Vai al contenuto

Storia del Regno d'Italia (1922-1943)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Ventennio fascista)
Image Disambiguazione – Se stai cercando la storia del fascismo in Italia, vedi Storia del fascismo italiano.
Image
Stemma del Regno d'Italia tra il 1929 e il 1944

La storia del Regno d'Italia dal 1922 al 1943 coincide con il periodo noto come ventennio fascista, durante il quale l'Italia fu governata dal regime autoritario di Benito Mussolini, duce del Partito Nazionale Fascista (PNF). Il ventennio ebbe inizio in seguito alla marcia su Roma, che si concluse il 31 ottobre 1922 con la formazione del governo Mussolini. Dopo una fase iniziale di governo formalmente di carattere parlamentare, il regime fascista consolidò progressivamente il suo dominio attraverso la censura e l'istituzionalizzazione dello squadrismo. In seguito al delitto Matteotti, il 3 gennaio 1925 Mussolini annunciò la svolta autoritaria, avviando la trasformazione dello Stato verso un regime totalitario con l'approvazione delle leggi fascistissime e l'assorbimento di tutte le associazioni culturali all'interno del PNF. La guerra d'Etiopia del 1935 rappresentò l'apice del consenso interno al regime e determinò al contempo l'isolamento internazionale dell'Italia fascista, che da questo momento iniziò ad avvicinarsi alla Germania nazista, formalizzandone l'alleanza nel 1939 con il Patto d'Acciaio. L'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale avvenne così al fianco della potenze dell'Asse il 10 giugno 1940; tuttavia le sconfitte militari e il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione indebolirono rapidamente il sostegno al regime. In seguito allo sbarco alleato in Sicilia, il 25 luglio 1943, il Gran consiglio del fascismo votò la sfiducia a Mussolini, ponendo così fine al ventennio fascista.

Il fascismo al governo (1922-1925)

[modifica | modifica wikitesto]

La fiducia al governo Mussolini

[modifica | modifica wikitesto]
Image Lo stesso argomento in dettaglio: Marcia su Roma e Governo Mussolini.
Image
Sfilata delle squadre fasciste il 31 ottobre 1922 in seguito al giuramento del governo Mussolini

Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1922, dopo mesi di violenze squadriste e in un contesto democratico ormai compromesso, le squadre d'azione del Partito Nazionale Fascista (PNF) cominciarono ad affluire in massa verso Roma, esercitando sulle istituzioni una pressione paramilitare per favorire l'ascesa al potere di Benito Mussolini.[1] Le avvisaglie della "marcia su Roma" provocarono la crisi del governo Facta II, che rassegnò definitivamente le dimissioni la mattina del 28 ottobre in seguito al rifiuto di re Vittorio Emanuele III di firmare il decreto sullo stato d'assedio della capitale.[2] Sfumata l'ipotesi di un esecutivo guidato da Antonio Salandra che includesse anche ministri fascisti, il 29 ottobre il re conferì a Mussolini l'incarico di formare il nuovo governo.[3] I ministri furono scelti da Mussolini stesso attraverso colloqui individuali senza interpellare le segreterie dei rispettivi partiti politici, dando così vita a un governo di coalizione solo sul piano formale.[4] Mussolini, oltre alla presidenza del consiglio, si attribuì anche il ministero dell'interno e ad interim quello degli esteri. La compagine ministeriale era costituita dai fascisti Alberto de' Stefani (finanze), Giovanni Giuriati (terre liberate) e Aldo Oviglio (giustizia); i militari Armando Diaz (guerra) e Paolo Thaon di Ravel (marina); i demosociali Giovanni Antonio Colonna di Cesarò (poste e telegrafi) e Gabriello Carnazza (lavori pubblici); i popolari Stefano Cavazzoni (lavoro) e Vincenzo Tangorra (tesoro); il nazionalista Luigi Federzoni (colonie); il democratico Teofilo Rossi (industria e commercio); il liberale di destra Giuseppe De Capitani d'Arzago (agricoltura) e l'indipendente Giovanni Gentile (istruzione).[5] Il 31 ottobre il governo Mussolini prestò giuramento, e nel pomeriggio circa trentamila squadristi sfilarono insieme a reparti del Regio Esercito di fronte al palazzo del Quirinale per omaggiare col saluto romano il re e i due ministri militari.[6] Conclusa la parata, Mussolini ordinò la smobilitazione delle squadre fasciste, che fino alla sera del 1° novembre si resero responsabili di numerose violenze contro militanti e deputati delle opposizioni, provocando complessivamente diciannove morti e sessantacinque feriti.[7]

Image
Mussolini con i ministri alle celebrazioni dell'anniversario della vittoria il 4 novembre 1922

La sera del 1° novembre 1922 Mussolini convocò la prima seduta del Consiglio dei ministri annunciando di voler ristabilire l'ordine pubblico e promuovere la "pacificazione nazionale".[8] Prima ancora di ricevere la fiducia dal parlamento, il governò approvò provvedimenti favorevoli a industriali e agrari: il 10 novembre fu abolita l'obbligatorietà della nominatività dei titoli azionari[9] e venne ritirato il progetto di riforma agraria elaborato dai governi precedenti.[10] Il 16 novembre Mussolini fece il suo primo discorso alla Camera dei deputati per ottenere la fiducia.[10] Nel "discorso del bivacco", il capo del governo denigrò e minacciò l'istituzione parlamentare, rassicurando al contempo la classe dirigente liberale con la promessa di nuovi finanziamenti alle imprese e del rispetto dei trattati internazionali.[10] La Camera approvò la fiducia con 306 voti favorevoli e 116 contrari.[11] Il 19 novembre Mussolini debuttò in politica internazionale partecipando alla conferenza di Losanna per la definizione dei confini turchi, incontrando il ministro degli esteri britannico e il presidente francese.[11] Il 25 novembre la Camera concesse al governo i pieni poteri per un anno, al fine di riordinare il sistema tributario e la pubblica amministrazione.[12][13] Infine, il 27 novembre, il governo ottenne la fiducia anche dal Senato di nomina regia, con 164 voti favorevoli e 26 contrari.[14]

Lo squadrismo e le prime riforme fasciste

[modifica | modifica wikitesto]
Image
La Camera del Lavoro di Torino devastata in seguito alla strage squadrista del dicembre 1922

Il 15 dicembre 1922 Mussolini convocò presso il Grand Hotel de Rome (il suo alloggio a Roma) lo stato maggiore del PNF, istituendo di fatto il Gran consiglio del fascismo.[14] Durante la seduta si discusse di come regolarizzare le formazioni paramilitari e di introdurre una nuova legge elettorale maggioritaria.[15] Nel frattempo, nonostante le promesse del governo, le violenze squadriste non si placarono: tra il 18 e il 20 dicembre, per vendicare la morte di due fascisti, le squadracce di Torino attuarono una sanguinosa rappresaglia, uccidendo undici persone e ferendone ventisei.[16][17] Per gli autori della strage di Torino non ci fu però alcuna conseguenza giudiziaria, dato che il 22 dicembre 1922 fu promulgata l'amnistia generale per tutti gli squadristi.[18][19] La repressione delle opposizioni fu messa in atto anche dal Ministero dell'interno, di cui Mussolini era titolare: i primi a esserne colpiti furono i dirigenti del Partito Comunista d'Italia (PCd'I), contro i quali, il 30 dicembre 1922, fu diramato l'ordine di arresto.[20] Sul piano politico, il PNF operò per assorbire e disgregare le formazioni dei "fiancheggiatori" del fascismo, integrando esponenti della destra liberale e dell'Associazione Nazionalista Italiana (ANI), confluita nel PNF il 26 febbraio 1923,[21] ma oltre alle correnti conservatrici del Partito Popolare Italiano (PPI), della Democrazia Sociale (DS) e del Partito Repubblicano Italiano (PRI).[22] L'aumento degli iscritti alimentò una spaccatura interna al PNF tra la corrente intransigente dei ras dello squadrismo, come Roberto Farinacci e Italo Balbo,[23] e quella normalizzatrice, composta dai neoiscritti della destra conservatrice.[24] Il conflitto emerse chiaramente il 29 maggio 1923, quando l'ex nazionalista Alfredo Misuri criticò Mussolini alla Camera per la mancata normalizzazione del fascismo, venendo aggredito dagli squadristi il giorno seguente.[25] A richiedere la normalizzazione del fascismo e l'abolizione dei ras locali fu anche l'ex nazionalista Massimo Rocca, il quale, dopo uno scontro con Roberto Farinacci, fu espulso dal PNF il 27 settembre 1923.[26]

Image
Reparti della MVSN sfilano davanti a Mussolini nel marzo 1924

Il 1° febbraio 1923 fu istituita la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), un corpo di gendarmeria dipendente dal capo del governo che assorbiva le funzioni della Regia guardia per la pubblica sicurezza.[27][28] Con l'istituzione della MSVN fu disposto lo scioglimento delle squadre d'azione fasciste e delle milizie nazionaliste, i cui aderenti confluirono in massa nel nuovo corpo armato.[29][30] Le violenze diminuirono, ma non cessarono: il 21 gennaio 1923 gli squadristi si resero responsabili di una serie di rappresaglie alla Spezia, con l'assassinio di diciannove persone,[25][31] mentre nella cittadina di Molinella, nell'arco di otto mesi dall'insediamento del governo fascista, furono compiuti settanta omicidi, denunciati dal segretario del Partito Socialista Unitario (PSU) Giacomo Matteotti nel saggio Un anno di dominazione fascista.[32] Azioni squadriste si verificarono anche contro gli esponenti dell'opposizione liberale, come l'ex presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti e il deputato Giovanni Amendola.[25] In questo periodo proseguì anche lo smantellamento delle amministrazioni locali di opposizione, messo in atto oltre che dagli squadristi, anche dai nuovi prefetti insediati dal governo,[33] i quali, tra maggio e dicembre del 1923, sciolsero 368 consigli comunali e 10 consigli provinciali.[34] In questo clima permeato dalla violenza squadrista e dalla repressione dell'opposizione da parte del governo, le elezioni amministrative tenute nel 1923 si conclusero in larghissima maggioranza con la vittoria delle liste fasciste.[35] Se da un lato la MVSN fu impiegata per la repressione delle opposizioni, dall'altro venne inviata a scopi propagandistici per prestare servizio di soccorso durante l'eruzione dell'Etna del giugno 1923 e il crollo della diga del Gleno del 1º dicembre 1923.[36]

Image
Don Luigi Sturzo al IV congresso del Partito Popolare Italiano il 12 aprile 1923

Nei confronti dei popolari, i fascisti attuarono una duplice strategia di repressione e apertura; nonostante il partito partecipasse al governo con due ministri, i militanti popolari continuarono infatti ad essere vittime della violenza squadrista.[37] Il 12 aprile 1923, al IV congresso del PPI, vinse la linea del segretario don Luigi Sturzo, che confermò la collaborazione col governo, a condizione che non venisse introdotta una legge elettorale maggioritaria che prevedesse un ampio premio di maggioranza.[38] Mussolini giudicò i popolari "essenzialmente antifascisti" e rispose facendo dimettere i ministri del PPI il 17 aprile 1923, provocando in tal modo un inasprimento delle violenze fasciste contro i cattolici,[39] culminato il 23 agosto con l'assassinio di don Giovanni Minzoni.[40] Contemporaneamente, il governo, tramite il gesuita Pietro Tacchi Venturi, avviò una politica di conciliazione con la Santa Sede: fu introdotto l'obbligo di esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche e furono parificate le scuole cattoliche, cui furono garantite agevolazioni fiscali.[41] Tali misure furono implementate nel corso del 1923 dal ministro dell'istruzione Giovanni Gentile, nel frattempo iscrittosi al PNF, nel quadro di una complessiva riorganizzazione del sistema scolastico. Con la riforma Gentile l'amministrazione scolastica fu ulteriormente centralizzata e gerarchizzata, mentre fu privilegiata la formazione elitaria rispetto a quella di base.[41][42] Nel febbraio del 1923, Mussolini interloquì col segretario di Stato della Santa Sede Pietro Gasparri per sostituire i vertici del Banco di Roma e salvare l'istituto di credito dal fallimento attraverso il Consorzio per sovvenzioni su valori industriali (CSVI), un ente della Banca d'Italia guidata dal governatore Bonaldo Stringher.[43] Su pressione delle gerarchie ecclesiastiche e dei cattolici nazionali, nel corso della discussione sulla riforma elettorale, il 10 luglio 1923 Sturzo si dimise dalla segreteria del partito.[41][44] Il 21 luglio, con un voto di fiducia a scrutinio segreto, la Camera, con 223 favorevoli e 123 contrari, approvò la legge Acerbo, una legge elettorale che garantiva i due terzi dei seggi alla lista che avesse raccolto almeno un quarto dei voti.[45][46]

Il liberismo e le relazioni internazionali

[modifica | modifica wikitesto]
Image
Divisione territoriale delle concessionarie telefoniche

Sul piano economico, il ministro delle finanze Alberto de' Stefani, cui fu affidato anche il Ministero del tesoro dopo la scomparsa del popolare Vincenzo Tangorra, avviò una serie di riforme di stampo liberista, le cosiddette Riforme De' Stefani.[47] Sotto il suo dicastero si registrarono incrementi nella produzione industriale e nell'occupazione, favoriti da una ripresa dell'economia globale e dall'indebolimento del movimento sindacale.[47] Tuttavia, la crescita economica avvenne a discapito della classe lavoratrice: i salari diminuirono a fronte di un aumento della pressione fiscale,[47] dovuta all'estensione della tassa sui beni mobili anche alle classi meno abbienti.[48] Per ridurre la spesa pubblica, il governo operò inoltre tagli drastici al personale statale, licenziando decine di migliaia di impiegati, specialmente nel settore ferroviario.[48] De' Stefani, inoltre, liberalizzò le dogane per incentivare le esportazioni, incontrando però la ferma opposizione di industriali e agrari.[48][49] Parallelamente il ministro del lavoro, il popolare Stefano Cavazzoni, recependo le direttive dell'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), introdusse, seppur con numerose deroghe, la giornata lavorativa di otto ore e regolamentò l'orario di lavoro notturno per donne e minori.[48][50]

In seguito alle dimissioni dei ministri popolari, il Ministero del lavoro, dell'industria e dell'agricoltura furono accorpati nel Ministero dell'economia nazionale, che fu assegnato al fisico di area liberale Orso Mario Corbino.[51] Le liberalizzazioni passarono anche dalla restituzione della gestione del servizio telefonico ai privati attraverso la suddivisione del territorio nazionale in aree di competenza, portando alla nascita di società quali TIMO, STIPEL, TELVE, TETI, SET, oltre all'azienda pubblica ASST.[52] Nelle comunicazioni, il ministro demosociale Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, si oppose al monopolio della Marconi Company, favorendo l'ingresso di altri operatori, come l'Italcable e l'Italo radio.[52] Nel settore radiofonico, invece, una sussidiaria della Marconi Company, si fuse con le concorrenti, dando vita all'Unione Radiofonica Italiana (URI), che ottenne il monopolio delle trasmissioni.[52]

Sul fronte sindacale, tra il luglio e l'ottobre 1923, la Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), guidata dal socialdemocratico Ludovico D'Aragona, cercò un dialogo con Mussolini, trovando l'ostruzionismo sia dei fascisti intransigenti sia del segretario del PSU Giacomo Matteotti.[53][54] Nel frattempo la proposta del sindacalista fascista Edmondo Rossoni di creare un sindacato unitario fu respinta da Mussolini, che il 19 dicembre 1923 firmò il patto di Palazzo Chigi tra la Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali (CNCS) e Confindustria, volto a sancire la collaborazione tra industriali e lavoratori.[55][56]

Image
Firma degli accordi tra l'Unione Sovietica e l'Italia (7 febbraio 1924)

In ambito internazionale, Mussolini perseguì una linea aggressiva per accreditare l'Italia come una grande potenza.[57] Il 31 agosto 1923, a seguito dell'eccidio della missione italiana incaricata di definire il confine tra Albania e Grecia, Mussolini ordinò l'occupazione militare e il bombardamento navale di Corfù.[58] La crisi di Corfù si inserì in un quadro dei rapporti tra Italia e Grecia già carico di tensioni per via della sovranità italiana sul Dodecaneso, stabilita dal Trattato di Losanna e rivendicate come Isole italiane dell'Egeo; ciò suscitò la preoccupazione del Regno Unito, mentre invece la Francia mantenne un atteggiamento accondiscendente, in cambio del sostegno italiano all'occupazione della Ruhr.[58] Mussolini pretese significative riparazioni dal governo ellenico, che furono riconosciute legittime dalla Società delle Nazioni; una volta ricevuto l'indennizzo, il 27 settembre 1923, egli pose fine all'occupazione dell'isola.[58] Nonostante la prova di forza, l'Italia fu esclusa dalla stesura del protocollo di Tangeri per il controllo dello stretto di Gibilterra.[57] Tuttavia, grazie all'intensa attività diplomatica di Salvatore Contarini e ai buoni rapporti con la Francia, alleata della Jugoslavia, il 27 gennaio 1924 fu siglato il trattato di Roma, che sancì la sovranità italiana sulla città di Fiume,[57] definita l'anno successivo dalla convenzione di Nettuno.[59] Furono inoltre stretti patti di amicizia con la Jugoslavia e confermati quelli già in essere con Austria, Bulgaria e Ungheria.[60] Nel febbraio del 1924, l'Italia normalizzò le relazioni diplomatiche e commerciali con l'Unione Sovietica,[57] mossa che ricevette il plauso di Nicola Bombacci, segretario del gruppo parlamentare comunista, poi espulso dal partito.[61] Sul fronte della politica coloniale, il governo diede nuovo impulso alla riconquista della Tripolitania, ottenendo in tre anni il controllo della regione attraverso le operazioni militari già avviate dal generale Rodolfo Graziani durante il Governo Facta I.[62]

