Chagri Beg
| Čaḡrī Beg | |
|---|---|
| governatore del Khorasan | |
| In carica | 1040 – 1059 |
| Nome completo | Kunya: Abū Solaymān Prenome: Dāwūd Soprannome turco: Çağrı Beg |
| Nascita | tra il 990 e il 1000 |
| Morte | 1059 |
| Dinastia | Selgiuchidi |
| Padre | Mika'il |
| Consorte | Farrukh al-Khatuni[1] |
| Figli | Alp Arslan Qavurt Yaquti Suleiman Bahram-Shah Ilyas Uthman Khadija Arslan Khatun Gawhar Khatun Safiya Khatun |
| Religione | Islam sunnita |
Čaḡrī Beg Dāwūd b. Mīḵāʾīl b. Saljūq, Abū Solaymān[2], più comunemente noto come Çağrı Bey,[3] Čaḡrī Beg[2] o anche soltanto Chaghrı[4] o Chaghrï[5][nota 1] (in turco Çağrı Bey; tra il 990 e il 1000 – 1059), fu un condottiero e sovrano turco, fratello di Tughrıl Beg, con il quale fondò il sultanato selgiuchide e ne consolidò i domini in Persia e in Asia Centrale.
Guidò l'espansione turcomanna nella Transoxiana e nel Khorasan, contribuendo a garantire l'affermazione della sua dinastia, l'abbandono delle tradizioni tribali tipiche delle comunità turche e la costituzione di un assetto statale più stabile. Tale processo venne proseguito con oculatezza da suo figlio Alp Arslan, che unì i domini posseduti da Tughrıl Beg e da Čaḡrī consacrando la nascita di un grande impero. Il nome "Chaghri" deriva dal turco (Çağrı nel turco moderno) e vuol dire letteralmente "piccolo falco" o "smeriglio".[2]
Contesto storico
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I Selgiuchidi erano una tribù turca affine agli Oghuz che, nel X secolo, viveva nelle steppe del Turkestan, sottoposta al dominio dei Cazari.[6] Come si desume dai più antichi riferimenti disponibili, pare che il nome della popolazione fosse legato a un signore della guerra di nome Seljuq, figlio di un certo capotribù di nome Duqāq o Tuqāq.[7] Si trattava di una popolazione dedita principalmente all'allevamento, motivo per cui ogni loro esigenza era giustificata dalla necessità di disporre di ampie terre di pascolo.[8] Stando alla versione rielaborata del Maliknama da Mirkhond,[nota 2] a un certo punto del tardo X secolo ebbe luogo un dissidio tra i Cazari e i Selgiuchidi fomentato da Seljuq o da suo padre che frammentò le due comunità in maniera insanabile.[9][10] Costretto a trovare una nuova casa, un centinaio di persone circa si stabilì a Jand, a poca distanza dalla moderna Kyzylorda, nel Kazakistan occidentale.[11] Soppiantando gli Oghuz precedentemente presenti, fu lì che poco dopo il 1000 Seljuq, in passato fedele al giudaismo, si convertì al sunnismo, sia pur per motivi oscuri.[12]
Quanto situato immediatamente a sud di Jand stava vivendo un periodo particolarmente turbolento. L'autorità dei Samanidi, signori di etnia persiana del Khorasan e della Transoxiana, appariva infatti gravemente compromessa per via della crisi economica in corso.[13] Le cause scatenanti erano molteplici e legate perlopiù alla carenza di risorse minerarie e alla pressione costante di comunità turche che continuavano a migrare a ovest per via di raccolti insoddisfacenti e delle aggressive politiche della dinastia Liao, affermatasi in Cina dall'inizio del X secolo.[14] Questa situazione complessa favorì l'ascesa della dinastia turca dei Ghaznavidi, i quali si sostituirono con successo ai Samanidi nel Khorasan e a sud dell'Oxus, mentre la Transoxiana cadde in mano ai Qarakhanidi, di recente convertitisi all'Islam.[13] Pare che l'eco della vittoria di Seljuq riportata a Jand favorì l'afflusso di vari popoli turchi in quella località, principalmente Turcomanni, benché questo termine venisse utilizzato in epoca medievale in maniera assai generica e indefinita.[nota 3][15][16] La crescita demografica spinse il capotribù ad accettare l'invito di Isma'il Muntasir, ultimo signore samanide, a fornire aiuto militare contro i Qarakhanidi.[15][16] Fu grazie a questa decisione che venne concesso ai Selgiuchidi di disporre di aree di pascolo alle porte di Samarcanda in estate e nei pressi della capitale samanide di Bukhara in inverno.[17] Stando alle ricostruzioni storiografiche, sopravvisse un legame di lunga data anche con terre situate più a sud, tanto che i pastori selgiuchidi solevano recarsi nel Karakalpakstan, in Uzbekistan, anche dopo il 1030.[17]
Quando Seljuq morì nel 1009, gli subentrò il primogenito Arslan Isra'il, che decise di invertire la politica del predecessore e si mise al servizio del principe qarakhanide 'Alī Tegin, il quale era mosso soprattutto dall'intenzione di insediarsi nella fiorente città di Bukhara, come dimostrato da un attacco che eseguì nel 1020-1021.[18] A scontrarsi con la coalizione qarakhanido-selgiuchide fu il sultano ghaznavide Maḥmūd, che annullò il contributo dei Selgiuchidi (al-saljuqiyya), di cui «ne ammirò la forza e la numerosità»,[19] imprigionando Arslan Isra'il ed estendendo la propria autorità nel Khorasan, dilaniato da alcune lotte su scala minore tra varie comunità tribali.[20]
Biografia
[modifica | modifica wikitesto]Primi anni
