativis praelucent picta lapillis. O anche (perch� no?) a certo latino di messale dove si parla di ciottoli che ritengono il brusio dell�onda da cui furon cavati: Deus qui de vivis et electis lapidibus...
Ma la forza del narratore � messa alla prova in certi particolari: nel dire una di quelle cose che, per esser le pi� quotidiane, son talvolta le pi� restie all�espressione.
Qui � un bimbo che raduna e lega un fascio di stipa per bruciarla: �Sapeva gi� compor le fascine a mo� degli uomini. Con un vinco. Ne attorcigliava la vetta a cappio, sottoponeva il legame alla stipa, la calcava col piede, e introducendo nel cappio l�altra estremit� del vinco, lo tirava e torceva in groppa s� che tenesse la presa. Poi si addossava il fastelletto e portandolo addosso ricurvo si credeva che chi lo guardava lo stimasse un uomo�. Ma pi� difficile � costruire un archetto per pigliar le buferle! �Marco pieg� ad arco un ramoscello, e lo tese per bene con uno spago doppio a scorsoio. Se non che non sapeva ancora la giusta distanza dei nodi, n� trattener l�uno col piolo che, quando la vittima capiterebbe su la corda, cadrebbe, e l�arco scatterebbe serrando e stringendo le povere gambe fra l�altro nodo e la cocca�.
Sicurezza lessicale e stilistica che fa pensare a situazioni molto simili superate dalla irraggiungibile arte del Manzoni. Ad Agnese, per esempio, che, levati i capponi dalla stia, riunisce �le loro otto gambe, come se facesse un mazzo di fiori, le avvolge e le stringe con uno spago e le consegna in mano a Renzo�. O a fra� Galdino che attorciglia quasi con eleganza l�imboccatura del sacco. O anche al sarto del ventiquattresimo capitolo; che �messo insieme un piatto delle vivande ch�eran sulla tavola, e, aggiuntovi un pane, mette il piatto in un tovagliolo, e preso questo per le quattro cocche, manda la bimbetta maggiore da Maria vedova perch� sia un po� allegra co� suoi bambini�.
Richiami che ci permettono di notare quant�abbia potuto sulla modesta arte di questo carducciano la grande modestia del Manzoni.
[1923]
* Mi piace riferire l�epigrafe che, alla sua morte (1924), dett� Giuseppe Lipparini. �Adolfo Albertazzi — della scuola di Giosu� Carducci — trasse italica dignit� — alle lettere amene — Artista purissimo e dei primi — vera gloria nostra�.
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