Il delitto Matteotti e la crisi di governo

[modifica | modifica wikitesto]
Image
Mussolini si reca a votare alle elezioni politiche del 1924
Image
Giacomo Matteotti dopo elezioni politiche del 1924

Il 18 dicembre 1923, con l'entrata in vigore della legge Acerbo,[46] Mussolini decise di non chiedere la proroga dei pieni poteri alla Camera, ma di andare a elezioni anticipate,[63] emanando il decreto di scioglimento della Camera il 25 gennaio 1924.[64] Mussolini decise di presentarsi in una lista elettorale che, oltre agli iscritti al PNF, includesse a titolo personale anche esponenti di area liberale, cattolici nazionali, mutilati di guerra, industriali e agrari.[65][66] La selezione dei candidati venne affidata alla "pentarchia", una commissione composta dai mussoliniani Cesare Rossi, Giacomo Acerbo, Aldo Finzi e dagli integralisti Michele Bianchi e Francesco Giunta.[65] Dei 356 candidati presentati dalla Lista Nazionale, 250 appartenevano al PNF, equamente suddivisi tra integralisti e moderati, mentre tra gli indipendenti aderirono personalità di spicco, come gli ex presidenti del consiglio Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando.[67] Alla lista principale si affiancò poi anche una seconda lista di 22 candidati, al fine di sottrare ulteriori seggi alle opposizioni.[67] I liberali, tra cui Giovanni Giolitti, si presentarono in liste "parallele" fiancheggiatrici del governo; altri, come Giovanni Amendola, costituirono liste di opposizione costituzionale e democratica; infine, i partiti di massa si presentarono individualmente.[68]

Le elezioni politiche del 6 aprile 1924 si svolsero in un clima di repressione, alimentato dalla presenza della MVSN ai seggi elettorali e dal boicottaggio degli organi di stampa dell'opposizione, anche di quella interna al PNF, orientata alla normalizzazione del fascismo.[61] Il "listone" fascista raccolse il 60,1% dei consensi, più il 4,9% dalla "lista bis", riuscendo così a eleggere 375 deputati, mentre alle opposizioni andarono i restanti 160 seggi.[66][69] Le opposizioni furono falcidiate: il PPI raccolse il 9,0% dei consensi, il PSU il 5,9%, il PSI il 5,03% e il PCd'I il 3,74%, unico partito ad aver aumentato gli eletti.[66]

Il 30 maggio 1924, tre giorni dopo l'inaugurazione della XXVII legislatura, iniziò la discussione sulla convalida in blocco degli eletti, contro la quale si schierò il segretario del PSU Giacomo Matteotti, che in un discorso alla Camera denunciò le violenze e i brogli elettorali.[70] Nel frattempo, Matteotti si apprestava anche a denunciare il coinvolgimento dei vertici del fascismo, tra cui il direttore del Popolo d'Italia e fratello del duce, Arnaldo Mussolini, nello scandalo dei petroli.[71] Il pomeriggio del 10 giugno, Matteotti fu rapito e assassinato da una banda armata, facente capo allo squadrista Amerigo Dumini e posta alle dipendenze della cosiddetta "Ceka fascista" (successivamente OVRA), un'organizzazione voluta da Mussolini e gestita dai suoi collaboratori Giovanni Marinelli e Cesare Rossi, con la complicità del capo della polizia Emilio De Bono, per compiere aggressioni contro gli oppositori.[72]

Image
Il ritrovamento del corpo di Matteotti il 16 agosto 1924

Il delitto Matteotti scatenò immediatamente una crisi di governo: il 13 giugno si dimisero i ministri Luigi Federzoni (colonie), Aldo Oviglio (giustizia), Alberto de' Stefani (finanze) e, il giorno successivo, Giovanni Gentile (istruzione).[73] Per tranquillizzare la monarchia e i "fiancheggiatori", in seguito a un lungo colloquio con il re, il 17 giugno Mussolini rinunciò al ministero degli interni, concedendolo all'ex nazionalista Federzoni.[73] Garantì inoltre l'impegno del governo ad assicurare alla giustizia i responsabili del delitto, tanto che tra il 12 e il 18 furono arrestati tutti i membri della "Ceka fascista", ad eccezione di Cesare Rossi, il quale, latitante, si consegnò alle autorità il 24 giugno.[73] Nel frattempo, le opposizioni, costituite in un comitato unitario (da cui i comunisti erano fuoriusciti il 18 giugno), dopo aver denunciato le dirette responsabilità di Mussolini nel delitto, annunciarono il 27 giugno di astenersi dalla prosecuzione dei lavori parlamentari fintato che non fossero cessate le illegalità fasciste, dando così inizio alla cosiddetta "secessione dell'Aventino".[74][75] Il 30 giugno, Mussolini operò un rimpasto di governo, nominando esponenti vicini alla monarchia e "fiancheggiatori" del fascismo, come Alessandro Casati (istruzione), Pietro Lanza di Scalea (colonie); chiese inoltre le dimissioni di Orso Mario Corbino[51] (economia nazionale) e Gabriello Carnazza (lavori pubblici)[76], a causa della loro implicazione nello scandalo dei petroli, e li sostituì rispettivamente con Cesare Nava e Gino Sarrocchi.[74] L'8 luglio entrarono in vigore le norme restrittive della libertà di stampa, approvate l'anno precedente.[77][78] Il 1° agosto, la MVSN entrò a far parte regolarmente delle forze armate, giurando fedeltà al re, ma rimanendo alle dipendenze del presidente del consiglio.[79] Il ritrovamento del corpo di Matteotti, il 16 agosto 1924, scosse nuovamente l'opinione pubblica, che divenne sempre più convinta delle responsabilità di Mussolini nel delitto.[80]

L'aggravarsi della crisi innescata dal delitto Matteotti fu ulteriormente acuita da una "seconda ondata" di violenze squadriste, incoraggiate da Italo Balbo e Roberto Farinacci.[81] Il 5 settembre, Piero Gobetti, direttore della rivista La Rivoluzione liberale, fu bastonato, mentre il 12 settembre a Bologna gli squadristi lanciarono una rappresaglia contro le logge massoniche in seguito all'assassino del deputato fascista Armando Casalini.[82] La Confindustria pretese la cessazione dello squadrismo e il ripristino delle libertà civili, turbata anche dalla ripresa delle agitazioni operaie del sindacalista fascista Edmondo Rossoni.[82] Parallelamente, i "fiancheggiatori" del Partito Liberale Italiano (PLI) sancirono la loro autonomia dal governo, così come i membri l'Associazione Nazionale Combattenti (ANC).[83] Nel frattempo, sotto la guida di Giovanni Amendola, le opposizioni costituzionali si riunirono nell'Unione nazionale delle forze liberali e democratiche.[83]

Il 15 novembre, Mussolini parlò alla Camera, rivendicando i successi in politica estera, come l'assegnazione all'Italia del possedimento coloniale dell'Oltregiuba (15 luglio 1924) in esecuzione al patto di Londra.[59] Durante il dibattito parlamentare, però, Giovanni Giolitti passò all'opposizione, mentre critiche al governo pervennero anche da Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando.[84] Per riconquistare il favore dei "fiancheggiatori", il 20 dicembre 1924 Mussolini presentò alla Camera una nuova legge elettorale per il ritorno al sistema maggioritario.[85] Ciononostante, il 30 dicembre, i ministri Alessandro Casati e Gino Sarrocchi avanzarono l'ipotesi di dimissioni del governo, cui però si oppose tutto il gabinetto, incluso Federzoni (indicato come possibile successore) e i ministri militari.[86] La normalizzazione del fascismo provocò la dura reazione degli intransigenti, tanto che il 31 dicembre trentatré consoli della MVSN guidati da Enzo Emilio Galbiati si recarono da Mussolini per chiedere l'accelerazione della "rivoluzione fascista", altrimenti avrebbero solidarizzato con gli squadristi reclusi.[87] Nel frattempo, a Firenze si radunarono 10000 squadristi, che devastarono tipografie e circoli di opposizione, mentre in 4000 si radunarono davanti al carcere delle Murate, chiedendo la liberazione dei camerati reclusi.[88][89] Per superare la crisi, il 3 gennaio 1925 Mussolini tenne un discorso alla Camera in cui annunciò la svolta autoritaria del suo governo.[90]

La sera stessa del 3 gennaio 1925 il ministro dell'interno Luigi Federzoni diede disposizioni ai prefetti di reprimere le organizzazioni di opposizione rimanenti, intimando agli squadristi fascisti di non interferire con gli interventi di polizia.[91] Nell'arco di tre giorni furono effettuati numerosi arresi e perquisizioni, furono inoltre chiusi circoli e organizzazioni di opposizione, tra cui tutte le sedi dell'associazione combattentistica Italia libera e il periodico fascista La conquista dello Stato di Curzio Malaparte.[91]

L'instaurazione della dittatura (1925-1929)

[modifica | modifica wikitesto]

Il compattamento del fronte fascista e le "leggi fascistissime"

[modifica | modifica wikitesto]
Image Lo stesso argomento in dettaglio: Leggi fascistissime e Attentati a Benito Mussolini.
Image
Il ministro dell'interno Luigi Federzoni nel 1925

Il 5 gennaio si dimisero i ministri liberali Alessandro Casati e Gino Sarrocchi, sostituiti rispettivamente dai fascisti Pietro Fedele (istruzione) e Giovanni Giuriati (lavori pubblici), si dimise anche il fascista Aldo Oviglio (giustizia), sostituito dal presidente della Camera Alfredo Rocco, e il ministro delle finanze Alberto de' Stefani, le cui dimissioni furono però respinte da Mussolini.[91] Il 12 gennaio il governo presentò un disegno di legge per disciplinare le organizzazioni segrete, con il duplice scopo di arginare l'influenza della massoneria sugli apparati statali e di impedire la riorganizzazione delle opposizioni.[92] Il 17 gennaio, durante l'approvazione delle legge elettorale, si registrarono i voti contrari di Giovanni Giolitti, Antonio Salandra, Vittorio Emanuele Orlando e un lieve indebolimento della maggioranza parlamentare, specialmente al Senato.[93]

Nell'agosto del 1925 Orlando si candidò con il sostegno di Cosa nostra alle elezioni amministrative di Palermo, le ultime elezioni pluripartitiche svolte in Italia durante il governo Mussolini, venendo però sconfitto dalla lista del fascista Alfredo Cucco.[94] In Sicilia la mafia continuò a rimanere legata alla classe dirigente liberale: per porre fine al potere mafioso Mussolini inviò a Palermo il prefetto Cesare Mori, che in breve tempo riuscì a ottenere grandi successi nella lotta alla mafia (vedi Cosa nostra durante il fascismo).[95]

Per confermare il favore dei comandi del Regio Esercito, Mussolini sconfessò il progetto di riforma del ministro della guerra Antonino Di Giorgio (subentrato ad Armando Diaz il 30 aprile 1924), assumendo così ad interim l'incarico ministeriale.[96] Mussolini inoltre istituì il Ministero dell'aeronautica e creò la carica di Capo di stato maggiore della difesa, assegnandola a Pietro Badoglio; tali riforme causarono le dimissioni del ministro della marina militare Paolo Thaon di Revel e Mussolini si trovò a essere contemporaneamente ministro della guerra, della marina e dell'aeronautica.[97]

Image
Il segretario del PNF Roberto Farinacci nel 1925

Per unire il partito e compiacere i fascisti più radicali, il 12 febbraio 1925 il Gran consiglio del fascismo nominò Roberto Farinacci segretario del PNF.[98] Farinacci gerarchizzò ulteriormente il partito e allontanò i critici, arrivando ad espellere circa 42000 iscritti, tra cui cinque deputati e l'ex ministro Aldo Oviglio.[99] Le organizzazioni di partito, come l'Avanguardia giovanile fascista (AGF), i Gruppi Universitari Fascisti (GUF) e i Fasci femminili (FF), furono poste sotto il controllo della segreteria, mentre furono riorganizzate le pubblicazioni dei periodici fascisti provinciali.[100] Farinacci inoltre promosse la nascita dell'Istituto nazionale fascista di cultura (INFC) e la conferenza da cui il 21 aprile 1925, giorno del "Natale di Roma" e del lavoro,[101] seguì la pubblicazione sul Popolo d'Italia del Manifesto degli intellettuali fascisti, redatto dall'ex ministro dell'istruzione Giovanni Gentile.[102] In risposta il 1° maggio, giorno della Festa dei lavoratori fino all'avvento del fascismo, Benedetto Croce pubblicò su Il Mondo il Manifesto degli intellettuali antifascisti.[103] Al IV congresso del PNF del 21 giugno 1925, Farinacci fu confermato alla segreteria, iniziando così ad acquisire una autonomia crescente rispetto al governo.[104] Il sostegno di Farinacci allo squadrismo per il completamento della "rivoluzione fascista" lo fece entrare in polemica con Federzoni e con lo stesso Mussolini.[105] La possibilità di indurre Farinacci alle dimissioni si presentò la notte del 3 ottobre, quando a Firenze l'omicidio del vicesegretario locale scatenò una rappresaglia squadrista che causò sette morti, tra cui il massone Giovanni Becciolini e il deputato socialista Gaetano Pilati.[106][107] Infine, il 30 marzo 1926, Farinacci fu costretto alle dimissioni a causa della polemica scaturita dal processo sul delitto Matteotti, nel quale Farinacci intervenne come avvocato difensore di Amerigo Dumini.[108] Nel corso della riunione, il Gran consiglio del fascismo nominò alla segreteria del PNF Augusto Turati, che si insediò ufficialmente il 7 aprile 1926.[108]

Image
Mussolini nel 1926 dopo l'attentato subito da Violet Gibson

L'opposizione del governo alle illegalità squadriste fu accolto con favore dalla monarchia e dalla classe dirigente liberale, che si rese così disponibile ad avallare le riforme autoritarie presentate dal ministro della giustizia Alfredo Rocco al Gran consiglio del fascismo nell'ottobre 1925.[109] Il sostegno alla svolta autoritaria fu rafforzato il 5 ottobre 1925 dalla scoperta di un complotto contro la vita di Mussolini organizzato dal deputato socialdemocratico Tito Zaniboni e dal generale e massone Luigi Capello.[110]

Tra il 1925 e il 1926, con l'approvazione delle cosiddette "leggi fascistissime" elaborate da Rocco, avvenne una netta trasformazione dello Stato in senso autoritario.[111] Mussolini assunse la carica di Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, incrementando i propri poteri nei confronti del parlamento, mentre al governo furono attribuiti ulteriori poteri legislativi. L'amministrazione comunale venne affidata ai podestà di nomina governativa,[111] annullando così la concessione del voto amministrativo alle donne, introdotta qualche mese prima.[112] Contemporaneamente, le associazioni furono costrette a consegnare all'autorità pubblica gli elenchi dei soci e furono soppresse le associazioni segrete, colpendo in questo modo le logge massoniche,[113] mentre gli oppositori del regime rifugiati all'estero furono privati della cittadinanza italiana.[114] La stampa periodica fu sottoposta a rigidi controlli: cessarono così le pubblicazioni dei periodici politici, mentre i giornali liberali come La Stampa e il Corriere della Sera passarono sotto il controllo dei fascisti.[113]

Nel frattempo, nel 1926, si moltiplicarono gli attentati a Benito Mussolini: il 7 aprile 1926, l'irlandese Violet Gibson lo ferì di striscio con un colpo di pistola, l'11 settembre l'anarchico Gino Lucetti lanciò una bomba contro la sua auto, mentre il 31 ottobre il quindicenne Anteo Zamboni sparò contro la sua auto, venendo linciato dagli squadristi.[114] In seguito agli attentati, il ministro dell'interno Luigi Federzoni fu sostituito ad interim da Mussolini e ricollocato alle colonie.[115] Dopo gli attentati furono promulgate le leggi per la difesa dello Stato: fu reintrodotta la pena di morte, fu vietata la ricostituzione delle organizzazioni antifasciste e fu istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, composto da militari e comandanti della MVSN.[116][117] Dal ministero dell'interno furono varate ulteriori norme liberticide: restrizioni sull'emissione dei passaporti e sull'espatrio clandestino, istituzione del confino per gli oppositori politici, soppressione della stampa e dei partiti antifascisti. Il PNF divenne de facto il partito unico, mentre i deputati aventiniani e i comunisti furono dichiarati decaduti.[116][118] Per ottenere la completare subordinazione del parlamento, nel 1926 fu creata l'Unione nazionale del Senato (UNS) allo scopo di coordinare l'approvazione dei disegni di legge e promuovere le attività dell'esecutivo al Senato.[119] La fascistizzazione dello Stato si concretizzò anche nelle forme: il saluto romano fu adottato ufficialmente dalle istituzioni,[120] alla Marcia reale venne affiancata Giovinezza e fu reso obbligatorio il calendario dell'era fascista.[121]

Con l'introduzione di queste leggi, la maggioranza degli antifascisti assunse una posizione attendista, mentre i militanti furono costretti all'esilio o alla lotta clandestina, senza però riuscire ad avere presa sull'opinione pubblica italiana.[122] Tra gli aderenti al Partito popolare, Luigi Sturzo, Francesco Luigi Ferrari e Giuseppe Donati emigrarono in Francia, mentre Alcide De Gasperi fu arrestato nel 1927, salvo poi essere liberato l'anno successivo per intercessione della Santa Sede, che gli fornì un impiego presso la Biblioteca apostolica vaticana.[123] Tra gli antifascisti democratici, Gaetano Salvemini, Carlo e Nello Rosselli, e altri appartenenti all'Italia libera fondarono, nel gennaio 1925, il primo periodico clandestino antifascista, Non Mollare, poi sostituito l'anno seguente da Il Quarto Stato, a motivo dell'avvicinamento dei democratici ai socialisti unitari.[124] In seguito alle leggi del novembre 1926, in Francia si riorganizzarono il PSI, il PRI e il PSU, rinominato in Partito Socialista Unitario dei Lavoratori Italiani (PSULI), che insieme alla Lega italiana dei diritti dell'uomo (LIDU) si riunirono nell'aprile del 1927 nella Concentrazione antifascista, proseguendo idealmente la secessione dell'Aventino.[125]