[modifica | modifica wikitesto]Nato tra il 990 e il 1000,[2] Čaḡrī era uno dei figli di Mika'il, fratello minore di Arslan Isra'il.[21] Prima del 1016 arrivò in Transoxiana assieme al fratello Tughrıl, e, nel 1025, entrò insieme allo zio Arslan Isra'il al servizio di 'Alī Tegin.[21] Quando i Selgiuchidi furono sconfitti dal sultano Maḥmūd nel 1025, Čaḡrī e Tughrıl si rifugiarono in Corasmia (intorno all'estuario del fiume Oxus, a sud-est del mar d'Aral), mentre Arslan venne deportato nel Khorasan, corrispondente al moderno Iran nord-orientale.[21] Nella speranza di tagliare i legami con il loro capotribù, Maḥmūd cercò di sparpagliare i Selgiuchidi inviandoli in regioni remote, tra cui la catena del Grande Balkhan, in Turkmenistan, ma alcuni preferirono sottrarsi al controllo ghaznavide e si recarono ben più a ovest, nell'Iraq persiano.[nota 4][22] Gli 'Iraqiyya, come divennero da allora noti questi migranti, erano pochi e non superavano un totale di 2 000 persone,[23] ma non tardarono ad adattarsi una volta individuate quali fossero le aree più fertili nella regione e maggiormente adatte ai pascoli.[4] Un numero decisamente maggiore di Selgiuchidi rimase nel Khorasan, dove alcuni furono reclutati nell'esercito ghaznavide.[24]

Gli ultimi e ulteriori gruppi selgiuchidi attivi nel Khorasan erano rimasti invece fedeli ai parenti dell'imprigionato Arslan Isra'il.[21] Sebbene obbedissero formalmente ancora ad 'Alī Tegin, essi si ritenevano ormai abbastanza potenti da potersi amministrare in autonomia e presto iniziarono a contendersi il potere.[4] Fu per questo motivo che Čaḡrī e Tughrıl iniziarono a ingraziarsi e a stringere legami con i gruppi musulmani ortodossi di grandi città come Merv e Nishapur nel 1028 e nel 1029, dove si insediarono.[21] Preoccupato dalle loro attività e speranzoso di ricondurli alla più rigida obbedienza, 'Alī Tegin volle imporre la propria supremazia sui Selgiuchidi tentando di sabotarli dall'interno.[25] Per questo motivo, investì in maniera ufficiale a capo di tutti i nomadi il giovane Yusuf, cugino di Čaḡrī e Tughrıl e figlio di Musa Yabgu, nel tentativo di ingelosire i suoi parenti.[25] Quando però divenne lampante che Yusuf non aveva intenzione di innescare delle faide familiari, 'Alī Tegin ordinò che fosse assassinato.[25] L'omicidio indispettì Čaḡrī e Tughrıl, che si consacrarono lentamente come capi della resistenza contro 'Alī Tegin, benché la loro ascesa apparisse tutt'altro che universalmente accettata.[26][27] Uno dei figli di Arslan Isra'il, Qutlumush,[nota 5] alla stessa maniera dei suoi discendenti, avrebbe messo costantemente in discussione il ruolo dei Mika'ilidi, e le discrepanze insite nelle diverse versioni del Maliknama suggeriscono che i suoi compilatori hanno faticato a fornire una narrazione convincente e idonea a giustificare la legittimità dell'ascesa di Čaḡrī e Tughrıl.[4] Sia pur senza specificare grossi dettagli, le fonti di epoca successiva accennano anche al ruolo di un terzo selgiuchide, il già citato Musa Yabgu, che certamente occupava una posizione paritaria rispetto a Čaḡrī e Tughrıl, o forse addirittura superiore.[4] Il funzionario e storico ghaznavide Bayhaqi, ad esempio, il principale testimone contemporaneo degli eventi, menziona tre capi e non due soli: Čaḡrī, Tughrıl e Yabgu.[28]
I Selgiuchidi nel Khorasan e il collasso ghaznavide (1030-1040)
[modifica | modifica wikitesto]Nel 1030, Čaḡrī e Tughrıl attaccarono un certo Alp Qara, l'uccisore materiale di Yusuf, e sbaragliarono i 1 000 rinforzi inviati contro di loro.[25] A quel punto, 'Alī Tegin radunò tutto il suo esercito e sbaragliò i Selgiuchidi in maniera netta, costringendoli ad abbandonare la Transoxiana.[29] «Spogliati delle proprie greggi e dei propri figli»,[30] essi vagarono probabilmente per qualche anno senza una vera e propria meta. Le fonti riferiscono che nel 1034 si rifugiarono in Corasmia, un luogo tradizionale di pascolo per i Selgiuchidi, dove furono avvicinati dall'ambizioso governatore ghaznavide Harun ibn Altuntash, che sperava di sfruttarli nel suo personale progetto di conquista del Khorasan.[30][31] Quando Harun fu assassinato da spie ghaznavidi nell'aprile del 1035, i Selgiuchidi furono nuovamente costretti a fuggire e si diressero verso sud, attraversando le brulle lande del deserto del Karakum.[29] La località all'inizio prescelta concise con la grande città-oasi di Merv, ma forse perché eccessivamente ben difesa occorse deviare verso ovest alla volta di Nasa, situata alle pendici settentrionali delle montagne del Kopet Dag.[30][32] Questa serie di spostamenti li aveva condotti ai margini del Khorasan, la provincia che era considerata uno dei «gioielli della corona» del sultano ghaznavide Mas'ud I (al potere dal 1030 al 1041).[33]

Nel 1038, quando molte delle principali città del Khorasan avevano accettato la sovranità selgiuchide tramite abili negoziati, i loro capi continuavano a sostenere che le loro ambizioni erano limitate ai diritti di pascolo.[34] A giudizio di Andrew C.S. Peacock, non si trattava di un'affermazione del tutto falsa.[35] Assicurare il pascolo ai propri seguaci rientrava tra i compiti principali di un capo nomade, perché senza di esso il bestiame dei Turcomanni sarebbe perito, mettendo a rischio la loro stessa sopravvivenza.[35] Se le condizioni fossero peggiorate, i Turcomanni sarebbero di certo gravitati verso un nuovo capo; oltretutto, assicurando i propri diritti sui pascoli, la famiglia selgiuchide avrebbe potuto contare su una continuità al comando.[35] Anche la promessa di combattere altri Turcomanni potrebbe essere stata sincera; dopotutto, l'afflusso di guerrieri stranieri poteva rappresentare una minaccia al predominio selgiuchide in questi nuovi pascoli, così come coloro che avevano deciso di rimanere fedeli ad Arslan Isra'il costituivano un ostacolo per i Mika'ilidi.[35] Non si riscontrano molte prove che in quella fase Čaḡrī o Tughrıl, allo stesso modo di qualsiasi altro loro parente, avessero intenzione di polarizzare attorno a sé le comunità selgiuchidi.[35]
