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Nome proprio

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In linguistica, un nome proprio è una notazione specifica adottata da una comunità o da un organismo amministrativo allo scopo di identificare e distinguere una persona (in questo caso si parla di antroponimo), un luogo o un'altra entità geografica (toponimo), una popolazione, una istituzione, un evento, un movimento culturale, un fenomeno sociale, un fenomeno oggetto di studio scientifico, una grandezza fisica, un'entità matematica (come un numero, una curva, una figura, o un teorema).

L'onomastica in generale e le più specifiche antroponimia, toponomastica ed etno-toponomastica studiano i nomi propri, le loro origini e il loro significato, sfruttando le metodologie proprie della linguistica e operando le necessarie ricerche di ordine storico e antropologico.

Sul piano della denotazione, i nomi propri si distinguono, talora si giustappongono (e qualche volta si contrappongono) ai nomi comuni e agli appellativi. In diverse lingue sono contraddistinti dall'iniziale maiuscola. Il nome proprio esprime il massimo di definitezza, in quanto individua univocamente un soggetto. All'estremo opposto sta il pronome indefinito.[1]

Il diverso statuto di nomi comuni e nomi propri può riflettersi sul piano morfosintattico. Tipicamente i nomi comuni possiedono un plurale e sono accompagnati da uno specificatore. Di contro, i nomi propri non hanno plurale e lo specificatore che li accompagna è fisso o del tutto assente.[2] Un importante punto di contatto tra nomi comuni e nomi propri sono le figure di antonomasia (le "sineddoche d'individuo", come le ha chiamate Pierre Fontanier 1765-1844)[3], dove un uso particolare dei determinatori trasforma un nome proprio in nome comune o viceversa (un Attila, il Poeta).[4]

Nella Bibbia il nome è un messaggio che rende presente la realtà che designa. Nella cultura ebraica, la parola è la cosa: conoscerne il nome significa possederla e controllarla.[5] Il nome di JHWH non può essere pronunciato.

Viceversa, non avere un nome significa essere un uomo senza valore (Giobbe 32,29[6]). Modificare il proprio nome o quello di un altra significa assumere una nuova personalità (cfr. il Ghiur ebraico e, nel cattolicesimo, la facoltà di cambiare nome dopo i voti religiosi): Abramo (Genesi 17,5[7]), Sara (Genesi 17,5[8]) e Giacobbe in Israele (Genesi 32,29[9]),[10][11] Saulo in Paolo di Tarso dopo il martirio di Santo Stefano e la conversione.

  1. Simone, Fondamenti di linguistica, cit., p. 322.
  2. Cecilia Andorno, La grammatica italiana, Bruno Mondadori, p. 15.
  3. Pierre Fontanier, Les figures du discours, Paris, Flammarion, 1968 (prima edizione 1827).
  4. Beccaria, Dizionario di linguistica, cit., lemma antonomasia.
  5. Dare un nome - facoltà di dominio, su tempodiriforma.it.
  6. Gb 32,29, su La Parola - La Sacra Bibbia in italiano in Internet.
  7. Genesi 17,5, su La Parola - La Sacra Bibbia in italiano in Internet.
  8. Gn 17,5, su La Parola - La Sacra Bibbia in italiano in Internet.
  9. Genesi 32,29, su La Parola - La Sacra Bibbia in italiano in Internet.
  10. Lia Tagliacozzo, Ebraismo, l’identità nel cambiamento, su ilmanifesto.it, 23 agosto 2024 (archiviato il 24 gennaio 2025).
  11. prof. Piero Capelli, Imposizione e cambiamento di nome nella Bibbia ebraica (PDF), Università Ca' Foscari di Venezia, a.a. 2012-2013 (archiviato il 5 novembre 2024).

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