Nel gennaio 1926, durante il III Congresso del Partito Comunista d'Italia, Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti elaborarono le cosiddette tesi di Lione per la bolscevizzazione del partito e l'avvicinamento all'Internazionale Comunista.[126] I comunisti continuarono a svolgere azioni di propaganda nelle fabbriche del nord Italia fino al novembre 1926, quando fu arrestata la gran parte dei militanti e dei dirigenti, tra cui lo stesso Gramsci.[127] Dopo l'ondata di arresti, il PCd'I si organizzò in un Centro interno clandestino diretto da Camilla Ravera, per coordinare le azioni in Italia, e un Centro estero composto da Togliatti, Ruggero Grieco e Angelo Tasca per la direzione politica e ideologica del partito.[128]

Il patto sindacale e la stretta del credito

[modifica | modifica wikitesto]
Image
Mussolini coi dirigenti industriali e sindacali fascisti alla firma del patto di Palazzo Vidoni il 2 ottobre 1925

Nonostante la svolta autoritaria del governo, ancora nel maggio 1925 la Federazione Impiegati Operai Metallurgici (FIOM) di Bruno Buozzi e le liste comuniste mantenevano una posizione predominante all'interno delle commissioni sindacali gruppi industriali.[129] Stentavano ad affermarsi invece i sindacati fascisti di Edmondo Rossoni, che dopo aver proclamato nel marzo 1925 lo sciopero dei metalmeccanici torinesi furono costretti dal governo a bloccarlo a causa delle proteste degli industriali e dell'aggregamento delle organizzazioni di opposizione.[129] L'8 luglio, su pressione dei gruppi industriali ormai contrari alle politiche liberiste, Alberto de' Stefani (finanze) e Cesare Nava (economia nazionale) furono costretti alle dimissioni e sostituiti rispettivamente da Giuseppe Volpi e Giuseppe Beluzzo.[130] Volpi implementò rapidamente politiche protezioniste come il rispristino dei dazi sui cereali, che pesavano per il 40% delle importazioni italiane, e Mussolini lanciò la "battaglia del grano" per modernizzare la produzione cerealicola, a discapito delle colture specializzate di esportazione.[131] La modernizzazione delle tecniche agricole fu incentrata sulla selezione genetica e sull'impiego dei fertilizzanti azotati industriali, miglioramenti implementati con successo grazie alle ricerche dell'agronomo Nazareno Strampelli.[132] In cambio dei favori concessi a industriali e agrari, il 2 ottobre 1925 il governo ottenne la firma del patto di Palazzo Vidoni, siglando così l'impegno della Confindustria a riconoscere come unico interlocutore la Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali, sancendo così la fine della libertà sindacale.[133] Il patto fu poi tradotto in legge il 3 aprile 1926: i sindacati fascisti furono posti sotto il controllo delle prefetture, mentre lo sciopero e la serrata furono vietati.[134] Furono inoltre create le corporazioni con l'intenzione di coordinare la produzione nazionale e il 2 luglio 1926 fu istituito il ministero delle corporazioni, in capo a Mussolini.[135] Il 21 aprile 1927 fu pubblicata la Carta del Lavoro, nella quale si dichiarava la dottrina del corporativismo e della politica economica fascista,[136] ottenendo il plauso del sindacalista socialdemocratico Ludovico D'Aragona e dell'ILO.[137] In questa situazione il sindacato cattolico della Confederazione italiana dei lavoratori (CIL) si sciolse nel 1926, mentre la CGdL nel 1927, salvo poi essere ricostituita in Francia da Bruno Buozzi e riorganizzata in Italia da elementi comunisti e anarchici.[137]

Image
Grafico del cambio tra la sterlina britannica (GBP) e la lira italiana (ITL) tra il 1923 e il 1928. La linea tratteggiata indica la "Quota 90"

Nel febbraio 1925 la Borsa di Milano raggiunse il suo apice, arrivando a guadagnare circa il 50% in un anno.[138] Nel frattempo l'accelerazione della svalutazione della lira sui mercati internazionali, l'inflazione crescente e lo squilibrio della bilancia commerciale crearono una situazione di incertezza che provocò un drastico calo dei valori azionari.[138] Dopo un primo prestito di cinquanta milioni di dollari concesso a maggio dalla banca J.P. Morgan & Co. per stabilizzare la lira,[139] il 14 novembre 1925 il ministro delle finanze Giuseppe Volpi ottenne la cancellazione dell'80% del debito di guerra contratto con gli Stati Uniti, sottoscrivendo dopo soli tre giorni un nuovo prestito di cento milioni di dollari dalla J.P. Morgan & Co.[140] Il 14 gennaio 1926 il Regno Unito cancellò l'85% del debito di guerra italiano,[141] e acconsentì alla restituzione delle riserve auree depositate alla Banca d'Inghilterra a garanzia del debito contratto.[142] Nel marzo 1926 ci fu un ulteriore crollo della borsa, mentre la lira si svalutò ulteriormente, passando in due giorni a scambiare da 25,1 lire per dollaro a 28.[143] Per ridurre la circolazione di moneta cartacea il 6 maggio 1926 alla Banca d'Italia fu attribuito il monopolio delle emissioni,[144] funzione fino ad allora condivisa con il Banco di Sicilia e il Banco di Napoli, a cui seguirono gli incarichi vigilanza bancaria, ponendo così le basi per la nascita di una moderna banca centrale.[145] Il 18 agosto 1926 Mussolini annunciò un ulteriore stretta del credito per riportare in breve tempo la lira a "Quota 90", malgrado la forte opposizione interna e lo scetticismo della finanza internazionale.[146] A causa delle forte influenza del governo, la Banca d'Italia attuò la politica deflazionistica riducendo il credito, inoltre il 6 novembre 1926 fu stabilita la conversione forzosa del debito a breve termine nel "prestito del Littorio", debito a scadenza trentennale con rendimento consolidato al 5%,[147] mentre le passività del CSVI furono scorporate dalla Banca d'Italia e trasferite all'Istituto di liquidazioni.[148] La "battaglia per la lira" fece rivalutare sensibilmente la moneta, che arrivò nel giugno 1927 a scambiare a 83 lire per sterlina.[149] La vicenda si concluse il 21 dicembre 1927 con il ripristino della convertibilità aurea della lira e la stabilizzazione del cambio a 92,46 lire per sterlina e 19 lire per dollaro.[150] Il governo tentò di bilanciare le politiche deflattive introducendo un serie di misure favorevoli alle imprese, in generale riducendo le tasse, ma nonostante ciò per i ceti popolari si verificò una generale diminuzione dei salari e l'aumento della disoccupazione, che passò da 182000 a 359000 unità.[151][152]

La politica per la pace e l'imperialismo

[modifica | modifica wikitesto]
Image
La delegazione italiana il 6 ottobre 1925 alla conferenza di Locarno

Nel 1925 Mussolini strinse un rapporto privilegiato con Neville Chamberlain, esponente di spicco del partito conservatore britannico al governo, ricevendo anche l'ammirazione del cancelliere dello Scacchiere Winston Churchill.[153] Il 16 ottobre 1925 l'Italia prese così parte alla conferenza di Locarno nella quale fu definito il suo ruolo di garante, al pari del Regno Unito, dei confini tra Francia, Germania e Belgio stabiliti dal trattato di Versailles.[153] L'Italia non riuscì però a ottenere garanzie sul rispetto del confine tra Austria e Germania, in un momento in cui i movimenti pangermanici puntavano all'Anschluss e protestavano di fronte all'italianizzazione dell'Alto Adige.[153] Locarno inaugurò un processo di riavvicinamento tra la Francia di Aristide Briand e la Germania di Gustav Stresemann, diventando così un ostacolo all'espansione dell'influenza italiana in Austria e nei Balcani, rispettivamente già nell'orbita tedesca e francese.[154] Dal buon rapporto con gli inglesi l'Italia riuscì però a ottenere alcune delle compensazioni coloniche previste dal patto di Londra: il 6 dicembre 1925, in accordo col governo egiziano, l'Italia acquisì il controllo dell'oasi di Giarabub in Cirenaica, mentre il 20 dicembre i britannici diedero il via libera alla penetrazione italiana in Etiopia concedendo la costruzione di una diga sul lago Tana e di una ferrovia per il ricongiungimento di Eritrea e Somalia, sollevando però le proteste di etiopi e francesi.[155] Nel frattempo il 1° ottobre 1925 il governatore della Somalia Cesare Maria De Vecchi avviò una serie di operazioni militari nella colonia per il controllo dei territori del sultanato di Obbia, riuscendo il 28 febbraio 1927 ad assoggettare interamente il territorio della Somalia italiana e a spostare il confine nella regione etiope dell'Ogaden.[156][157]

Per espandere l'influenza italiana nei Balcani, a discapito di quella francese, Mussolini iniziò a finanziare i movimenti separatisti cattolici macedoni e croati della Jugoslavia, e sottrasse dall'influenza serba l'Albania del presidente Ahmed Zogu, concedendole nel marzo 1925 un prestito di cinquanta milioni di franchi d'oro per la realizzazione di opere pubbliche, e mettendo a disposizione i capitali del Credito Italiano per l'istituzione della Banca d'Albania.[158] Il 27 novembre 1926 col trattato di Tirana l'Italia si impegnò a salvaguardare a difendere l'integrità dello stato albanese, contrastando col la linea politica di equidistanza perseguita fino a quel momento dal segretario agli esteri Salvatore Contarini, già dimessosi in aprile.[159] Inoltre il 22 novembre 1927 a Tirana l'Italia firmò un nuovo trattato con l'Albania, in risposta a quello di amicizia tra Francia e Jugoslavia, che prevedeva un alleanza difensiva e la cooperazione militare tra i due stati.[160] Nella Piccola Intesa i trattati di Tirana indebolirono le relazioni tra l'Italia e la Cecoslovacchia, mentre con la Romania l'Italia sottoscrisse nel marzo del 1927 un trattato di amicizia a cui seguì il riconoscimento della sovranità rumena sulla Bessarabia, peggiorando così le relazioni con l'Unione Sovietica.[161] In questo stesso periodo l'Italia stipulò trattati di amicizia anche con Ungheria e Bulgaria,[162] oltre che con paesi extraeuropei come lo Yemen e l'Etiopia.[163]

La fascistizzazione dello Stato e l'accordo con la Chiesa

[modifica | modifica wikitesto]
Image
Avanguardisti dell'ONB al Colosseo per l'anniversario della marcia su Roma il 28 ottobre 1926

Con la nomina di Augusto Turati alla segreteria del PNF, il partito fu ulteriormente centralizzato e burocratizzato. Per trasmettere capillarmente delle direttive del duce ed evitare l'indisciplina dei ras provinciali e degli intransigenti, nel luglio del 1926 fu introdotto il Foglio d'Ordini, mentre l'8 ottobre fu approvato un nuovo statuto che eliminò l'elettività delle cariche e inserì al vertice del PNF il duce e il Gran consiglio del fascismo.[164] Nel primo anno di segreteria Turati epurò dal partito circa 60000 iscritti,[164] mentre nel frattempo i tesserati salirono tra il marzo e il dicembre del 1926 da 637500 a 938000, arrivando a superare il milione l'anno seguente.[165] Per compiere la fascistizzazione completa delle masse Turati dotò il partito di numerosi enti volti a infondere lo spirito fascista.[166] Nel 1926 fu istituita l'Opera nazionale del dopolavoro (OND), che pose sotto il controllo statale le associazioni per il tempo libero dei lavoratori,[167] mentre riguardo alla gioventù trasformò l'Avanguardia giovanile fascista (AGF) di Renato Ricci nell'Opera nazionale Balilla (ONB).[168] Nei confronti di studenti e sportivi Turati riorganizzò i Gruppi Universitari Fascisti (GUF) istituendo la milizia universitaria e mise sotto il controllo del partito il Comitato olimpico nazionale italiano (CONI).[169] Per quanto riguarda le donne l'Opera nazionale maternità e infanzia (ONMI) fu incaricata di riformare i Fasci femminili, che oltre a diffondere lo spirito fascista erano incaricati di fornire assistenza medica e sociale e a erogare corsi di infermieristica e igiene infantile.[170] A livello sindacale Turati, in accordo con il sottosegretario alle corporazioni Giuseppe Bottai, si adoperò per smembrare e mettere sotto il controllo del PNF l'organizzazione sindacale di Edmondo Rossoni, riuscendoci il 27 novembre 1928.[171] Da ministro dell'interno Mussolini impose ai ras provinciali di collaborare con le prefetture, ormai fascistizzate; mentre nella repressione del dissenso l'Arma dei Carabinieri e la polizia di Arturo Bocchini furono affiancate dall'OVRA, la polizia politica per la repressione dell'antifascismo, e dall'Ufficio politico investigativo (UPI) della MVSN.[172]

Image
Il segretario di Stato della Santa Sede Pietro Gasparri firma i patti Lateranensi l'11 febbraio 1929

Mussolini per riuscire a ottenere anche il sostegno della Santa Sede, il 4 ottobre 1926 incaricò il consigliere Domenico Barone di avviare delle trattative con Francesco Pacelli per risolvere la questione romana.[173][174] Una delle principale preoccupazioni di papa Pio XI nei confronti del fascismo fu l'istituzione dell'ONB e il conseguente scioglimento delle associazioni cattoliche non religiose come l'Associazione scouts cattolici italiani (ASCI) e il Corpo nazionale giovani esploratori ed esploratrici italiani (CNGEI), suscitando apprensione per la sopravvivenza dell'Azione Cattolica (AC).[175] A questo si aggiunse il proseguimento delle violenze nei confronti dei cattolici, che il 16 gennaio 1926 si erano manifestate con il respingimento dalla Camera dei deputati popolari, e demosociali, giunti in occasione del funerale della regina madre Margherita di Savoia.[175][176] Dopo tre anni di trattative l'11 febbraio 1929 al palazzo del Laterano Mussolini e il segretario di Stato della Santa Sede Pietro Gasparri firmarono i patti Lateranensi.[177] Col trattato l'Italia riconobbe la sovranità della Santa Sede sulla Città del Vaticano e l'extraterritorialità di alcuni immobili, mentre la Chiesa riconobbe ufficialmente il Regno d'Italia con Roma capitale.[178] Il concordato prevedeva inoltre il risarcimento della Chiesa per 1750000000 di lire, la parificazione del matrimonio religioso al civile, agevolazioni fiscali per le proprietà ecclesiastiche, la riaffermazione del cattolicesimo come religione di Stato, ma anche il giramento di fedeltà dei vescovi nei confronti del re e del governo.[178] I trattati furono ratificati il 7 giugno 1929 e il 20 settembre re Vittorio Emanuele III fece visita a papa Pio XI.[179]

Al termine della "battaglia per la lira", la Banca d'Italia per mantenere il cambio stabile attinse alle riserve in modo da sostenere la ripresa economica.[180] La restrizione del credito inoltre indebolì il sistema bancario, che con l'abbondanza di liquidità degli anni precedenti si era posizionato su investimenti più rischiosi.[181] Per affrontare le crisi bancarie il 7 luglio 1928 Mussolini sostituì Giuseppe Volpi col tecnico Antonio Mosconi,[182] mentre nello stesso periodo al governatore della Banca d'Italia Bonaldo Stringher fu affiancato il direttore generale Vincenzo Azzolini.[183] Con la progressiva ripresa dell'economia italiana la disoccupazione calò a 300786 unità, mentre il bilancio statale chiuse in attivo di 382000000 di lire, a discapito dei salari dei dipendenti statali, che furono ridotti del 10%.[184] Il regime inoltre attuò una politica di fascistizzazione dell'apparato statale, immettendo nelle prefetture e nei ministeri uomini del PNF, principalmente provenienti dalla precedente classe dirigente liberale.[185] Nell'ambito dei lavori pubblici fu intensificata l'elettrificazione ferroviaria e nel 1928 fu costituita l'Azienda autonoma statale della strada (AASS).[184] Il 24 dicembre 1928 fu varata la "legge Mussolini" per la bonifica integrale, la cui attuazione venne affidata al sottosegretario all'economia nazionale Arrigo Serpieri.[186] Col proposito di "ruralizzare" l'Italia il governo adottò nel 1928 delle misure per limitare la crescita delle città, inoltre nel 1927 lanciò la battaglia demografica esaltando la prolificità delle famiglie contadine, introducendo la tassa sul celibato e conferendo agevolazioni fiscali alle famiglie numerose.[187] In vista della scadenza naturale della XXVII legislatura, il 27 febbraio 1928 il ministro della giustizia Alfredo Rocco presentò al consiglio dei ministri una riforma elettorale plebiscitaria che prevedeva un'unica lista di 400 candidati stilata dal Gran consiglio del fascismo, che sarebbe stata confermata nel caso del raggiungimento della maggioranza assoluta dei voti, mentre in caso contrario le elezioni si sarebbero ripetute con più liste governative, assegnando comunque tre quarti dei seggi alla lista con il maggior numero di voti.[188][189] La legge fu approvata alla camera il 16 marzo 1928 con 216 favorevoli e 15 contrari,[189] tra cui Giovanni Giolitti, che fu l'unico a intervenire, mentre al Senato passò il 12 maggio con 161 voti a favore e 46 contrari.[188][190] Il 9 dicembre 1928 il Gran consiglio del fascismo fu costituzionalizzato allo scopo di integrare ulteriormente il PNF nello Stato,[191] provocando l'apprensione dei nazionalisti, specialmente del ministro alle colonie Luigi Federzoni che presentò le dimissioni una settimana dopo l'approvazione della legge.[115] La riforma inasprì le divergenze tra il duce e il re, che il 12 aprile 1928 scampò a un attentato dinamitardo, probabilmente organizzato da alcuni fascisti repubblicani estremisti, che provocò 20 morti e l'arresto pretestuoso degli antifascisti democratici Lelio Basso, Ugo La Malfa e Leone Cattani.[192]