Dal canto suo, Mas'ud si dimostrò incapace di definire una politica coerente. Inizialmente, memore dei problemi causati dagli 'Iraqiyya che suo padre Maḥmūd aveva lasciato transitare, il sultano respinse le richieste dei Selgiuchidi e si preparò a condurre di persona una campagna contro di loro.[36] Dato che il Khorasan stava soffrendo un periodo di carestia e magri raccolti, l'arrivo dei Selgiuchidi rischiava di rendere gravosa e insopportabile la convivenza, oltre a costituire un potenziale intralcio per il prelievo di tributi nella provincia.[35] Tuttavia, la spedizione comandata dal ghaznavide si risolse in un disastro e l'esercito di Mas'ud subì una cocente sconfitta in un'imboscata turcomanna a Nasa, nel giugno del 1035.[37][38] Archiviata questa disfatta, Mas'ud dovette acconsentire alle richieste dei Selgiuchidi, riconoscendo loro tramite dei diplomi il dominio sulle tre principali città situate alle pendici nord-occidentali del Kopet Dag, oltre ad assegnare il prestigioso titolo iranico di dihqān.[39]
Čaḡrī ricevette la città steppica di Dehistan, Tughrıl ottenne Nasa, mentre Farāva andò a Musa Yabghu; tale indicazione attesta che effettivamente sussisteva un triumvirato che coinvolgeva le tre principali autorità selgiuchidi; poiché Bayhaqi, preziosa fonte sugli eventi narrati, redigeva all'epoca i diplomi, l'informazione viene ritenuta credibile dagli storici.[40][41] Si trattava di una consuetudine comune nel mondo islamico, poiché la tendenza dei governi al decentramento favoriva nelle regioni più periferiche dai principali centri amministrativi l'ascesa di uomini forti, spesso riconosciuti dai governanti piuttosto che combattuti.[41] Questo sviluppo rese più audaci i Selgiuchidi, che nel novembre del 1036 inviarono un'ambasciata per chiedere premi maggiori, tra cui la concessione delle città di Sarakhs, Abivard e di Merv, attaccata tempo prima.[41] L'accordo previsto era fondamentalmente di natura fiscale: l'intenzione selgiuchide era quella di mantenere gli amministratori ghaznavidi nelle loro posizioni, ma destinare, in cambio del consenso a prestare servizio militare, il gettito dell'erario locale a loro stessi e non al sultano.[41] L'offerta di tenere lontani i gruppi di Turcomanni più bellicosi fu comunque ripetuta.[42]

I Selgiuchidi non avevano però deciso di aspettare le decisioni di Mas'ud, perché Čaḡrī stava già conducendo manovre a Balkh, a centinaia di chilometri di distanza da Dehistan, facendo temere che fosse in procinto di marciare su Ghazna stessa.[43][44] La risposta minacciosa dei Ghaznavidi spinse i sostenitori selgiuchidi a ritirarsi a Farāva e a Nasa,[45] ma ciò non dissuase i Turcomanni, le cui incursioni continuarono.[46] In tempi estremamente rapidi, tutto il Khorasan, tranne Balkh, cadde in mano ai Selgiuchidi nel 1037-1038.[47] A proposito dell'improvviso crollo dei Ghaznavidi, le fonti forniscono soltanto sparuti dettagli o non menzionano alcunché. La conquista della grande città di Merv, ad esempio, non viene minimamente analizzata; l'ultimo accenno a una guarnigione ghaznavide risale al 1037, mentre più tardi, durante lo stesso anno, le fonti alludono alla presenza di Čaḡrī in quella città.[48]
Si possono provare a individuare alcuni dei principali fattori che contribuirono al crollo dei Ghaznavidi. Per quanto formidabile, l'esercito ghaznavide dovette affrontare insuperabili difficoltà logistiche e tattiche.[48] L'uso degli elefanti, una tattica appresa in India per terrorizzare i nemici, e le loro pesanti armature li rallentavano e rendevano impossibile operare nel deserto o nella steppa, dove le risorse erano contingentate.[49] Nelle battaglie su media o vasta scala, i Ghaznavidi tendevano ad avere la meglio, ma i Selgiuchidi di solito si dileguavano nella steppa prima che potesse aver luogo uno scontro di ampie proporzioni.[50] Quando nel 1040 Mas'ud riuscì finalmente a espugnare la roccaforte di Tughrıl a Nasa, la conquista si dimostrò effimera, poiché i Turcomanni avevano raggiunto una delle destinazioni che ritenevano più sicure, la lontana catena del Grande Balkhan, dove i Ghaznavidi non erano in grado di seguirli.[51][52] I tentativi di rintracciare un nemico armato in modo leggero e altamente sfuggente si rivelarono troppo stremanti, in quanto i Selgiuchidi non miravano a presidiare le città. La carestia lancinante nel Khorasan rendeva per le armate ghaznavidi difficili le manovre di approvvigionamento, «ma i Selgiuchidi non se ne preoccupavano perché si accontentavano di poche cose».