Image
Palazzo Braschi, sede della federazione fascista di Roma, alle elezioni del 1929

Per assicurarsi un'alta affluenza alle prime elezioni di carattere plebiscitario, il PNF mise in moto una campagna elettorale pervasiva, facendo largo impiego dei mass media e alimentando il culto della personalità di Benito Mussolini.[193] Alle elezioni del 17 marzo 1929 si registrò un'affluenza dell'89,6% degli aventi diritto e la lista dei candidati fu approvata col 98,3% dei voti favorevoli, risultati ottenuti anche a causa dei numerosi episodi di ritorsione che si verificarono contro coloro che avevano espresso voto contrario o avevano scelto di astenersi.[194] Le elezioni resero ancora più evidente la sostanziale identificazione del PNF con lo Stato, in ambienti nazionalisti si iniziò quindi a ventilare l'ipotesi di un prossimo scioglimento del partito.[195] Contrari allo scioglimento erano naturalmente i segretari federali fascisti, spesso in dissenso con i prefetti, ma anche gerarchi di alto livello come Roberto Farinacci, che in agosto portò alla luce lo "scandalo Belloni", una vicenda di corruzione e tangenti che colpì i maggiori esponenti del fascismo milanese.[196] Il 14 settembre Mussolini mise a tacere le voci sullo scioglimento del PNF, ma il suo intervento fu preceduto da un improvviso rimpasto di governo.[197] Il 12 settembre il duce lasciò sette ministeri di cui era titolare, mantenendo solo il ministero dell'interno, furono quindi nominati: Dino Grandi (esteri), Michele Bianchi (lavori pubblici), Giuseppe Bottai (corporazioni), Emilio De Bono (colonie), Italo Balbo (aeronautica), Pietro Gazzera (guerra) e Giuseppe Sirianni (marina).[197] Inoltre il ministero dell'economia nazionale fu scorporato: industria e commercio passarono al ministero delle corporazioni, mentre il ministero dell'agricoltura fu ricostituito e assegnato a Giacomo Acerbo; il ministero dell'istruzione fu ridenominato dell'educazione nazionale e Giuseppe Belluzzo sostituito con Balbino Giuliano.[197] Anche se non si giunse allo scioglimento del PNF, il 6 novembre 1929 Gran consiglio del fascismo fu ridotto in numero mentre e lo statuto del PNF fu modificato per subordinare ulteriormente il partito al controllo dello Stato.[198] L'integrazione del fascismo nello Stato passò anche anche attraverso lo stemma del Regno, che l'11 aprile 1929 fu integrato con due fasci littori.[199]

La stabilizzazione del regime (1929-1935)

[modifica | modifica wikitesto]

La "grande depressione" l'IRI e il corporativismo

[modifica | modifica wikitesto]
Image Lo stesso argomento in dettaglio: Grande depressione, IRI e Corporativismo.
Image
Centinaia di disoccupati davanti a una fabbrica in cerca di dieci operai nel 1931 durante la "grande depressione"

Nel "giovedì nero" del 24 ottobre 1929 l'economia mondiale fu travolta dal crollo della Borsa di New York dopo un periodo di forti rialzi azionari, provocando la caduta dei prezzi.[200] La produzione industriale diminuì drasticamente a livello mondiale: in Italia perse il 10% nell'arco di un anno, crollando di circa il 35% tra il 1929 e il 1934.[200] La "grande depressione" investì tutti i settori, provocando un aumento della disoccupazione, specialmente nel settore agricolo.[201] A un anno dall'inizio della crisi i disoccupati passarono dai 304000 del 1929 al 1070000 del 1930, arrivando a toccare quota 1200000 nel 1933.[201] Parallelamente aumentò anche la sottoccupazione, che interessò tra il 20% e il 31% degli occupati nel periodo 1930-1933, mentre l'orario lavorativo fu fissato a 48 ore settimanali nel 1933, salvo poi essere ripristinato l'anno successivo a 40 ore nelle imprese industriali.[201] Nell'industria i salari diminuirono del 15%, in agricoltura ebbero una perdita tra il 20% e il 40%, mentre lo stipendio degli impiegati fu decurtato tra l'8% e il 10%.[202] In questo periodo i sindacati fascisti ottennero alcune concessioni dal governo: la stipula di nuovi contratti nazionali, l'introduzione dell'assegno familiare, delle ferie pagate, dell'indennità da licenziamento e l'istituzione delle casse mutua aziendali, inoltre nei grandi stabilimenti ricomparvero anche i fiduciari sindacali scelti dagli operai.[203] Nel marzo del 1933 le casse nazionali per la previdenza e gli infortuni furono trasformate nell'Istituto nazionale fascista della previdenza sociale (INFPS) e nell'Istituto nazionale fascista per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INFAIL).[203] Tra il 1930 e il 1933 gli iscritti ai sindacati dell'industria passarono da 1200000 a 1800000, mentre quelli dell'agricoltura da 1230000 a 1800000.[203]

Image
Il presidente dell'IRI Alberto Beneduce

Di fonte alla crisi economica, nell'estate del 1930 il Credito Italiano si accordò col governo per cedere le sue partecipazioni industriali alla Società Finanziaria Italiana (SFI) e alla Società Elettrofinanziaria, finanziate dall'Istituto di liquidazioni con la liquidità della Banca d'Italia,[204] che a partire dal 10 gennaio 1931 fu diretta da Vincenzo Azzolini.[183] Nell'autunno del 1931 anche la Banca Commerciale Italiana di Jósef Leopold Toeplitz chiese l'intervento del governo, cedendo le sue partecipazioni industriali alla Società Finanziaria Industriale Italiana (Sofindit).[205] Per finanziare l'operazione il 13 novembre 1931 fu creato su impulso di Alberto Beneduce l'Istituto Mobiliare Italiano (IMI), una società abilitata a emettere obbligazioni garantite dallo Stato.[206] In questa difficile situazione il 20 luglio 1932, nell'ambito di un ampio rimpasto di governo, Mussolini sostituì il ministro delle finanze Antonio Mosconi con il presidente della Sofindit Guido Jung.[207] Nel tentativo di uscire dall'emergenza il 23 gennaio 1933 venne fondato Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), concepito come ente transitorio, fu costituito per interrompere il legame tra grande banca e grande industria, potenziare il credito mobiliare e indirizzare il risparmio verso investimenti sicuri garantiti dallo Stato.[208] L'IRI fu organizzato in due sezioni la "Finanziamenti", per concedere mutui alle imprese, e la "Smobilizzi", per gestire le partecipazioni industriali delle banche in crisi e dell'Istituto di liquidazioni.[209] La presidenza dell'IRI fu affidata ad Alberto Beneduce, già ministro del lavoro nel governo Bonomi e non iscritto al PNF, che scelse come direttore Donato Menichella.[210] Per uscire definitivamente dalla crisi bancaria Menichella propose il controllo pubblico delle grandi banche, nel 1934 l'IRI assunse così il controllo delle tre maggiori banche italiane: il Credito Italiano, il Banco di Roma e la Banca Commerciale Italiana.[211] Al 1934 l'IRI controllava il 21,5% delle società anonime italiane, in particolare gestiva il 100% dell'industria bellica e del carbone, il 90% delle cantieristica navale, l'80% della produzione di locomotive e delle società di navigazione, il 66% delle industrie elettriche e il 40% della siderurgia.[212]

La "grande depressione" attivò in Italia il dibattito sul corporativismo, visto come una "terza via" distinta dal capitalismo e dal comunismo.[213] Grande fautore della collaborazione di classe fu il ministro delle corporazioni Giuseppe Bottai, che il 21 aprile 1930 istituì il Consiglio nazionale delle corporazioni.[214] Concepito per organizzare l'economia nazionale, ebbe di fatto un ruolo marginale, limitando la propria attività a ratificare le decisioni prese negli altri ministeri economici, mentre le decisioni di maggior rilievo furono affidate al comitato centrale interno.[215] Il 20 luglio 1932 Mussolini assunse la guida del ministero delle corporazioni, declamando l'innovazione del corporativismo, ma di fatto agendo incrementando la presenza dello Stato nell'economia con l'IRI.[216] In generale Mussolini indirizzò la spesa pubblica infrastrutturale verso opere a forte intensità di manodopera, venendo così sottratta alla "bonifica integrale", che nonostante le celebrazioni del regime fu notevolmente ridotta.[186][217] Nel 1934 furono istituite le corporazioni e riformati i sindacati, ma senza che queste avessero un effetto nell'autogoverno della produzione, essendo in sostanza ancora irrisolto il conflitto di classe.[218]

La riorganizzazione dell'antifascismo

[modifica | modifica wikitesto]
Image Lo stesso argomento in dettaglio: Giustizia e Libertà e TIGR.
Image
L'Unità del febbraio 1930

Al malcontento dovuto alla "grande depressione" seguì l'aumento di scioperi e proteste pacifiche e apolitiche, prontamente represse dal regime con arresti e licenziamenti massivi.[219] Sul finire del 1929, nel tentativo di orientare questi movimenti spontanei, all'interno del comitato centrale del PCd'I Luigi Longo propose di intensificare l'attività comunista in Italia.[220] Questa "svolta" fu sostenuta dal gruppo di Palmiro Togliatti e approvata dall'Internazionale Comunista, mentre fu rigettata dall'ala trotskista del partito che fu quindi espulsa dal partito nel corso del 1930.[220] Tra il 1930 e il 1932 il PCd'I triplicò gli inscritti, passando da 3000 a 9800, ma allo stesso tempo fu duramente colpito dl regime fascista, che tra il 1930 e il 1934 arrestò 5700 militanti tra cui figure di spicco come Pietro Secchia e Camilla Ravera.[221] Non l'abbandono della tesi del "socialfascismo" da parte dell'Internazionale Comunista, il PCd'I poté riprendere il dialogo con il PSI, che si concluse il 17 agosto 1934 con l'adozione di un piano di azione comune.[222]

Nella primi anni trenta nacquero anche alcune sigle antifasciste di area conservatrice come l'Alleanza Nazionale per la Libertà di Lauro de Bosis, sostenuta da Giovanni Antonio Colonna di Cesarò e Benedetto Croce, e l'Azione guelfa di Piero Malvestiti di ispirazione cattolica intransigente.[221] All'interno dell'antifascismo democratico, Carlo Rosselli ed Emilio Lussu fondarono nell'agosto 1929 Giustizia e Libertà (GL), riunendo elementi di area liberaldemocratica, repubblicana e socialista.[223] Ideologicamente GL rispecchiò la volontà di azione dei suoi aderenti, svolgendo opere di proselitismo e incitando azioni come l'attentato del 24 ottobre 1929 di Fernando De Rosa a Umberto di Savoia.[224] Già nell'ottobre 1930 GL fu colpita da una serie di arresti da parte dell'OVRA che si protrassero per tutta la prima metà degli anni trenta.[225] Tra i partiti ricostituiti all'estero aderenti alla Concentrazione antifascista, nel marzo del 1930 il PSI di Pietro Nenni si riunificò con il PSULI causando il distacco della corrente massimalista, e il 31 luglio 1931 concluse un accordo con GL.[226] In seguito all'accordo GL iniziò a sviluppare delle proprie linee programmatiche entrando progressivamente in contrasto con il PSI, con cui arrivò alla rottura definitiva e al conseguente scioglimento della Concentrazione antifascista il 5 maggio 1934.[227] Il regime si impegnò anche a prevenire possibili attentati contro la vita del duce, facendo arrestare e fucilare preventivamente gli anarchici Michele Schirru e Angelo Pellegrino Sbardellotto, e il militante giellino Domenico Bovone.[228]

L'opposizione armata al regime fu invece esercitata dalle organizzazioni della minoranza slava della Venezia Giulia, da tempo soggetta a una forte politica di italianizzazione.[229] Questi gruppi armati venivano finanziati principalmente dalle associazioni nazionaliste ed irredentiste della Jugoslavia tra cui l'ORJUNA, che nella seconda metà degli anni venti operò direttamente in Italia attentati alle istituzioni fasciste e rapine di autofinanziamento.[229] Tra il 1926 e il 1930 gruppi terroristici sloveni e croati compirono un centinaio di attentati contro caserme e pattuglie della MVSN, scuole italiane, slavi aderenti al fascismo e allogeni.[230] Molte di queste azioni, seppur imputate all'ORJUNA, furono in realtà operate dal TIGR (in sloveno: Trst-Istra-Gorica-Reka, Trieste-Istria-Gorizia-Fiume); tra queste nel 1929 Vladimir Gortan sparò ai seggi durante le elezioni plebiscitarie venendo successivamente arrestato e condannato a morte dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato.[231] Nel febbraio 1930 un gruppo chiamato Borba (in italiano: Lotta) fecero esplodere una bomba al faro della Vittoria e alla sede de Il Popolo di Tieste,[232] i responsabili furono processati in settembre dal tribunale speciale di Trieste che eseguì su ottantasette imputati quattro fucilazioni e quattordici pene di lunga carcerazione.[230]

La fascistizzazione delle masse

[modifica | modifica wikitesto]
Image Lo stesso argomento in dettaglio: Propaganda fascista ed Elezioni politiche in Italia del 1934.
Image
Adunata di Balilla col moschetto a tracolla nei primi anni trenta

Negli anni della crisi, il regime diede un notevole impulso alla propaganda fascista allo scopo di fascistizzare l'intera società.[233] La stampa fu ulteriormente fascistizzata: l'ufficio stampa del Capo del Governo iniziò a distribuire le "veline" ai quotidiani nazionali, mentre l'Agenzia Stefani fu potenziata.[234] Nell'autunno del 1933 per salvare dal fallimento la Società Idroelettrica Piemonte (SIP), l'IRI intervenne acquisendo tramite la Società Torinese per l'Esercizio Telefonico (STET) le società di telecomunicazione della SIP, portando così sotto il controllo diretto dello Stato le concessionarie telefoniche TIMO, STIPEL e TELVE e il monopolista delle trasmissioni radio, l'Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (EIAR).[235] L'EIAR iniziò così a trasmettere le Cronache del Regime, mentre per aumentare la radiodiffusione fu creato l'Ente Radio Rurale.[236] In ambito cinematografico fu incentivata la proiezione di film propagandistici, e fu imposta alle sale la proiezione del Giornale Luce.[237] Relativamente alla fascistizzazione delle giovani generazioni, fu dato maggior risalto all'educazione fisica e all'addestramento premilitare attraverso l'ONB di Renato Ricci, diventato nel frattempo sottosegretario all'educazione nazionale.[238] Nel 1930 fu adottato il testo unico di Stato per le scuole elementari e venne resa obbligatoria per i presidi l'iscrizione al PNF, mentre l'anno successivo il giuramento di fedeltà al fascismo fu esteso anche ai docenti universitari, dopo essere già stato imposto ai maestri e ai professori delle scuole superiori.[239] Nelle università furono introdotti insegnamenti sul corporativismo e sulla dottrina fascista, mentre l'élite del mondo culturale fu riunita nell'Accademia d'Italia.[240] In ambito giudiziario nel luglio del 1931 entrò in vigore il codice penale di Alfredo Rocco, che inaspriva le pene e limitava i diritti della difesa nei processi, mentre a giugno fu approvato il nuovo testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.[241]

Image
Papa Pio XI all'inaugurazione della Radio Vaticana il 12 febbraio 1931

All'inizio degli anni trenta il PNF si dimostrò essere stato notevolmente rinforzato dall'azione del segretario Augusto Turati, arrivando a influenzare eccessivamente le istituzioni statali.[242] Parallelamente tra Turati e Mussolini aumentarono le divergenze sulla politica economica, così il 23 settembre 1930 il segretario presentò per la seconda volta le dimissioni al duce, venendo sostituito il 7 ottobre dal presidente della Camera Giovanni Giuriati.[242] Per completare l'epurazione degli aderenti al partito, nell'arco di un anno Giuriati espulse 120000 tesserati, e nonostante l'aumento della leva fascista, il PNF perse complessivamente 215000 iscritti.[243] Durante la sua segreteria Giuriati ebbe un forte attenzione verso le organizzazioni giovanili del partito: per inquadrare i giovani impossibilitati a iscriversi all'ONB costituì i Fasci giovanili di combattimento (FGC) affidandone il comando a Carlo Scorza,[244] e potenziò ulteriormente i GUF inquadrando la Milizia universitaria nella MVSN.[245] La volontà di Mussolini di avere il monopolio sull'educazione giovanile, portò il PNF a uno scontro sempre più diretto nei confronti della Santa Sede, alimentato dalla contrapposizione tra l'ONB e l'Azione Cattolica.[246] Tra il 1928 e il 1930 gli iscritti all'AC aumentarono da 121763 a 145028, così come ci fu un incremento dei tesserati della Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI).[247] Di fronte alla remota possibilità della rinascita dell'antifascismo cattolico, nell'aprile del 1931 Mussolini diede il via a una campagna stampa denigratoria nei confronti delle associazioni cattoliche,[248] che culminò il 29 maggio con l'ordine di scioglimento dei circoli cattolici e a cui seguirono le devastazioni squadriste delle sedi.[249] Dopo la pubblicazione della lettera enciclica di papa Pio XI Non Abbiamo Bisogno del 29 giugno 1931 in difesa delle organizzazioni cattoliche,[250] il 2 settembre avvenne la riconciliazione tra il fascismo e la Santa Sede con la sottoscrizione di un accordo che impegnava l'Azione Cattolica a limitare le proprie attività all'ambito religioso.[251]