[53][54] La velocità e l'imprevedibilità dei Selgiuchidi rendeva per le forze ghaznavidi eccessivamente arduo presidiare l'enorme regione che si estendeva da Gorgan, sul mar Caspio, all'Oxus.[55] Di conseguenza, anche le città più importanti si ritrovarono con guarnigioni del tutto sguarnite o comunque, nella migliore delle ipotesi, inadeguate a sopportare delle razzie nemiche.[55] L'assenza di cinte murarie in alcuni dei centri urbani più popolosi costitutiva una grave mancanza e le rendeva prede facili.[56] In assenza di qualsiasi sostegno da parte del governo centrale, toccò ai notabili urbani il compito di decidere come reagire. Alcune città, tra cui Abiward, pare rinnegarono i Selgiuchidi su spinta della nobiltà locale,[57] mentre l'autore persiano Ẓahīr Al-Dīn Nīshāpūrī potrebbe aver compiuto un'affermazione verosimile quando cita una lettera inviata da Čaḡrī e Tughrıl al califfo al-Qa'im in cui si diceva che «i notabili e le figure di spicco del Khorasan ci hanno chiesto di proteggerli».[58] L'incapacità di governo di Mas'ud, esasperata da politiche fiscali oppressive e sensibili restrizioni in ambito religioso, aveva portato molti all'esasperazione, tanto che i Ghaznavidi venivano guardati con sospetto e, talvolta, con vera e propria ostilità da molte realtà del Khorasan.[55] Allo stesso tempo, però, la società urbana del luogo era assai frammentata, motivo per cui le decisioni assunte da una classe sociale potevano tranquillamente incontrare l'opposizione degli altri.[59]

A Merv, Herat e Nishapur, i Selgiuchidi dovettero domare delle ribellioni popolari che sembrano essere state istigate dai ceti più umili, e furono questi tumulti, anziché le forze ghaznavidi, a contrastare temporaneamente i nuovi signori.[60] Le armate ghaznavidi continuarono a vagare nel Khorasan per due anni, assistendo quasi impotenti alla conquista nemica della maggior parte della regione nel 1037-1038.[60] Al netto infatti di alcune riconquiste, le truppe ghaznavidi non furono in grado di rendere sicura la regione.[60] La svolta decisiva coincise con la battaglia di Dandanqan del 23 maggio 1040 (8 Ramadan 431, secondo il calendario islamico), uno dei pochi scontri su vasta scala avvenuti nell'ambito della contesa per il Khorasan.[61][62] In quell'occasione, un'armata guidata da Mas'ud si stava dirigendo da Nishapur a Merv alla ricerca dei Selgiuchidi, ma le forze ghaznavidi erano esauste a causa della lunga strada percorsa nel deserto e della scarsità di rifornimenti.[60] Presso la piccola città di Dandanqan, vicino a Merv, scoppiò un combattimento tra la guardia personale del sultano e i soldati comuni per l'acqua.[60] Čaḡrī, che aveva sorvegliato la marcia dell'esercito attraverso il deserto, piombò proprio mentre gli ostili si stavano mettendo in movimento.[60] Totalmente colto alla sprovvista, l'esercito fu sbaragliato e Mas'ud fuggì verso sud per salvare ciò che poteva del suo impero.[60] Fu ucciso poco dopo, rovesciato da una congiura di palazzo mentre si recava in India per cercare di reclutare guerrieri con cui combattere i Selgiuchidi.[63][64] In un passo spesso citato, Mirkhond sostiene che i Selgiuchidi avevano reso il Khorasan «scompigliato, come i capelli spettinati dei belli o gli occhi degli amati, oltre che devastato dal pascolo delle greggi [dei Turcomanni]».[65] Gardēzī ritiene che i funzionari ghaznavidi nel Khorasan «inviavano continuamente delle lettere [a Mas'ud] informandolo della violenza e delle malefatte dei Turcomanni erano andate oltre ogni misura».[66] Benché non si possa negare il coinvolgimento dei Turcomanni nella crisi vissuta dal Khorasan, l'impatto dei vasti eserciti ghaznavidi fu tutt'altro che trascurabile e incise sulla scarsità di risorse.[67] A mano a mano che l'autorità ghaznavide si affievoliva, proliferava la presenza di milizie urbane ('ayyārs) che terrorizzavano la popolazione,[68][69] mentre le rivalità tra le città portavano anch'esse a lotte, come dimostra il caso degli abitanti di Tus e Abiward che si coalizzarono nel tentativo di saccheggiare Nishapur.[70]
La formazione dell'impero selgiuchide
[modifica | modifica wikitesto]La lotta interna per la supremazia
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Anche se in quel preciso momento non potevano rendersene conto, Dandanqan consacrò i Selgiuchidi. Ibn al-Athir ricorda di come gli uomini di Čaḡrī «non smontarono per tre giorni e non si separarono dai loro cavalli se non per mangiare, bere e così via, per paura del ritorno dell'esercito di Mas'ud».[71] Quando la portata della loro vittoria divenne nitida, i Selgiuchidi cercarono di assicurarsi il controllo del Khorasan. Mentre Čaḡrī partiva alla conquista di Balkh, Tughrıl entrò trionfante a Nishapur nel settembre del 1040, stavolta allo scopo di restarci.[68] Per la maggior parte della popolazione, non vi fu alcuna variazione traumatica, poiché i nuovi signori avevano già imparato a fare molto affidamento sui funzionari khorasani in carica.[72]