Image
Palazzo Braschi, sede della federazione fascista di Roma, alle elezioni del 1934

Il 24 ottobre 1931 Mussolini decise di aprire alle iscrizioni di massa al PNF rompendo così con la linea fino ad allora seguita dal segretario Giovanni Giuriati.[252] Pochi mesi dopo, il 6 dicembre Giuriati rassegnò le dimissioni e fu subito sostituito da Achille Starace.[252] Starace fu scelto da Mussolini per la sua assoluta fedeltà e obbedienza, con l'obiettivo di trasformare il partito in un efficace strumento di propaganda personale.[253] Alla liberalizzazione delle iscrizioni seguì il 17 dicembre 1932 l'introduzione dell'obbligo di essere iscritti al PNF per poter essere ammessi ai concorsi pubblici,[254] il che determinò un significativo aumento degli iscritti: da circa 1000000 nel 1932 si passò a 1400000 nell'ottobre 1933.[255] La trasformazione del partito in un organo sempre più centralizzato e asservito alla figura del duce venne sancita ufficialmente il 17 novembre 1932 con una modifica dello statuto.[256] Per estendere ulteriormente l'influenza del PNF sulle masse, nel 1931 fu istituito l'Ente opere assistenziali (EOA),[257] incaricato di distribuire generi alimentari e beni di prima necessità alle famiglie più colpite dalla crisi economica, nonché di organizzare le colonie estive per i bambini, riscuotendo così un ampio consenso popolare.[258] Parallelamente l'OND promosse iniziative volte a incrementare la popolarità del regime, come i "treni popolari" per incentivare il turismo delle classi medie,[259] e molteplici attività ricreative a costi contenuti.[260] In occasione del decennale dalla "marcia su Roma" il 28 ottobre 1932 fu inaugurata la mostra della Rivoluzione fascista, che grazie al successo ottenuto venne prorogata fino al 28 ottobre 1934,[261] e per dimostrare la solidità del regime il 5 novembre 1932 639 antifascisti carcerati su 1056 e 595 confinati furono amnistiati.[262] Nella concezione di Starace anche i GUF divennero un'organizzazione di massa che fondava la propria azione nella fede nel duce, nella disciplina miliare e nella mistica della "rivoluzione fascista", propagandata dalla Scuola di mistica fascista Sandro Italico Mussolini.[263] Il militarismo dei GUF venne incarnato dall'attività sportiva, tanto che a partire dal 1932 furono organizzati i Littoriali, delle manifestazioni sportive e culturali volte a celebrare l'"uomo nuovo" fascista.[264] Il consolidamento del regime venne confermato alle elezioni del 25 marzo 1934 dove si registrò un'affluenza dell'96,5% e la lista dei candidati fu approvata col 99,8% dei voti favorevoli, anche se in alcuni seggi vi furono delle irregolarità.[262]

L'ascesa del nazismo e le ambizioni coloniali

[modifica | modifica wikitesto]
Image
Mussolini e Dino Grandi a Roma con gli omologhi tedeschi nell'agosto 1931

Con la nomina di Dino Grandi al ministero degli affari esteri, l'Italia tentò di accrescere il proprio prestigio presso Stati Uniti e Regno Unito manifestando il pieno sostegno alla Società delle Nazioni e al disarmo globale, senza che però vi fosse alla base una reale convinzione.[265] Questa nuova strategia fu applicata nel gennaio 1930 durante la durante la conferenza per la limitazione e riduzione degli armamenti navali, quando Grandi chiese l'equiparazione del tonnellaggio della flotta italiana a quella francese: il progetto però fallì, dato che il Regno Unito si schierò con la Francia minacciando l'esclusione dell'Italia da un eventuale accordo, che fu poi raggiunto il 22 aprile 1930.[266] La linea del disarmo però risultò presto contraddittoria: a differenza di Grandi, Mussolini proseguì a dichiararsi favorevole alla guerra e al riarmo, sostenendo pubblicamente i nazionalisti dello Stahlhelm e l'avanzata delle destre tedesche alle elezioni del 1930, che videro affermarsi come seconda forza politica il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) di Adolf Hitler.[267] Quando nel marzo del 1931 Grandi venne informato della possibilità dell'unione doganale austro-tedesca, si mosse rapidamente per ottenere l'opposizione del Regno Unito all'accordo: da un lato minacciò gli inglesi di avvicinare l'Italia alla Francia, mentre dall'altro si propose l'Italia come elemento di stabilità economica nei confronti della Germania in crisi.[268] La strategia ebbe successo e nel settembre dello stesso anno il progetto fu abbandonato, tanto che nel febbraio 1932 fu l'Italia ad accordarsi con Austria e Ungheria per la riduzione delle tasse doganali reciproche.[269] Il culmine di questa linea diplomatica fu la conferenza mondiale sul disarmo: il 22 giugno 1932 Grandi annunciò l'adesione dell'Italia al piano del presidente degli Stati Uniti d'America Herbert Hoover per il disarmo globale, ponendosi in aperto contrasto con Mussolini, ormai sempre più allineato alle richieste dei tedeschi.[270] La strategia tuttavia si infranse durante la conferenza di Losanna, quando il 14 luglio Francia e Regno Unito si accordarono per garantire la sicurezza europea, senza l'Italia, vanificando in questo modo la linea di Grandi, che presentò le dimissioni il 20 luglio 1932.[271] Grandi fu allora nominato ambasciatore d'Italia nel Regno Unito, mentre Mussolini riprese la guida degli esteri sconfessando la politica del disarmo e la collaborazione societaria.[272]

Image
I firmatari del patto a quattro a palazzo Venezia il 7 giugno 1933

Nel frattempo alle elezioni tedesche del luglio 1932 il NSDAP divenne la prima forza politica tedesca e a gennaio Adolf Hitler fu nominato cancelliere del Reich, ottenendo i pieni poteri in seguito alle elezioni del marzo 1933.[273] Preoccupato dalla politica nazionalista di Hitler, Mussolini si fece allora promotore di un patto tra Italia, Germania, Francia e Regno Unito per rivedere il trattato di Versailles e assicurare in questo modo un pace europea duratura.[274] Il 7 giugno 1933 venne così firmato a Roma il patto a quattro, che però non fu ratificato dalla Francia e dalla Germania, la quale il 14 ottobre 1933 abbandonò la conferenza mondiale sul disarmo e uscì dalla Società delle Nazioni.[275] Con l'ascesa al potere di Hitler in Germania, i nazisti austriaci aumentarono la pressione sul governo del cristiano-sociale Engelbert Dollfuss per ottenere l'Anschluss, arrivando a minacciare il colpo di Stato.[276] Insediatosi il 20 maggio 1932 col sostegno della Heimwehr, Dollfuss ottenne il pieno sostegno di Mussolini, che incoraggiò l'instaurazione di una dittatura fascista in Austria per stabilizzare la situazione politica interna e difendere l'indipendenza austriaca.[277] Il 12 febbraio 1934 Dollfuss instaurò la dittatura fascista reprimendo i partiti socialisti e imponendo come partito unico il Fronte Patriottico.[278] Il 17 febbraio 1934 Italia, Francia e Regno Unito firmarono dichiarazione in favore dell'indipendenza austriaca, mentre il 17 marzo l'Italia siglò i protocolli di Roma per la liberalizzazione degli scambi commerciali con l'Austria e l'Ungheria.[278] Allo scopo di smorzare la tensione venutasi a creare tra Italia e Germania, il 15 maggio 1934 Mussolini ricevette Hitler a Venezia facendosene un opinione fortemente negativa dell'uomo e del politico.[279] Due settimane dopo Hitler, per accrescere ulteriormente il suo potere, mise in atto la "notte dei lunghi coltelli" facendo assassinare molti esponenti di spicco delle Sturmabteilung (SA) e creando sdegno a livello internazionale.[280] Nel frattempo in Austria la situazione politica si fece sempre più tesa; il 25 luglio 1934 i nazisti austriaci misero in atto un colpo di Stato in cui assassinarono Dollfuss, venendo però presto fermati dalle forze governative, ma mettendo in allarme le forze armate italiane, che risposero inviando quattro divisioni al passo del Brennero per dissuadere un'eventuale invasione tedesca dell'Austria.[281]

Image
Mussolini firma l'accordo franco-italiano il 7 gennaio 1935

Nelle colonie il generale Rodolfo Graziani riprese le operazioni militari in Libia, ottenendo nel 1930 il controllo del Fezzan.[62] Per ottenere anche il controllo della Cirenaica Graziani attuò una brutale politica di repressione deportando oltre 100000 cirenaici in campi di lavoro e internamento, provocando la morte di metà di loro.[62] Dopo la conquista di Cufra e la cattura del leader della guerriglia libica Omar al-Mukhtar, impiccato il 16 settembre 1931, l'Italia ottenne il completo controllo della Libia.[62] Nel 1932 Mussolini incaricò il ministro delle colonie Emilio De Bono di redigere una relazione sulla fattibilità di integrare l'Etiopia tra i possedimenti coloniali italiani.[282] Il pretesto per iniziare a predisporre la guerra all'Etiopia fu l'incidente di Ual Ual, uno scontro a fuoco avvenuto il 5 dicembre 1934 tra i dubat somali e le truppe etiopi per il controllo di una zona ricca di pozzi occupata dall'Italia nel 1930.[282] In risposta alla richiesta italiana di risarcimento e scuse ufficiali, l'imperatore d'Etiopia Hailé Selassié chiese un arbitrato alla Società delle Nazioni, che fu accettato da Mussolini, ma mai portato avanti.[283] Nel frattempo tra le maggiori autorità militari si susseguirono dibattiti sulla preparazione della guerra coloniale, mentre a livello diplomatico Mussolini si mosse per trovare un accordo con la Francia e il Regno Unito per ottenere l'assenso all'inizio delle operazioni militari.[283] Il negoziato con il ministro degli esteri francese Pierre Laval si tenne a Roma tra il 4 e il 7 gennaio 1935, e si concluse con il favore alla guerra di espansione coloniale e un accordo che prevedeva la cessione da parte della Francia della striscia di Aozou alla Libia e del villaggio di Raheita sullo stretto di Bab el-Mandeb all'Eritrea, mentre l'Italia avrebbe dovuto contribuire a garantire l'indipendenza dell'Austria dalla Germania e cessare il sostegno alla comunità degli italo-tunisini.[284] Il 16 marzo 1935 Hitler, dopo aver ricostituito la Luftwaffe decise di reintrodurre la leva militare, violando nuovamente il trattato di Versailles.[285][286] Per concordare una politica comune per il contenimento della Germania nazista, tra l'11 e il 14 aprile Italia, Francia e Regno Unito si riunirono alla conferenza di Stresa, durante la quale tra le altre cose i diplomatici italiani informarono in via riservata gli omologhi inglesi della volontà di espandere le colonie italiane in Etiopia, ricevendo però l'ostilità inglese al progetto.[285] Il mese successivo il "fronte di Stresa" si rivelò essere un sostanziale fallimento, infatti il 18 giugno 1935 il Regno Unito siglò un accordo navale con la Germania senza consultare Francia e Italia, che a loro volta si accordarono segretamente per una stretta collaborazione militare in caso di invasione tedesca dell'Austria.[287] I progetti coloniali e militari di Mussolini non furono però accolti con lo stesso entusiasmo dal re e dalle gerarchie militari, oltre dagli ambienti industriali e dall'opinione pubblica in generale.[288][289] Nel frattempo il regime intensificò la propaganda contro la plutocrazia e l'imperialismo britannico, rivendicando il diritto dell'Italia di avere un "posto al sole".[285][290] Per dissuadere Mussolini dall'attaccare l'Etiopia, tramite Anthony Eden il governo britannico propose di cedere alla Somalia l'Ogaden in cambio dell'accesso al mare per l'Etiopia tramite la baia di Zeila, ma Mussolini rifiutò.[289] Gli inglesi proposero allora un mandato societario sull'Etiopia con partecipazione italiana, francese e britannica, ma senza risultati.[291] Intanto fu sempre più evidente la riluttanza inglese a imporre sanzioni militari all'Italia in caso di attacco all'Etiopia, e il 20 settembre 1935 il Regno Unito inviò la Home Fleet nel Mediterraneo, sostanzialmente disarmata.[292] L'azione inglese convinse anche re Vittorio Emanuele III a sostenere la guerra coloniale, così il 2 ottobre 1935 Mussolini annunciò dal balcone di palazzo Venezia l'inizio della guerra d'Etiopia.[290]

La dittatura totalitaria (1935-1940)

[modifica | modifica wikitesto]

La guerra d'Etiopia e l'Impero

[modifica | modifica wikitesto]
Image Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'Etiopia e Africa Orientale Italiana.
Image
Consegna dell'oro durante la campagna dell'"Oro alla Patria" il 18 dicembre1935

Allo scoppio della guerra d'Etiopia, nell'opinione pubblica si manifestò un forte entusiasmo patriottico alimentato dalla propaganda di regime, che presentava l'intervento militare come una missione di civiltà, con l'obiettivo dichiarato di abolire la schiavitù, come celebrato dalla canzone Faccetta nera.[293] Anche il clero italiano alimentò questo clima di entusiasmo celebrando l'azione evangelizzatrice della guerra, nonostante il papa continuasse a mantenere una posizione neutrale.[294] L'11 ottobre 1935 cinquantadue membri della Società delle Nazioni votarono le sanzioni economiche all'Italia fascista, si dissociarono solo Austria, Ungheria e Albania, mentre non parteciparono Stati Uniti, Germania e Giappone, non aderendo all'organizzazione.[293] La grande disparità di forze tra l'Italia e l'Etiopia consentirono al comandante Emilio De Bono di avanzare agilmente nel Tigrè, arrivando a occupare l'8 novembre la città di Macallè.[295] Già il 16 ottobre Mussolini presentò ai francesi la possibilità di interrompere le operazioni militari in cambio del riconoscimento dei territori occupati fino a quel momento e di un'espansione della Somalia, mentre l'ambasciatore Dino Grandi si occupò di negoziare con gli inglesi.[296] Il 9 dicembre francesi e inglesi si accordarono accettando di fatto le richieste italiane, il 18 dicembre però il "patto Hoare-Laval" fu divulgato dalla stampa e quindi respinto dall'Etiopia e dall'opinione pubblica inglese.[297] Tra le iniziative propagandistiche il 18 dicembre fu celebrata la "giornata della fede", durante la quale i cittadini furono invitati a offrire il proprio oro allo Stato, compresi gli anelli nuziali.[298] L'iniziativa dell'"Oro alla Patria" riscosse un notevole successo, inoltre le casse statali furono rimpinguate con otto miliardi di lire raccolte con l'emissione di buoni del tesoro.[298] Sul piano militare il fronte eritreo venne affidato a fine novembre a Pietro Badoglio, mentre dal lato somalo a Rodolfo Graziani che proseguì la campagna militare con l'impiego di bombardamenti aerei e gas tossici.[299] Il 5 maggio 1936 Pietro Badoglio entrò ad Addis Abeba, completando la conquista dell'Etiopia, e quattro giorni dopo Mussolini proclamò la nascita dell'Impero italiano.[300] Con la fine della guerra d'Etiopia Mussolini minacciò Francia e Regno Unito di essere intenzionato a ritirarsi dalla Società della Nazioni e di avvicinarsi alla Germania di Hitler, nel caso fossero proseguite le sanzioni, così nel luglio del 1936 le sanzioni furono revocate e la Home Fleet ritirata dal Mediterraneo.[301]

Image
Il vicerè d'Etiopia Rodolfo Graziani in visita a Mogadiscio il 18 febbraio 1937

L'istituzione dell'Impero diede nuovo impulso alla politica di sviluppo coloniale del regime. Nella Libia italiana, divenuta parte integrante dell'Italia il 9 gennaio 1939, il governatore Italo Balbo organizzò le migrazioni verso la colonia conferendo ai coloni case e poderi in zone appositamente bonificate.[302] Nonostante lo sforzo, all'inizio degli anni quaranta in Libia si contavano circa 110000 coloni, costituendo circa il 7% della popolazione totale, mentre nelle altre colonie erano presenti 12700 coloni nelle Isole italiane dell'Egeo, circa il 9% del totale, mentre in Africa Orientale Italiana (AOI) gli italiani assommavano a 176000, circa l'1% del totale.[303] Dal punto di vista commerciale nella seconda metà degli anni trenta l'AOI assorbì circa il 20% delle esportazioni italiane, mentre le esportazioni dalle colonie orientali coprivano poco più dell'1% del totale delle importazioni italiane.[304] Nell'Africa Orientale Italiana comunque il governo investì molti soldi pubblici inaugurando alcune strade statali e diverse infrastrutture.[305] Dal punto di vista amministrativo Rodolfo Graziani venne nominato governatore dell'AOI, che in seguito a un attentato subito il 19 febbraio 1937 compì una strage ad Addis-Abeba ordinando la fucilazione indiscriminata contro gli indigeni provocando migliaia di vittime.[306] Con l'intenzione di decapitare le élite del precedente Impero Etiope, a maggio Graziani ordinò il massacro di Debra Libanòs contro gli appartenenti alla chiesa ortodossa copta e proseguì nella sua linea repressiva nonostante la contrarietà del regime, e venendo quindi sostituito nel novembre 1937 dal duca Amedeo d'Aosta.[307] Durante la sua reggenza il duca d'Aosta ammorbidì la repressione militare migliorando i rapporti con i capi locale e svuotò progressivamente il campo di concentramento di Danane, pur senza riuscire a ottenere il pieno controllo della regione.[307]

L'intesa con la Germania nazista

[modifica | modifica wikitesto]
Image
Il capo della polizia Arturo Bocchini in visita a Berlino nel marzo 1936

Nel corso della guerra d'Etiopia i rapporti tra Italia e Germania migliorarono, Mussolini nominò ambasciatore d'Italia in Germania Bernardo Attolico e propose un'intesa per la questione austriaca, mentre Hitler non adottò le sanzioni economiche all'Italia, salvo dichiararsi neutrale il 7 novembre e quindi impedire l'esportazione di armi verso i due stati in guerra.[308] Il 7 marzo 1936, mentre la guerra d'Etiopia si avviava alla conclusione, Hitler infranse nuovamente il trattato di Versailles disponendo la rimilitarizzazione della Renania, allarmando le potenze europee e irritando l'Italia.[309] Nonostante ciò il riavvicinamento tra Italia e Germania proseguì con frequenti incontri tra il capi delle polizie Arturo Bocchini e Heinrich Himmler, e si intensificò ulteriormente dopo la nomina di Galeazzo Ciano al ministero degli esteri l'11 giugno 1936.[310] A imprimere una ulteriore accelerazione al processo di avvicinamento tra Italia e Germania fu però lo scoppio della guerra civile spagnola nell'estate del 1936. Al colpo di Stato spagnolo del luglio 1936 messo in atto dalla fazione nazionalista dell'esercito, non seguì infatti la caduta del governo repubblicano sostenuto invece dalla gran parte della marina e dell'aviazione.[311] Per portare avanti l'azione militare e riunire le due fazioni dell'esercito golpista, i generali Emilio Mola e Francisco Franco richiesero immediatamente aiuti militari a Italia e Germania, che in pochi giorni inviarono dei caccia bombardieri a supporto.[312] Già a luglio l'Italia, così come la Germania, incrementò notevolmente i rifornimenti di materiale bellico ai nazionalisti spagnoli, mentre ad agosto Mussolini inviò a Maiorca lo squadrista Arconovaldo Bonacorsi, che con il sostegno della Falange spagnola conquistò l'isola massacrando i combattenti repubblicani superstiti.[313] Le relazione sempre più stretta tra Italia e Germania fu quindi sancita il 22 ottobre 1936 da un accordo firmato a Berlino tra i ministri degli esteri Galazzo Ciano e Konstantin von Neurath, del quale Mussolini parlò annunciando la formazione dell'Asse Roma-Berlino.[314]

Image
Soldati italiani del Corpo Truppe Volontarie durante la battaglia di Guadalajara nel marzo 1937

Alla guerra civile spagnola presero parte anche numerosi antifascisti italiani a sostegno della repubblica già dalla seconda metà del luglio 1936: tra questi il socialista Fernando De Rosa e il comunista Vittorio Vidali, che divenne commissario politico del Quinto Regimiento, mentre in ambiente democratico Carlo Rosselli organizzò la "Colonna Italiana", un'unità militare di volontari italiani di vario orientamento politico.[315] Alla fine di settembre, con lo schieramento ufficiale dell'Unione Sovietica al fianco del governo repubblicano, furono create le brigate internazionali, alla cui formazione contribuì il comunista Luigi Longo e alle quali parteciparono oltre 3000 antifascisti italiani, di cui 200 provenienti direttamente dall'Italia.[316] Tra le brigate internazionali diversi italiani si unirono al battaglione Garibaldi, che nel novembre 1936 partecipò alla difesa di Madrid sotto il comando del repubblicano Randolfo Pacciardi e del comunista Ilio Barontini.[317] Nel frattempo, dopo aver riconosciuto ufficialmente il governo franchista, anche il governo italiano iniziò a inviare ufficiali e istruttori a sostegno dei nazionalisti, mentre il 18 dicembre 1936 salparono da Gaeta circa 3000 miliziani volontari della MVSN.[318] Nel gennaio del 1937 l'invio di materiale e personale militare in Spagna divenne sistematico: fu creato il Corpo Truppe Volontarie (CTV) e furono intensificate le operazioni della Regia Marina, mentre la gestione delle operazioni passò dal Servizio informazioni militare (SIM) all'Ufficio Spagna del ministero degli esteri.[319] Tra il 3 e l'8 febbraio 1937 il CTV di Mario Roatta consentì ai franchisti di ottenere rapidamente la vittoria nella battaglia di Málaga, consentendo così ai golpisti di avanzare nuovamente verso Madrid.[320] A marzo il CTV ingaggiò i repubblicani nella battaglia di Guadalajara, ma fu sconfitto e costretto alla ritirata, venendo raggiunto dai volantini e dagli slogan propagandistici del battaglione Garibaldi.[321] In seguito alla sconfitta, Roatta fu sostituito da Ettore Bastico, che ad agosto riuscì a sconfiggere i repubblicani nella battaglia di Santander, consentendo in questo modo a Mussolini di avere una copertura politica per iniziare il progressivo ritiro del CTV dal conflitto.[322] Parallelamente nel corso del 1937 i sommergibili italiani misero in atto una guerra sottomarina indiscriminata nei confronti dei convogli navali in aiuto ai repubblicani, che seppur fallimentare, rese più insicure le acque del Mediterraneo.[323] Allo scopo di evitare la paralisi del commercio navale, tra il 10 e il 17 settembre 1937 britannici e francesi promossero la conferenza di Nyon, nella quale stabilirono la formazione di pattuglie navali incaricate di affondare i sommergibili stranieri operanti nella guerra di Spagna, riuscendo in questo modo a bloccare le azioni italiane.[324]

Image
Mussolini e Ciano alla conferenza di Monaco del 29 settembre 1938

Nel corso del 1937 il governo tedesco manifestò più volte la volontà di formalizzare l'alleanza con l'Italia ed estenderla anche a livello militare. Nonostante le reticenze italiane, il 6 novembre 1937 l'Italia aderì al patto anticomintern, siglato da Germania e Giappone l'anno prima.[325] Con l'adesione al patto l'Italia si impegnò a favore dell'imperialismo tedesco e giapponese in funzione antisovietica, riconoscendo quindi il Manciukuò, e uscendo dalla Società delle Nazioni l'11 dicembre 1937.[326] Nei rapporti con il Regno Unito invece, il ministro degli esteri Galeazzo Ciano siglò il 2 gennaio 1937 il gentlemen's agreement per garantire i rispettivi transiti navali nel Mediterraneo.[327] La necessità britannica di giungere a un accordo con l'Italia, si fece sempre più evidente dopo il 4 febbraio 1938, quando con il pretesto dello scandalo Fritsch-Blomberg, Hitler ottenne il comando effettivo della Wehrmacht e la completa nazificazione del governo e delle forze armate.[328] Il mutamento dei comandi militari tedeschi consentì a Hitler di accelerare verso l'Anschluss: il 12 febbraio convocò il cancelliere austriaco Kurt Alois von Schuschnigg imponendogli la nomina di nazisti austriaci ai ministeri dell'interno, delle finanze e della guerra, Schuschnigg propose allora un referendum da tenersi a una mese di distanza per procedere con l'unione alla Germania; incerto del possibile risultato referendario, Hitler decise allora il 12 marzo di invadere l'Austria, annettendola di fatto alla Germania.[328] Nel frattempo con la nomina a ministro degli esteri britannico di Edward Wood, I conte di Halifax, i negoziati con l'Italia accelerarono e si conclusero il 16 aprile 1938 a Roma con la firma degli "accordi di Pasqua" che ribadirono gli accordi di navigazione e introdussero la possibilità di riconoscere la conquista dell'Etiopia in cambio del ritiro delle truppe italiane dalla guerra di Spagna, ormai prossima alla chiusura con la vittoria di Franco.[329] Il rapido successo dell'Anschluss spinse Hitler a estendere le sue mire espansionistiche verso la Cecoslovacchia, reclamando la regione dei Sudeti, abitata da una cospicua minoranza tedesca.[330] Allo scopo di scongiurare la guerra le potenze occidentali, guidate dal primo ministro britannico Neville Chamberlain, decisero di cercare una soluzione diplomatica per raggiungere l'appeasement con la Germania.[331] Su iniziativa di Mussolini, tra il 29 e il 30 settembre 1938 fu convocata la conferenza di Monaco, che vide la partecipazione di Germania, Italia, Regno Unito e Francia. In assenza dei rappresentanti cecoslovacchi, l'accordo di Monaco sancì la cessione immediata della regione dei Sudeti alla Germania, venendo celebrato come un successo da Francia e Regno Unito.[332]

Il totalitarismo e la costruzione del nemico

[modifica | modifica wikitesto]
Image
Ingresso della Mostra autarchica del Minerale italiano a Roma nel novembre del 1938

Il perenne stato di guerra dell'Italia iniziato con la guerra d'Etiopia e le progressive limitazioni al libero commercio internazionale, influirono pesantemente sulla vita economica nazionale.[333] Per il finanziamento della guerra d'Etiopia Mussolini 24 gennaio 1935 sostituì il ministro delle finanze con Paolo Thaon di Revel, per poi varare una serie di misure volte a favorire l'acquisto dei nuovi titoli di stato emessi, a discapito delle obbligazioni societarie.[334] Inoltre a maggio fu creata la sovrintendenza allo scambio delle valute, diretta dall'economista Felice Guarneri, elevata a sottosegretariato già il 29 dicembre 1935, e poi a ministero, allo scopo di mettere sotto il diretto controllo del governo gli scambi in valuta estera.[335] Da punto di vista monetario il 21 luglio 1935 alla Banca d'Italia fu tolto l'obbligo di detenere il 40% di riserve rispetto alla moneta circolante, provocando il deprezzamento della lira che fu ufficialmente svalutata solo il 5 ottobre 1936.[336] Il 12 marzo 1936 la Banca d'Italia fu elevata a istituto diritto pubblico e il suo ordinamento riformato, rendendola una banca centrale in senso moderno: gli furono affidati i compiti di vigilanza sugli istituiti di credito e venne posto il divieto di intrattenere rapporti di credito con imprese non finanziarie.[337] Le crescenti spese statali furono quindi coperte oltre che dall'espansione del debito, anche dall'introduzione di nuove tasse patrimoniali sugli immobili, sui capitali aziendali e sui dividendi azionari, oltre che dalle anticipazioni della Cassa Depositi e Prestiti e del Banco di Napoli.[338] Con la guerra d'Etiopia e l'entrata in vigore delle sanzioni economiche, il 23 marzo 1936 Mussolini annunciò la necessità di rendere l'Italia economicamente indipendente dalle altre nazioni, inaugurando quindi l'autarchia, una politica economica volta a ridurre al massimo le importazioni e ad aumentare le esportazioni.[339] La politica autarchica di concretizzò in un ulteriore accentramento delle attività economiche nelle aziende dell'IRI e della grande imprenditoria, e nel tentativo di sviluppare nuovi prodotti sostitutivi con materie prime nazionali, anche se con scarso successo.[340][341] Nella seconda metà degli anni trenta la disoccupazione ebbe un lieve calo, mentre il costo della vita continuò ad aumentare, tanto che il governo ricorse a diversi blocchi generali dei prezzi delle utenze e degli affitti e dei beni di prima necessità, introducendo il sistema dell'ammasso dei prodotti agricoli.[305] La stagnazione economica provocò una ripresa del sindacalismo fascista, che riuscì a ottenere alcune migliorie in ambito previdenziale, il riconoscimento ufficiale dei fiduciari di fabbrica e a controllare dell'OND.[342]

Image
Re Vittorio Emanuele III inaugura la Camera dei fasci e delle corporazioni il 23 marzo 1939

Con la proclamazione dell'Impero, Mussolini, che nella Mostra Augustea della Romanità si era simbolicamente identificato con il primo imperatore romano, ritenne di aver ottenuto una legittimazione ideologica tale da poter concentrare ulteriormente il potere nelle proprie mani.[343] A rafforzare ulteriormente la deriva totalitaria del regime contribuì anche l'esempio del modello hitleriano in Germania, dove il nazismo era riuscito a subordinare al proprio controllo tutte le principali istituzioni politiche e sociali, mentre In Italia la monarchia, la Chiesa e le forze conservatrici continuarono a mantenere un ruolo autonomo, seppur di collaborazione con il fascismo.[344] In questa fase furono quindi attuate delle riforme per modificare l'assetto costituzionale del Regno d'Italia: L'11 gennaio 1937 il segretario del PNF Achille Starace fu elevato a ministro segretario di Stato, mentre nel marzo 1938 fu emanato il nuovo stato del PNF che introdusse il Consiglio nazionale del partito.[345] Nel frattempo un'apposita commissione istituita nel 1936, presentò un disegno di legge per la riforma della Camera dei deputati che fu approvato il 7 ottobre 1938 dal Gran consiglio del fascismo.[345] Il 23 marzo 1939 divenne così operativa la Camera dei fasci e delle corporazioni, che comportò la sostituzione del sistema elettivo plebiscitario con la diretta nomina governativa mentre i nuovi "deputati" furono ribattezzati consiglieri nazionali.[346] Mussolini riuscì poi a colpire direttamente i poteri reali il 30 marzo 1938 istituendo il titolo di primo maresciallo dell'Impero, assegnandolo sia a se stesso che a Vittorio Emanuele III, che sentendosi scavalcato nelle sue prerogative, in un primo momento si rifiutò di firmare la legge, salvo poi promulgarla dopo l'assenso del costituzionalista Santi Romano.[347]

Image
Saggio ginnico della Gioventù Italiana del Littorio a Milano negli anni trenta

Nella strategia di creazione dello stato totalitario, Mussolini conferì una particolare attenzione al ministero dell'educazione nazionale, che fu assegnato il 15 novembre 1936 a Giuseppe Bottai, dopo la criticata reggenza di Cesare Maria De Vecchi.[348] I principi della riforma scolastica ideata da Bottai furono enunciati nella Carta della scuola, che fu approvata dal Gran consiglio del fascismo il 15 febbraio 1939.[349] La riforma si proponeva di realizzare una scolarizzazione di massa e di immettere nella classe dirigente fascista anche gli studenti più meritevoli delle classi popolari e di valorizzare maggiormente l'insegnamento delle discipline tecnico-scientifiche.[350] Il principale ostacolo ai piani educativi totalitari dei fascismo continuò ad essere l'Azione Cattolica che continuava ad accogliere un sempre maggiore numero di iscritti e nonostante fosse completamente integrata e fedele al regime.[351] Con l'avvicinamento dell'Italia alla Germania nazista, fortemente criticata da papa Pio XI nell'enciclica Mit brennender Sorge, all'iniziò del 1937 la Santa Sede decise di riformare la struttura dell'AC allo scopo di evitare nelle nuove generazioni la sostituzione della fede cattolica con la fede fascista.[352] Lo scontro tra il regime e l'Azione Cattolica si fece sempre più evidente, tanto da portare il papa a minacciare di scomunicare il regime, per poi però risolversi con un nuovo accordo di collaborazione tra l'AC e il regime. [353] Riguardo alle organizzazioni giovanili fasciste invece il 27 ottobre 1937 fu creata e messa alle dipendenze del segretario del PNF Achille Starace la Gioventù Italiana del Littorio (GIL), un'organizzazione totalitaria che assorbì l'Opera Nazionale Balilla e i Fasci Giovanili di Combattimento.[345] Gli iscritti alla GIL aumentarono progressivamente fino a raggiungere i 7900000, circa il 55% del totale dei giovani italiani, così come i GUF, che videro crescere i loro tesserati a 120000.[354] Sul piano della propaganda con l'inizio della guerra d'Etiopia fu creato il ministero per la stampa e la propaganda, poi rinominato il 27 maggio 1937 in ministero della cultura popolare (Minculpop), fu inizialmente assegnato a Galeazzo Ciano per poi passare sotto la direzione di Dino Alfieri.[355] Il Minculpop concentrò le sue attività di organizzazione e controllo sui mezzi di informazione portando a un aumento delle trasmissioni dell'EIAR, di cui circa un terzo a carattere propagandistico, e a un incremento degli investimenti nel settore cinematografico, inaugurando nel 1937 gli studi di Cinecittà e finanziando film di propaganda.[356]

Image
Vignette sulle leggi razziali pubblicate su La difesa della razza nel 1938

Per il completamento della "rivoluzione fascista" nella seconda metà degli anni trenta Mussolini decise di dare inizio alla "campagna antiborghese", allo scopo di contrastare l'individualismo borghese e riuscire a subordinare definitivamente al regime anche la classe più abbiente.[357] Nel corso del 1938 furono quindi varate delle misure "antiborghesi": la sostituzione del "lei" con il "voi" e della stretta di mano con il saluto romano, l'italianizzazione delle parole straniere e dialettali, l'introduzione del passo dell'oca nelle parate militari e l'introduzione della questione razziale nelle colonie e dell'antisemitismo di stato.[358] Nelle colonie il governo decise quindi di abolire nel 1937 la pratica del madamato per ridurre il fenomeno del "meticciato", e per soddisfare i bisogni sessuali dei coloni fu incentivato il trasferimento nell'Africa Orientale Italiana delle impiegate pubbliche nubili e delle prostitute italiane.[359] Nel frattempo in AOI fu attivata la segregazione razziale e agli italiani furono vietati lavori umili "lesivi del prestigio della razza".[360] Riguardo all'antisemitismo, Mussolini lo ritenne uno strumento utile ad avvicinare ulteriormente l'Italia alla Germania nazista, senza però impegnarsi in un'alleanza militare, e a procedere con la campagna antiborghese costruendo un nuovo nemico interno allo stato verso cui convogliare la militanza fascista.[361] Nel novembre 1937 agli ebrei fu limitato l'accesso alle accademie militari, mentre la stampa organizzata dal Minculpop intensificò le pubblicazioni antisemite, infine il 14 luglio 1938 fu pubblicato su il Manifesto degli scienziati razzisti, ripreso sul primo numero della rivista La difesa della razza il 5 agosto dello stesso anno.[362] A partire dal novembre 1938 iniziarono quindi ad essere promulgate le leggi razziali fasciste legalizzando la discriminazione razziale e introducendo gravi restrizioni e persecuzioni nei confronti dei cittadini di origine ebraica.[363]