La prima conquista di Nishapur, avvenuta nel 1037 o 1038 (a seconda che si consideri attendibile la data riportata dalle monete o dalle cronache), è considerata da diverse fonti come il momento di svolta in cui Tughrıl iniziò ad atteggiarsi a sovrano islamico e ad abbandonare le vesti di semplice capo nomade.[72] Si dice che Tughrıl avesse impedito ai Turcomanni di depredare la città fino alla conclusione del periodo del Ramadan.[73] Tuttavia, una volta terminato il mese sacro, ispirato da un recente messaggio di congratulazioni del califfo che lo esortava a rispettare la vita e i beni dei musulmani, si trattenne dall'autorizzare il saccheggio promesso.[74] Čaḡrī, dal canto suo, evitò di compiere nuove razzie con i Turcomanni soltanto quando il fratello minacciò al suo cospetto di suicidarsi, se non fossero cessati i disordini.[74][75]
Stando agli storici moderni, è poco credibile che i nobili fossero seriamente affezionati a tal punto ai nuovi signori.[74] Il contemporaneo Bayhaqi, ad esempio, non afferma nulla a tal proposito, mentre le cronache successive mirano a legittimare i Selgiuchidi ritraendoli come governanti osservanti della tradizione persiana sunnita, degni successori dei Samanidi e dei Ghaznavidi.[74] I nomadi continuarono a rimanere il principale alleato e base del potere di Čaḡrī e Tughrıl.[74] Restano comunque da segnalare le profonde differenze tra i due fratelli, malgrado i cronisti si stiano sforzati di mitigare le loro profonde differenze, senza però ricostruire efficacemente i confini bilaterali.[nota 6][74] Malgrado non vi sia certezza, si è immaginato che a Musa Yabghu fosse stata assegnata Herat e a Čaḡrī i territori orientali, da Nishapur a Merv. Tughrıl, nel frattempo, si assicurò l'ovest e Nishapur, che pare rimase nella particolare situazione di essere rivendicata sia da Čaḡrī che da Tughrıl.[76]

Dopo Dandanqan, Tughrıl emerge negli scritti come il membro più influente della famiglia, tanto che uno storico ha accusato Čaḡrī di apparire «incolore».[78] A differenza del fratello, a proposito del quale le cronache narrano aneddoti o dedicano liriche e ricostruzioni approfondite, Čaḡrī scompare quasi del tutto dalle fonti negli anni successivi.[2] Gli studiosi hanno ipotizzato che trascorse a Merv il resto della sua vita, dovendosi dedicare alle dispute con ghaznavidi che tentavano di rioccupare il Khorasan e avviando delle campagne di conquista della remota provincia del Sistan.[78] Musa Yabghu, nel frattempo, conservò verosimilmente il dominio su Herat fino al 1054-1055 circa (la sua moneta più recente risale a quel periodo), dopodiché fu spodestato dal figlio di Čaḡrī, Alp Arslan, ma il suo destino resta oscuro.[78] Per ragioni legate alla provenienza geografica dei cronisti, le opere si focalizzano perlopiù sull'Occidente, occupato da Tughrıl, e quasi per nulla sul remoto Khorasan di Čaḡrī.[78] In aggiunta, bisogna considerare che il prestigio conseguito da Tughrıl con la conquista di Baghdad, sede del califfato, spinse ulteriormente i cronisti a concentrarsi su di lui a scapito di Čaḡrī.[78]
Diverse frammentarie testimonianze suggeriscono, tuttavia, che la supremazia di Tughrıl appariva tutt'altro che incontrastata. Quando i fratelli si divisero quanto soggiogato, la porzione di Čaḡrī potrebbe essere corrisposta con quella più vasta, mentre Tughrıl avrebbe ottenuto come ricompensa dei territori non ancora conquistati, una promessa quindi abbastanza aleatoria.[78] Possedere l'Oriente, inoltre, permetteva a Čaḡrī di supervisionare una regione considerata la culla culturale delle popolazioni turche (o turchici) e ritenuta di massimo prestigio già dai Göktürk e dai Qarakhanidi, le precedenti autorità regnanti di quelle che stavano diventando le aree orientali del neonato impero selgiuchide.[78] Le prove numismatiche dimostrano che Čaḡrī, così come pure Tughrıl, adottò il simbolo turco della sovranità, ovvero il motivo dell'arco e della freccia.[79] Ibn al-Athir afferma che, dal mese di rajab del 1037, Čaḡrī si era appropriato dell'onore di farsi nominare "re dei re" (malik al-mulūk) nella khuṭba, il sermone del venerdì, tenuto nelle moschee di Merv.[53] Il figlio di Čaḡrī, Qavurt, signore della Carmania, sulle sue monete menzionò solo il padre e non Tughrıl, riservando a Čaḡrī il titolo di malik al-mulūk.[80] Con questo termine si intendeva rievocare probabilmente l'antico titolo persiano-sasanide di shāhanshāh ("re dei re"), usato anche da Tughrıl.[80] Pertanto, la titolatura e i simboli del potere suggeriscono che Čaḡrī si considerasse di rango «almeno pari a Tughrıl, se non addirittura superiore».[80] È d'altronde improbabile che Čaḡrī, dopotutto eroe vincitore di Dandanqan, avesse semplicemente ceduto i suoi diritti di sovranità al fratello.[80] L'ipotesi è avvalorata da una cronaca locale della provincia di Sistan redatta forse nell'XI secolo, la quale suggerisce delle increspature costanti nei rapporti tra Čaḡrī e Tughrıl.[80] Ognuno di loro rivendicava infatti il diritto di nominare il governatore del Sistan (attraverso l'emissione di un decreto, o manshūr), di coniare monete con il proprio nome (sikka) e di venire indicato come sovrano nella khuṭba, il sermone della preghiera del venerdì.[80] Alla fine, ognuno di loro nominò amministratori rivali che si scontrarono per il controllo della provincia tra l'ottobre del 1054 e l'agosto del 1056.[80] Questa disputa fu quindi condotta non solo con le armi, ma anche ricorrendo al simbolismo e attingendo tanto dalle tradizioni turche (si pensi ai motivi dell'arco e delle frecce sulle monete), quanto da quelle islamiche (il manshūr, la sikka e la khuṭba).[81]