Lo scoppio della guerra e la non belligeranza

[modifica | modifica wikitesto]
Image
La firma del patto d'Acciaio a Berlino il 22 maggio 1939

Se da un lato il 1938 vide un avvicinamento economico e culturale tra Italia e Germania, dall'altro Mussolini decise di prendere tempo sulla proposta tedesca di creare un'alleanza militare stabile.[364] Nello stesso periodo l'Italia adottò una forte linea antifrancese, avanzando pretese su Savoia, Corsica, Nizza, Tunisia e Gibuti e dichiarando superati gli accordi del 1935.[365] Nel frattempo, nonostante le rassicurazioni alla conferenza di Monaco, l'espansionismo tedesco non accennò a fermarsi. Il 15 marzo 1939 i tedeschi occuparono la Cecoslovacchia disgregandola nel Protettorato di Boemia e Moravia e nella Repubblica Slovacca, il 20 marzo con un ultimatum alla Lituania annessero Territorio di Memel mentre il 23 si accordarono con la Romania per lo sfruttamento dei suoi giacimenti di petrolio.[366] Gli avvenimenti avvenimenti irritarono Mussolini, che però ribadì la fedeltà all'Asse e per tentare di controbilanciare le conquiste tedesche decise di dare seguito alla proposta di Ciano di invadere l'Albania.[367] Il 7 aprile 1939 iniziò quindi l'invasione dell'Albania, che fu interamente occupata nell'arco di una settimana, il re Zog fu costretto all'esilio e il suo titolo fu acquisito da Vittorio Emanuele III. L'occupazione dell'Albania mise in forte allarme tutte le potenze occidentali, il 13 aprile il Regno Unito concesse quindi garanzie di sicurezza alla Grecia, così come già fatto con la Polonia il mese precedente, e siglò con la Turchia un patto di mutua assistenza.[368] Il nuovo assetto politico spinse allora Mussolini a procedere con l'alleanza militare con la Germania: dopo una serie di incontri tra Ciano e l'omologo tedesco Joachim von Ribbentrop, il 22 maggio 1939 a Berlino i due ministri degli esteri firmarono il patto d'Acciaio.[369] Il giorno seguente Hitler riunì i principali vertici militari annunciando l'intenzione di invadere la Polonia per ottenere il controllo del corridoio di Danzica e cominciare la conquista del Lebensraum, d'altro canto ai primi di giugno Mussolini consegnò all'alleato il memoriale Cavallero, un documento in cui auspicava un periodo di pace lungo almeno tre anni, prima che iniziassero le ostilità.[370] Ad agosto le notizie dell'imminente inizio dell'invasione della Polonia si fecero sempre più frequenti, tanto da indurre alcuni dei maggiori gerarchi fascisti a suggerire lo sganciamento dell'Italia dalla Germania adducendo come pretesto il mancato rispetto del memoriale.[371] Il 25 agosto Hitler informò Mussolini delle ragioni del patto di non aggressione con l'Unione Sovietica e della volontà di invadere la Polonia.[372] Il giorno seguente per prendere tempo Mussolini inviò una lista, la "lista del molibdeno", in cui elencava una quantità smisurata di materie prime ritenute necessarie a consentire l'ingresso in guerra dell'Italia, nonostante ciò il 1° settembre 1939 Hitler diede inizio alla campagna di Polonia, così Francia e Regno Unito dichiararono guerra alla Germania dando inizio alla seconda guerra mondiale.[373]

Image
La folla che assiste al discorso di Mussolini sulla dichiarazione di guerra il 10 giugno 1940

Allo scoppio della guerra l'Italia assunse lo status di "non belligerante", ribadendo quindi la propria fedeltà alla Germania, ma al contempo dichiarando l'impossibilità di entrare il guerra al fianco di essa.[374] L'intenzione di Mussolini di approvvigionare l'Italia prima dell'entrata in guerra dovette però scontrarsi con l'embargo navale messo in atto il 28 novembre 1939 da Francia e Regno Unito, che limitò fortemente le importazioni di carbone dalla Germania, già ridotte per sopperire al fabbisogno bellico.[375] Nel frattempo, con il conflitto in corso, divennero effettive le opzioni in Alto Adige: un accordo tra Italia e Germania che costrinse gli abitanti della provincia germanofona a optare per il trasferimento in Germania o per la rinuncia alla propria identità culturale in Italia.[376] Per far fronte alla nuova situazione internazionale il 31 ottobre 1939 Mussolini attuò un rimpasto di governo sostituendo numerosi ministri e sottosegretari, inoltre dopo quasi otto anni sostituì il segretario del PNF Achille Starace con Ettore Muti.[377] Da segretario Muti invocò il ritorno alle origini del fascismo, concesse maggiore autonomia alle organizzazioni del partito e incentivò le nuove tessere che aumentarono di circa un milione, facendo raggiungere al PNF i 3600000 di iscritti. La sua scarsa abilità politica, e la sua eccessiva ammirazione verso il nazismo però non lo resero secondo Mussolini adeguato all'incarico.[378] Il migliore interprete della "non belligeranza" invece risultò essere il nuovo ministro della cultura popolare Alessandro Pavolini, che impartì a radio, cinema e stampa di mantenere una posizione equilibrata tra i belligeranti, pur mantenendosi filotedesca.[379] Nei primi mesi del 1940 nelle comunicazioni con Hitler, Mussolini si dimostrò disponibile a mediare una pace negoziata con le potenze occidentali, auspicando al contempo il proseguimento della guerra da parte della Germania nei confronti dell'Unione Sovietica.[380] In seguito all'incontro con Hitler del 20 marzo 1940, la posizione italiana di "non belligeranza" divenne politicamente insostenibile vista l'imminenza di un offensiva tedesca a occidente.[381] Il 31 marzo 1940 Mussolini inviò quindi al re e a vertici militari un "promemoria segretissimo" che illustrava la posizione dell'Italia e le direttive belliche rispetto alla possibilità, ormai concreta, di entrare in guerra al fianco della Germania.[382] Nel frattempo i tedeschi dopo la rapida avanzata di Danimarca e Norvegia, il 10 maggio 1940 diedero inizio all'offensiva sul fronte occidentale, che si rivelò di grande successo già nelle prime fasi.[383] Mussolini, dopo aver ottenuto dal re la delega al comando supremo delle forze armate, e aver ignorato le richieste occidentali per il non intervento, il 10 giugno 1940 dal balcone di palazzo Venezia annunciò l'entrata in guerra dell'Italia al fianco dell'Asse.[384]

La guerra e la caduta del fascismo (1940-1943)

[modifica | modifica wikitesto]
Image Lo stesso argomento in dettaglio: Italia nella seconda guerra mondiale.

L'illusione della guerra breve

[modifica | modifica wikitesto]
Image
Alpini sul colle della Pelouse nel giugno 1940 durante la battaglia delle Alpi Occidentali

L'11 giugno 1940 l'Italia aprì alle ostilità manifestando fin da subito i problemi dovuti a una mancata pianificazione.[385] Il giorno stesso la marina mercantile italiana all'estero fu sequestrata (circa un terzo del totale), mentre tre giorni dopo, sul confine tra Libia ed Egitto, gli inglesi occuparono il forte Capuzzo, prendendo alla sprovvista i soldati italiani ignari dello scoppio della guerra.[386] Inoltre il 14 giugno, mentre i tedeschi entravano a Parigi, la Marine nationale bombardò Genova, senza però provocare danni ingenti.[386] Allo scopo di sfruttare il collasso ormai prossimo della Francia occupata dai tedeschi, il 21 giugno 1940 Mussolini ordinò l'inizio della battaglia delle Alpi Occidentali, che nell'arco di quattro giorni si configurò come un netto fallimento offensivo da parte del Regio Esercito.[387] Nel frattempo il 22 giugno la Francia aveva firmato l'armistizio con la Germania, così di conseguenza il 24 giugno venne firmato con l'Italia l'armistizio di Villa Incisa, che prevedeva l'occupazione italiana della Francia meridionale, la smilitarizzazione dei confini franco-italiano e libico-tunisino per una profondità di 50 km e la concessione del porto di Gibuti e della ferrovia Addis Abeba-Gibuti.[388] Con la resa della Francia, la Regia Marina si trovò a combattere la battaglia del Mediterraneo contro la Royal Navy da una posizione di forza, ma allo scoppio delle ostilità l'Italia registrò forti perdite tra i il naviglio leggero e i sommergibili.[389] Il 9 luglio 1940 nella battaglia di Punta Stilo i britannici provocarono il ritiro della squadra italiana, raggiunta tardivamente dall'aviazione, mentre dieci giorni dopo nella battaglia di Capo Spada, i britannici riuscirono addirittura ad affondare l'incrociatore Bartolomeo Colleoni.[389] Nel frattempo le forze armate dell'Africa Orientale Italiana attaccarono le colonie britanniche penetrando a Cassala in Sudan e a Moyale in Kenya, mentre il 19 agosto 1940 conquistarono la Somalia britannica.[390] Sul fronte libico-egiziano, dopo la morte di Italo Balbo, il comando passò al generale Rodolfo Graziani che su impulso di Mussolini il 13 settembre avviò l'invasione dell'Egitto, riuscendo a spingersi fino a Sidi Barrani, dove però fu costretto a fermarsi per limiti logistici.[391] Nel frattempo Adolf Hitler decise di rinviare a data da destinarsi l'invasione del Regno Unito, facendo così sfumare l'ipotesi di una guerra breve,[392] e il 27 settembre Italia, Germania e Giappone siglarono il Patto tripartito allo scopo di formalizzare l'alleanza tra le potenze dell'Asse.[393]

Image
Prigionieri italiani catturati dai britannici a Sidi Barrani nel gennaio 1941

In questa situazione Mussolini, con il favore del ministro deli esteri Galeazzo Ciano, proseguì nell'idea di poter combattere una "guerra parallela" a quella tedesca in modo da garantire all'Italia un rafforzamento della sua posizione politica in ottica imperiale.[394] La decisione di invadere la Grecia si inserì in questa visione: Mussolini riteneva infatti che l'esercito fosse in grado di riportare una rapida vittoria, nonostante i forti dubbi degli stati maggiori delle forze armate.[395] Il 28 ottobre 1940 le truppe italiane in Albania passarono in confine dando inizio alla campagna di Grecia, nel frattempo Mussolini, conscio della contrarietà tedesca all'intervento italiano in Grecia decise di informare Hitler a operazioni ormai in corso.[396] Le condizioni del terreno e la forte resistenza greca trasformarono rapidamente la guerra di aggressione in una guerra difensiva, tanto che già a inizio novembre con la battaglia di Elaia-Kalamas e la battaglia del Pindo le forze italiane furono costrette a ritirarsi in Albania, subendo a nella seconda metà di dicembre la controffensiva greca.[397] Parallelamente si intensificarono anche le azioni britanniche contro la flotta italiana: il 12 ottobre 1940 affondarono tre navi nella battaglia di Capo Passero, il 12 novembre bombardarono Taranto affondando la corazzata Cavour e danneggiandone altre due, mentre il 27 novembre si svolse la battaglia di capo Teulada, che non vide prevalere nessuna delle due squadre navali.[398] Il 7 dicembre 1940 i britannici diedero inizio all'operazione Compass, riconquistando nell'arco di tre giorni il campo trincerato di Nibeiwa e Sidi Barrani, per poi entrare a gennaio in territorio libico e acquisire il controllo della Cirenaica il 7 febbraio 1941 con la battaglia di Beda Fomm.[399] Alle sconfitte in Grecia e in Africa settentrionale Mussolini reagì con l'avvicendamento dei comandi militari, tra cui il capo di stato maggiore Pietro Badoglio, che fu sostituito da Ugo Cavallero.[400] Le vicende belliche costrinsero Mussolini ad abbandonare la linea della "guerra parallela" per perseguire quella della "guerra subalterna" alla Germania nazista.[401] Tra il 19 e il 20 gennaio 1941 Hitler incontrò Mussolini al Berghof annunciandogli l'intenzione di inviare truppe in Libia e in Grecia chiedendo in cambio nuova manodopera italiana in Germania.[401][402]

Il peggioramento della vicende belliche

[modifica | modifica wikitesto]
Image
Truppe britanniche abbattono i simboli del fascismo a Chisimaio, in Somalia, nel febbraio 1941

Le difficoltà italiane lungo tutti i fronti spinsero i britannici a dare inizio all'invasione dell'Africa Orientale Italiana. Dopo aver rioccupato Cassala il 19 gennaio 1941, si diressero in Eritrea occupando Agordat il 31 gennaio, per poi procedere verso Cheren le forze italiane respinsero la prima offensiva del 2 febbraio 1941, per poi capitolare il 27 marzo.[403] Conquistata Cheren, le forze alleate entrarono ad Asmara e il 7 aprile 1941 a Massaua, prendendo di fatto il controllo dell'Eritrea, il giorno dopo entrarono poi ad Addis Abeba dove fu reinsediato l'imperatore etiope Hailé Selassié, mentre nel frattempo il 26 febbraio 1941 erano entrati in Somalia a Mogadiscio.[404] Le ultime forze italiane in Etiopia furono definitivamente sconfitte nell'Amba Alagi il 17 maggio e a Gondar il 27 novembre 1941, ponendo così fine all'Africa Orientale Italiana.[404] I britannici continuarono a infliggere gravi danni all'Italia anche nella guerra marina: il 9 febbraio 1941 fu bombardata Genova, mentre tra il 28 e il 29 marzo fu combattuta la battaglia di Capo Matapan conclusasi con una netta vittoria britannica.[405] Il 12 febbraio 1941 giunse a Tripoli Erwin Rommel, comandante tedesco del Deutsches Afrikakorps (DAK).[406] Il 31 marzo 1941 Rommel, alla testa di truppe tedesche e italiane, riprese l'offensiva in Libia riconquistando la Cirenaica nell'arco di due settimane e dando inizio all'assedio di Tobruch e resistendo alla controffensiva britannica.[407] I britannici riuscirono però a prendere di sorpresa Rommel con l'operazione Crusader, che a inizio dicembre decise il ritiro dall'intera Cirenaica.[408]

Image
Soldati italiani fucilano prigionieri sloveni secondo le direttive della "circolare 3C" il 31 luglio 1942

Il 2 marzo 1941 Mussolini si diresse personalmente sul fronte greco per assistere, prima dell'arrivo dei rinforzi tedeschi, all'offensiva di primavera che si concluse però il 16 marzo con un completo fallimento.[409] Il 6 aprile 1941 Hitler diede contemporaneamente inizio all'invasione tedesca della Grecia, al bombardamento di Belgrado e alla successiva invasione della Jugoslavia, dovuta al colpo di Stato avvenuto la settimana precedente ai danni dell'Asse.[410] La netta superiorità militare dell'esercito tedesco portò il 17 aprile 1941 alla resa della Jugoslavia e il 23 a quella della Grecia.[410] In Grecia venne instaurato un governo fantoccio sotto occupazione militare italo-tedesca, la Jugoslavia invece con il venne smembrata tra Croazia, Serbia e Montenegro, mentre all'Italia furono annesse parti della Slovenia e della Dalmazia.[411] I confini con la Croazia furono poi stabilizzati il 18 maggio 1941 dal trattato di Roma, mentre già ad agosto lo stato fu messo sotto occupazione militare italo-tedesca per pacificare il territorio e fermare il genocidio dei serbi da parte degli ustascia croati.[412] I jugoslavi si rivelarono decisamente contrari all'occupazione straniera, tanto che l'Italia fu costretta dispiegare oltre 600000 uomini per il mantenimento del territorio dovendo fronteggiare le formazioni comuniste di Josip Broz Tito e quelle nazionaliste di Draža Mihailović, mentre il 17 maggio 1941 Vittorio Emanuele III subì un attentato in Albania da parte del patriota Vasil Laçi.[413] La repressione delle forze italiane divenne via via sempre più intensa a partire dal marzo con la diffusione della "circolare 3C" da parte del generale d'armata Mario Roatta, eseguita con rappresaglie sistematiche e l'apertura di campi ci concentramento come quello di Arbe.[414] Dalla seconda metà del 1942 anche la resistenza greca e quella albanese intensificarono le loro azioni.[415]

Image
Ritirata dell'ARMIR nel gennaio 1943 in seguito alla sconfitta nella battaglia del Don