È impossibile sapere quanto spesso i conflitti condotti per procura tra i due fratelli nel Sistan si ripetessero altrove, data l'assenza di fonti locali coeve per questo periodo storico.[82] Di certo, gli altri membri della famiglia selgiuchide molto raramente menzionavano il nome di Tughrıl sulle loro monete, lasciando intendere che con riluttanza dovevano accettare le sue pretese di sovranità. Queste dispute sulla supremazia e sul sistema di divisione territoriale perdurarono per la maggior parte dell'esistenza dell'impero.[82] Secondo René Grousset, occorrerebbe fornire una chiave di lettura diversa. La conquista selgiuchide procedette infatti seguendo lo stile dei popoli delle steppe, «con ogni membro della famiglia che cercava di ottenere qualcosa per proprio conto».[83] Questo ragionamento valse sia per Čaḡrī, sia per il cugino paterno Qutlumish, sia infine per il cugino materno (o fratellastro) İbrahim Yinal, i quali riconobbero tutti l'autorità suprema di Tughrıl.[83]
Gestione interna e ultimi anni
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Si conoscono poche informazioni sulle condizioni dei territori di Čaḡrī, ma si immagina non sussistettero grosse differenze con l'impianto amministrativo creato dal fratello. Čaḡrī disponeva un funzionario (mutawallī) che si occupava degli affari di Balkh, ed è al servizio di quest'ultimo che Nizam al-Mulk, destinato a diventare famoso per via della sua ampia competenza, iniziò la sua carriera nella burocrazia selgiuchide.[84] Più o meno nello stesso periodo, Naser-e Khosrow operò al servizio di Čaḡrī in veste di funzionario del ministero "sultanico" delle entrate e delle finanze a Merv.[85] Così, concludendo un processo i cui primi segni si intravidero verso il 1038 con l'istituzione di un apparato burocratico, la nomina di un visir, la creazione di ministeri di governo, l'emissione di monete e infine il riconoscimento assegnato dal califfo, i Selgiuchidi avevano assorbito molte delle istituzioni dello Stato islamico nel giro di circa un decennio dal loro arrivo nel Khorasan.[85] Inoltre, il governo selgiuchide non tardò a legiferare, anziché limitarsi a incamerare delle entrate. Si spiega così la decisione risalente al 1051 di istituire un generoso sistema di sgravi fiscali per invogliare i contadini a tornare nelle terre che avevano abbandonato.[85] Furono poi edificate delle torri di guardia per garantire la sicurezza delle strade e Naser-e Khosrow ammirò la prosperità di Esfahan sotto il governo di Tughrıl.[85] Si trattava, tuttavia, di uno Stato ancora imperniato sulle esigenze dei Turcomanni, il cui rapporto con la famiglia selgiuchide rimase al contempo intimo e irto di tensioni.[85] Uno dei risultati più significativi raggiunti da Čaḡrī riguardò l'aver esteso la propria influenza sul califfato abbaside, tanto da concedere in sposa sua figlia Khadija Arslan Khatun ad Al-Qa'im nel 1056.[86]
I dettagli sugli ultimi anni da lui vissuti restano nebulosi, benché sia noto che si lasciò coinvolgere in probanti e infruttuose lotte con gli effimeri sultani ghaznavidi.[2] È rimasto a lungo irrisolta la questione legata all'anno in cui morì, poiché le fonti relative all'argomento sono state realizzate in epoca tarda e lontano dai domini di Čaḡrī.[87] Sulla base delle testimonianze disponibili, il momento della dipartita è stato circoscritto tra il 1058 e il 1061 (450, 451, 452 e 453 nel calendario islamico), con la storiografia di epoca precedente che ha ritenuto maggiormente credibile il 1060 (452) come anno di morte.[2][87] Tuttavia, a seguito di interessanti studi numismatici, probabilmente fondamentali per la ricostruzione del periodo selgiuchide arcaico, si è scoperto che dopo il 1059 (451) Čaḡrī scompare da qualsiasi moneta e al suo posto subentra il figlio Qavurt.[87] Da ciò si è dedotto che fu quello l'anno in cui spirò, come del resto hanno convenuto studiosi più recenti.[78][87] Gli sforzi compiuti da Čaḡrī si dimostrarono fondamentali per garantire la permanenza del Khorasan nell'alveo delle terre selgiuchidi, unificate per la prima volta sotto un unico sovrano dal figlio Alp Arslan.[2] Le terre dei due defunti fratelli, che si estendevano dall'Iraq alla Transoxiana, finirono così per appartenere a un impero che sarebbe sopravvissuto a lungo nell'Asia occidentale.[88]
Discendenza
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Dalla sua consorte Farrukh al-Khatuni, Čaḡrī ebbe sei figli maschi, tra cui Alp Arslan, che unificò nel 1064 i domini selgiuchidi, Qavurt, che fu signore della Carmania e che in seguito divenne pienamente indipendente, e Yaquti, divenuto padrone dell'Azerbaigian. La moglie di Čaḡrī sopravvisse alla sua morte e venne sposata dal fratello Tughrıl.[89] Questa pratica, comune tra le comunità turche, era invece giudicata in maniera deplorevole dall'Islam.[1] Ogni successivo sovrano dell'impero selgiuchide discese da Čaḡrī, fatta eccezione per i Selgiuchidi di Rum, i quali discendevano da suoi cugini.
Quanto alle quattro figlie femmine che ebbe, la prima fu Gawhar Khatun, sposatasi con Erishgi (Erisghen).[90] Fu uccisa per ordine del nipote e sultano Malik Shah I tra marzo e aprile del 1075.[91] Un'altra figlia sposò l'emiro buwayhide del Fars Abu Mansur Fulad Sutun nel 1047-1048.[92] La terzogenita femmina fu Khadija Arslan Khatun, che era stata promessa sposa a Zahir al-Din, figlio del califfo abbaside Al-Qa'im. Tuttavia, poiché Zahir al-Din morì, Arslan sposò direttamente Al-Qa'im nel 1056.[93] Dopo la morte del califfo nel 1075, sposò l'emiro kakuyide di Yazd Ali ibn Faramurz, con il quale ebbe un figlio, Garshasp II.[94] Un'altra figlia fu Safiya Khatun,[95] la quale sposò il curdo Hazarasp ibn Bankir nel 1069-1070. Dopo la sua morte, avvenuta nello stesso anno, sposò l'uqaylide Sharaf al-Dawla Muslim,[96] con il quale ebbe un figlio, Ali.[95] Dopo la sua morte, avvenuta nel 1085, sposò suo fratello Ibrahim ibn Quraish.[97]
Nella cultura di massa
[modifica | modifica wikitesto]Nella serie televisiva storica realizzata in Turchia nel 2021 e intitolata Alparslan: Büyük Selçuklu, Čaḡrī è interpretato dall'attore turco Erdinç Gülener.[98]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- Esplicative
- ↑ Dovendo ricercare un compromesso tra correttezza filologica, uso storiografico e semplicità di lettura, la voce è stata intitolata "Chagri Beg", attestata, ad esempio, da fonti autorevoli quali Jamie Stokes (a cura di), Encyclopedia of the Peoples of Africa and the Middle East Facts On File library of world history, Infobase Publishing, 2009, p. 616, ISBN 978-14-38-12676-0., Christoph Baumer, The History of Central Asia: The Age of Islam and the Mongols, Bloomsbury Publishing, 2016, pp. 83, 84, 85 et al., ISBN 978-18-38-60940-5. e Songul Mecit, The Rum Seljuqs: Evolution of a Dynasty Routledge Studies in the History of Iran and Turkey, Routledge, 2013, p. 39, ISBN 978-11-34-50906-5. Si segnala anche l'estremamente simile "Chaghri Beg", tra le varie opere riscontrabile in Alp Arslan, su Encyclopedia Britannica. URL consultato il 20 agosto 2025.). Chiarito dunque che non vi è uniformità di utilizzo di una variante specifica in storiografia, nel corso della voce si utilizzerà la forma "Čaḡrī".
- ↑ Rielaborando e adattando le vicende ai gusti letterari della sua epoca, Mirkhond, vissuto nell'epoca dell'impero timuride, si ispira a contenuti tratti dal Maliknama ("Libro del Re"), un'opera probabilmente realizzata, almeno in parte, basandosi su fonti orali turche e incentrata perlopiù sulle origini dei Selgiuchidi: Peacock (2015), p. 13.
- ↑ Gli Oghuz convertitisi all'Islam divennero noti come «Turcomanni» (Türkmen) già nel X secolo (Peacock (2010), pp. 48-53). Gli autori musulmani, tuttavia, continuarono spesso ad applicare il termine "Oghuz" (o "Ghuzz") per descrivere anche i Turcomanni musulmani, di solito con un'accezione negativa. Non si può inoltre escludere che alcuni gruppi descritti come "Turcomanni" dalle fonti fossero ancora pagani (Peacock (2010), pp. 124-125). Sebbene storicamente siano esistiti Oghuz/Turcomanni vissuti nelle città, entrambe le parole indicano sovente un individuo o un gruppo dedito al nomadismo. Nel corso di questo articolo, adattandosi a una scelta stilistica di alcuni autori moderni (Peacock (2015), p. 27), si ricorrerà a "Turcomanni" per riferirsi ai sudditi nomadi dei Selgiuchidi, salvo il caso in cui non siano le fonti primarie stesse a impiegare una differente terminologia.
- ↑ I confini dell'Iraq medievale erano ben diversi dallo Stato attuale omonimo, poiché comprendevano anche l'Azerbaigian e l'Anatolia orientale: Peacock (2015), p. 32.
- ↑ Fu lui a insediarsi altrove e a spingere i suoi seguaci a raggiungere la moderna Turchia, dove fu fondato il Sultanato di Rum.
- ↑ L'autore persiano medievale Bundari afferma che Čaḡrī possedeva i territori dall'Oxus a Nishapur, mentre İbrahim Yinal, fratellastro o cugino materno di Tughrıl, ricevette il Quhistan e i dintorni di Gorgan, e il figlio di Musa Yabghu, Abu 'Ali al-Hasan, ottenne Herat, Bushanj, il Sistan e il Ghowr. Anche un'altra fonte dell'epoca concorda con tali affermazioni, sostenendo però che i territori da Nishapur all'Oxus furono assegnati a Čaḡrī da Tughrıl e rimarcando anche lo status minore di Čaḡrī, indicato con il titolo di malik, in contrapposizione a Tughrıl, chiamato sultano. Nishapuri attesta che Čaḡrī prese Merv e la maggior parte del Khorasan, Musa Yabghu Bust, Herat, Esfezar e il Sistan, mentre al figlio di Čaḡrī, Qavurt, furono concesse Tabas e la Carmania, mentre a Tughrıl fu assegnato l'ovest non ancora conquistato. A Qutlumush, figlio di Arslan Isra'il, sarebbero state concesse Gorgan e Damghan, mentre a Yaquti b. Čaḡrī furono assegnati Abhar, Zanjan e l'Azerbaigian: Peacock (2015), p. 40.
- Bibliografiche
- 1 2 Peacock (2015), p. 183.
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- ↑ Peacock (2015), pp. 29, 32.
- ↑ Ibn al-Athir, IX, 380, 476, pp. 15, 33.
- ↑ Ibn al-Athir, IX, 478, p. 33.
- 1 2 3 4 Ibn al-Athir, IX, 476, p. 34.
- ↑ Mirkhond, IV, 242-243.
- ↑ Bayhaqi, 669, 693-694 sostiene una versione alternativa, menzionando che lettera presumibilmente scritta dall'amministrazione selgiuchide in cui si afferma che i rapporti furono ottimi con 'Alī Tegin fino a quando non gli successero i due figli inesperti.
- ↑ Bosworth (1963), pp. 221-222, 226.
- 1 2 Peacock (2015), p. 33.
- 1 2 3 Ibn al-Athir, IX, 477, p. 34.
- ↑ Bayhaqi, 1117.
- ↑ Bayhaqi, 693.
- ↑ Bosworth (1963), p. 250.
- ↑ Gardēzī, 287, 292, pp. 105, 108-109.
- 1 2 3 4 5 6 Peacock (2015), p. 34.
- ↑ Bayhaqi, 695-696.
- ↑ Bayhaqi, 708, 711-713.
- ↑ Gardēzī, 288-289, p. 106.
- ↑ Peacock (2015), pp. 34-35.
- ↑ Bayhaqi, 714-715.
- 1 2 3 4 Peacock (2015), p. 35.
- ↑ Bayhaqi, 727.
- ↑ Bayhaqi, 727-728.
- ↑ Ibn al-Athir, IX, 481, p. 38.
- ↑ Bayhaqi, 740, 745.
- ↑ Bayhaqi, 757.
- ↑ Ibn al-Athir, IX, 459, p. 26.
- 1 2 Peacock (2015), p. 36.
- ↑ Peacock (2015), pp. 36-37.
- ↑ Peacock (2010), pp. 79-80.
- ↑ Bayhaqi, 936-937.
- ↑ Peacock (2010), p. 80.
- 1 2 Ibn al-Athir, IX, 480, p. 37.
- ↑ Bosworth (1963), pp. 251-252.
- 1 2 3 Peacock (2015), p. 37.
- ↑ Bosworth (1963), pp. 252, 261.
- ↑ Gardēzī, 293, pp. 109-110.
- ↑ Nishapuri, 13.
- ↑ Peacock (2015), pp. 37-38.
- 1 2 3 4 5 6 7 Peacock (2015), p. 38.
- ↑ Bayhaqi, 961-965.
- ↑ Ibn al-Athir, IX, 482-483, pp. 39-40.
- ↑ Ibn al-Athir, IX, 487, p. 43.
- ↑ Gardēzī, 294, pp. 110-111.
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- 1 2 Ibn al-Athir, IX, 483, p. 40.
- ↑ Gardēzī, 292, pp. 108-109.
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- ↑ (TR) 'Alparslan: Büyük Selçuklu' dizisi TRT 1 ekranlarında izleyiciyle buluştu [La serie 'Alparslan: Il Grande Selgiuchide' ha incontrato il pubblico su TRT 1], su aa.com.tr, 23 luglio 2025. URL consultato il 21 agosto 2025.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Fonti primarie
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- (EN) René Grousset, The Empire of the Steppes: A History of Central Asia, Rutgers University Press, 1970, ISBN 978-08-13-51304-1.
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- (EN) Čaḡrī Beg Dāwūd, su Encyclopaedia Iranica, iranicaonline.org. URL consultato il 20 agosto 2025.
- (TR, EN) Osman G. Özgüdenli, Abstract, in Selçuklu Paralarının Işığında Çağrı Bey’in Ölüm Tarihi Meselesi (The Question of Chaghrï Beg's Date of Death In The Light of Saljuk Coins), Tarih Araştırmaları Dergisi, vol. 23, n. 35, 2004, pp. 155-170, DOI:10.1501/Tarar_0000000191.
- (EN) Andrew C.S. Peacock, Early Seljuq History, 1ª ed., 2010, ISBN 978-04-15-86482-4.
- (EN) Andrew C.S. Peacock, Great Seljuk Empire, Edinburgh University Press, 2015, ISBN 978-07-48-69807-3.
- Michele Pellegrini e Roberto Roveda, Breve storia del Medioevo, Newton Compton Editori, 2022, ISBN 978-88-22-76457-7.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Chaghri Beg, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
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