Il 21 giugno 1941 Hitler informò Mussolini dell'inizio dell'invasione dell'Unione Sovietica, sconsigliando la partecipazione delle forze italiane all'operazione e di schierarle invece in funzione difensiva sugli altri teatri di guerra.[416] Mussolini decise comunque ci costituire il Corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR) dando così inizio nell'agosto del 1941 alla campagna italiana di Russia.[417]Nel frattempo in Libia, l'arrivo di rinforzi italo-tedeschi a metà dicembre e l'affondamento di due corazzate britanniche nel porto di Alessandria da parte degli uomini della Xª Flottiglia MAS, consentirono a Rommel si sferrare una nuova offensiva in Cirenaica che portò alla riconquista di Bengasi nel gennaio 1942.[418] Con la battaglia di Ain el-Gazala Rommel riuscì a conquistare la fortezza di Tobruch per poi avanzare in Egitto fino a El Alamein il 21 giugno 1942.[419] Dopo un primo contrattacco, il 5 novembre 1942 i britannici vinsero la seconda battaglia di El Alamein riconquistando l'Egitto per poi proseguire in Libia fino alla Tunisia nel gennaio 1943.[420] In Russia, offensiva italo-tedesca si rivelò presto essere un disastro, dopo i primi successi, il 19 novembre 1942 la controffensiva sovietica obbligò le forze dell'Asse alla ritirata.[420] In questa situazione i 229000 soldati dell'Armata italiana in Russia (ARMIR), carenti dell'equipaggiamento adatto a sopportare il freddo inverno russo, subirono nel corso della guerra circa 85000 perdite, oltre all'annientamento della forza meccanizzata italiana.[421]

Il malcontento popolare e l'accentramento del regime

[modifica | modifica wikitesto]
Image
Orto di guerra in piazza del Municipio a Napoli nel 1942

La sconfitta militare su tutti i fronti, la perdita delle colonie e i continui bombardamenti Alleati sulle città industriali dell'Italia settentrionale fecero progressivamente montare il malcontento popolare e delle classi dirigenti verso il regime fascista.[422] Sul piano economico la guerra ridusse sostanzialmente gli scambi commerciali a quelli con la sola Germania, mentre le spese statali aumentarono enormemente.[423] Per fronteggiare le spese di guerra il governo ricorse principalmente all'inflazione e all'emissione di debito, inoltre aumentò la pressione fiscale con scarsi successi introducendo l'imposta ordinaria sul patrimonio e l'imposta generale sulle entrate (IGE).[424] Per tentare di indirizzare il risparmio privato verso l'acquisto di debito pubblico il governo impose il blocco dei salari e dei prezzi, che già erano iniziati a crescere nei mesi precedenti, e introdusse limitazioni sugli scambi di borsa, visti i forti rialzi delle industrie belliche; nonostante ciò, la grande borghesia indirizzò i propri investimenti principalmente verso immobili e beni rifugio.[425][426] Le esigenze per la produzione bellica, e le richieste tedesche di manodopera italiana, azzerarono la disoccupazione, ma i salari rimasero sostanzialmente immutati di fronte a un costo della vita in continua crescita, che tra 1939 e il 1942 aumentò secondo i dati ufficiali del 56% causando quindi una forte perdita del potere d'acquisto.[427] Gli aumenti di costo più significativi si ebbero però sui beni alimentari, cresciuti tra il 1940 e il 1942 del 67%.[428] L'impreparazione del sistema di approvvigionamento e l'introduzione tardiva e parziale del razionamento, dettata dal timore di misure impopolari, innescarono già dalla fine del 1940 una grave scarsità di beni e un aumento incontrollato dei prezzi che resero di fatto inefficaci gli aumenti degli assegni familiari.[429][430] Nella primavera del 1941, si verificò anche una drastica carenza di cereali, che portò in ottobre all'introduzione del razionamento del pane, fissato a soli 200 grammi giornalieri pro capite, scatenando il panico tra la popolazione. Il fallimento degli ammassi, specialmente nell'Italia meridionale, provocò l'estensione delle restrizioni ad altri alimenti basilari provocando le prime timide proteste nei confronti del regime.[431] Intanto sul lato della propaganda il regime promosse la "frugalità autarchica", magnificando i benefici di un'alimentazione povera, e incentivò la conversione delle aiuole cittadine in "orti di guerra".[432] Nel marzo 1942, la crisi alimentare italiana raggiunse l'apice: la razione di pane scese a 150 grammi e l'apporto calorico garantito dal tesseramento crollò a circa un terzo del fabbisogno minimo giornaliero.[433] In questo contesto si diffuse la borsa nera, un mercato illegale parallelo alimentato da commercianti locali e contadini che vendevano la merce a prezzi estremamente elevati, talvolta sottraendola dai magazzini statali.[434] Secondo un'inchiesta del 1942, circa cinque milioni di famiglie, specialmente della classe media impiegatizia, soffrivano la fame fisiologica non potendo più sostenere l'aumento dei prezzi con i soli stipendi.[435]

Image
Il primo numero de L'Italia Libera del gennaio 1943

Le difficili condizioni di vita, e il sempre maggiore malcontento tra la popolazione consentirono a partire dalla fine del 1941 una forte ripresa delle organizzazioni antifasciste, che trovarono nuovi aderenti principalmente tra la classe operaia, ma anche tra gli universitari e gli intellettuali borghesi.[436] A sostenere psicologicamente e ideologicamente questa rinascita contribuirono le trasmissioni radiofoniche degli Alleati, in particolare Radio Londra e Radio Mosca, che facevano da contraltare al Commenti ai fatti del giorno di Mario Appelius, smontando la retorica del regime e offrendo una prospettiva diversa sull'andamento del conflitto e sulle prospettive politiche future.[437] A Tolosa nell'ottobre del 1941 il PCd'I, il PSI e GL sottoscrissero un accordo per costituire un "comitato d'azione per l'unione del popolo italiano" allo scopo di sovvertire il regime fascista.[438] Nel frattempo il PCd'I, sotto la direzione di Umberto Massola, ricostituì alcune cellule a Milano e Torino e dal luglio 1942 riprese la stampa clandestina de l'Unità.[438] Al contrario il PSI proseguì la sua attività in Francia, mentre in Italia alcune personalità di ispirazione socialista come Lelio Basso costituirono il Movimento di Unità Proletaria.[439] Sul fronte democratico invece i militanti di GL, in unione con i liberal socialisti di Guido Calogero e altre personalità indipendenti come Ugo La Malfa e Ferruccio Parri, costituirono nel giugno 1942 il Partito d'Azione (Pd'A).[440] Il forte repubblicanesimo del Pd'A, riaffermato nei sette punti programmatici pubblicati su L'Italia libera nel gennaio 1943, allontanò dal partito diversi esponenti del mondo liberale ancora convinti di una possibile collaborazione con la monarchia.[441] I liberali espressione dell'antifascismo moderato e a sostegno della monarchia si organizzano nel "fronte unico della libertà" di Ivanoe Bonomi, ponendo così le basi per la nascita della Democrazia del Lavoro e la ricostituzione del PLI.[442] Nell'area dell'antifascismo cattolico di sinistra Franco Rodano e alcuni universitari aderenti all'AC di ispirazione marxista, costituirono il Partito Comunista Cristiano, mentre il filosofo Gerardo Bruni fondò il Partito Cristiano Sociale.[443] Tra i cattolici fu però Alcide De Gasperi che riuscì a riunire gli ex dirigenti del PPI, della CIL e i militanti dell'Azione guelfa, i quali nel corso del 1942 elaborarono Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana, un manifesto programmatico per la fondazione di un partito cattolico unitario.[444]

Image
Mussolini con al seguito il segretario del PNF Aldo Vidussoni il 25 giugno 1942

Il progressivo peggioramento delle condizioni di vita e la crisi degli approvvigionamenti si riflessero anche sulla stabilità del regime, caratterizzato da un estremo accentramento nelle mani di Mussolini. Il processo di accentramento venne sancito dal definitivo esautoramento degli organi collegiali: dopo la seduta del 7 dicembre 1939, infatti, il Gran consiglio del fascismo cessò di riunirsi, mentre il Consiglio dei ministri divenne sostanzialmente un organo di conferma delle decisioni del duce, segnando la fine di ogni residua dialettica interna alla dirigenza fascista.[445] In questo contesto giunse a compimento anche il processo di riforma legislativa diretto dal ministro di grazia e giustizia Dino Grandi, con l'entrata in vigore del Codice civile e del Codice della navigazione il 21 aprile 1942.[446] All'interno del PNF invece, il segretario Ettore Muti aveva deciso nel luglio 1940 di arruolarsi nell'aeronautica, lasciando il suo incarico al reggente Pietro Capoferri.[447] La sostituzione ufficiale di Muti avvenne il 30 ottobre 1940 con la nomina alla segreteria del ministro dei lavori pubblici Adelchi Serena.[447] Il nuovo segretario revocò la libertà di azione delle organizzazioni del regime e costituì all'interno del direttorio del partito una commissione interministeriale, allo scopo di ottenere un stretto coordinamento con il governo.[448] Di converso Serena propose di mettere alle dipendenze del PNF ogni organismo istituzionale, ministeri inclusi, ricevendo il netto rifiuto del duce che veniva in questo modo depotenziato nelle sue funzioni di capo del governo.[449] Dopo aver scontentato il duce e i principali gerarchi, il 26 dicembre 1941 Serena fu sostituito alla segreteria del PNF da Aldo Vidussoni, ventisettenne e da poco più di un mese segretario dei GUF.[450] Vidussoni, politicamente inesperto, venne immediatamente osteggiato dalla storica dirigenza del partito, specialmente da Roberto Farinacci che bloccò sul nascere qualsiasi ipotesi di svecchiamento delle gerarchie, nel frattempo nonostante alcune epurazioni il PNF passò da 4000000 di iscritti a 4700000.[451] Sul piano della propaganda nel novembre del 1939 Alessandro Pavolini mise sotto il diretto controllo del Minculpop anche la stampa periodica fascista e potenziò l'Istituto Luce migliorando la produzione dei cinegiornali.[452] Insoddisfatto dell'andamento della guerra il 1º febbraio 1943 Mussolini sostituì il capo di stato maggiore generale Ugo Cavallero con Vittorio Ambrosio, per poi operare il 6 febbraio un ampio rimpasto di governo che portò alle dimissioni di importati gerarchi del regime tra cui Giuseppe Bottai (educazione nazionale), Galeazzo Ciano (esteri), Dino Grandi (giustizia) Alessandro Pavolini (cultura popolare), Renato Ricci (corporazioni), Paolo Thaon di Revel (finanze) e Guido Buffarini Guidi (sottosegretario all'interno).[453]

Il crollo del regime fascista

[modifica | modifica wikitesto]
Image Lo stesso argomento in dettaglio: Scioperi antifascisti, Sbarco in Sicilia e Caduta del fascismo.
Image
L'Unità del 15 marzo 1943 sugli scioperi di Torino

Il 5 marzo 1943 nello stabilimento FIAT Mirafiori di Torino alcuni reparti fomentati da cellule del PCd'I scesero in sciopero esigendo l'aumento dell'indennità per il carovita e il pagamento degli straordinari.[454] Gli scioperi si diffusero immediatamente in tutti i maggiori stabilimenti torinesi coinvolgendo anche migliaia di operai delle industrie collegate allo sforzo bellico come la Michelin e la Lancia.[455] Dopo una settimana consecutiva di scioperi, Hitler fece pervenire a Mussolini la sua irritazione per l'accadimento, intimando un maggiore impiego della forza nel contrasto agli scioperi.[456] Con l'aumento della repressione e la concessione dell'aumento e del pagamento degli straordinari il 15 marzo 1943 a Torino si tennero gli ultimi scioperi.[457] Sull'onda di quanto avvenuto a Torino, il 23 marzo 1943 anche gli operai della Falck di Milano proclamarono lo sciopero, venendo presto imitati anche dagli operai milanesi della Pirelli e dell'Ercole Marelli, che perseguirono incessantemente la protesta fino al 29 marzo.[458] Dal 29 marzo al 6 aprile nuovi scioperi si tennero anche nei maggiori stabilimenti delle province piemontesi di Biella e Asti.[459] Con la conclusione di questi scioperi inaspettati dal regime, in aprile avvenne la sostituzione del capo della polizia Carmine Senise con Renzo Chierici, del ministro delle corporazioni Carlo Tiengo con Tullio Cianetti e del segretario del PNF Aldo Vidussoni con Carlo Scorza.[460] Da ministro delle corporazioni Cianetti, sostenitore della socializzazione dell'economia e dell'alleanza con la Germania nazista,[461] si adoperò per ottenere il controllo dell'IRI, entrando così in polemica col ministro delle finanze Giacomo Acerbo, e propose una maggiore controllo sindacale delle corporazioni, incontrando la forte opposizione del guardasigilli Alfredo De Marsico.[462] Il ministro inoltre inasprì la politica antisemita imponendo l'8 maggio 1943 il divieto iscrizione degli ebrei ai sindacati datoriali e dei lavoratori, mentre il 19 giugno presentò un disegno di legge per introdurre il lavoro forzato nei campi per l'internamento per i prigionieri di guerra e gli ebrei tra i 18 e 36 anni.[463] Anche il segretario Carlo Scorza si mosse sulla linea del fascismo intransigente, adoperandosi per rivitalizzare il partito e auspicando la nascita di una milizia fascista elitaria, poi concretizzatasi in seguito all'intervento di Hitler con la formazione della 1ª Divisione corazzata "M".[464]

Image
Truppe britanniche sbarcano in Sicilia il 10 luglio 1943

Nel frattempo a partire dal maggio 1943 gli Alleati intensificarono i bombardamenti sui porti e gli aeroporti dell'Italia centrale e meridionale, devastando le città di Livorno, Grosseto, Cagliari, Foggia, Napoli, Palermo e Trapani.[465] A giugno i bombardamenti alleati si concentrarono nella distruzione delle infrastrutture della Sicilia e della Sardegna, in modo da isolarle dal punto di vista logistico e imporre il controllo sul canale di Sicilia.[466] Con l'intensificarsi dei bombardamenti sulle isole Pelagie, l'11 giugno 1943 con un'operazione anfibia le forze alleate per la prima volta invasero l'Italia acquisendo il controllo dell'isola di Pantelleria;[467] due giorni dopo cadde anche Lampedusa, seguita da Linosa e Lampione.[468] Intanto il 23 giugno con un bombardamento sulla base navale della Spezia furono distrutti l'arsenale e importanti depositi di carburante.[467] Il 10 luglio 1943 le forze alleate diedero inizio allo sbarco in Sicilia, mettendo in campo una potenza di fuoco navale e aerea soverchiante rispetto alle difese locali, nonostante i comandi militari italiani fossero da giorni consapevoli dello sbarco imminente.[469] Nonostante la disparità di forze, il comandante Alfredo Guzzoni mise in atto un'intensa controffensiva a Gela contro l'esercito statunitense, che dopo averla respinta massacrò alcuni prigionieri di guerra.[470]

Image
Verbale della votazione sull'ordine del giorno Grandi del 25 luglio 1943

Alla notizia dello sbarco in Sicilia, Mussolini ordinò al segretario del PNF Carlo Scorza di organizzare adunate in tutti i maggiori capoluoghi per fomentare la lotta all'invasore.[471] Il 16 luglio 1943 Scorza convocò i gerarchi designati alle orazioni, i quali dopo essersi riuniti richiesero chiesero udienza a Mussolini riferendo della necessità di un avvicendamento dei vertici militari e di una convocazione del Gran consiglio del fascismo, alla quale Mussolini acconsentì.[472] Il 19 luglio Mussolini incontrò Hitler nei pressi di Feltre, richiedendo aiuti in armamenti e materie prime, e proponendo nuovamente una pace separata con l'Unione Sovietica, senza però porre la questione dell'uscita dell'Italia dalla guerra come raccomandato dal capo di stato maggiore Vittorio Ambrosio e dal sottosegretario agli esteri Giuseppe Bastianini.[473] Il colloquio fu interrotto dalla notizia del bombardamento di Roma, che fece rientrare Mussolini nella capitale, dove la mattina del 22 luglio fu ricevuto da re Vittorio Emanuele III per informarlo di contenuti dell'incontro avvenuto col cancelliere tedesco.[473] Nel pomeriggio Mussolini ricevette a colloquio il presidente della Camera Dino Grandi, dopo essere stato informato da Scorza che alla seduta del Gran consiglio fissata per il 24 luglio Grandi avrebbe esposto un ordine del giorno per rimettere il comando delle forze armate delle mani del re.[474] Alle ore 17:15 del 24 luglio 1943 a palazzo Venezia Mussolini aprì la seduta del Gran consiglio con un lungo discorso in cui addossò le responsabilità della sconfitta bellica ai comandi militari, ai soldati e alla popolazione.[475] La discussione proseguì per diverse ore e furono presentati anche gli ordini del giorno di Carlo Scorza e Roberto Farinacci, infine alle 02:30 del 25 luglio 1943 Mussolini mise in votazione l'ordine del giorno Grandi che raccolse 19 voti a favore, 8 contrari e 1 astenuto.[476] Alle 17:00 del 25 luglio 1943 Mussolini si recò a Villa Savoia in udienza dal re, che gli comunicò di aver nominato il generale Pietro Badoglio Capo del Governo.[477] Appena concluso il colloquio Mussolini fu arrestato dai carabinieri, che nel frattempo avevano occupato tutti i centri di comunicazione della capitale e le sedi dei ministeri dell'interno e della guerra.[478] Alle 22:45 la radio interruppe tutti i programmi per annunciare le dimissioni di Mussolini e la nomina del governo Badoglio per la prosecuzione della guerra.[478]

  1. Marcia su Roma, in Dizionario di storia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
  2. Gentile, p. 241.
  3. Nello, p. 50.
  4. Gentile, p. 269.
  5. Gentile, p. 251.
  6. Gentile, p. 253.
  7. Gentile, p. 257.
  8. Gentile, p. 270.
  9. Regio decreto 10 novembre 1922, n. 1641, in materia di "Abrogazione della nominatività obbligatoria dei titoli"
  10. 1 2 3 Nello, p. 54.
  11. 1 2 Nello, p. 55.
  12. Gentile, p. 278.
  13. Regio decreto 3 dicembre 1922, n. 1601, in materia di "Delegazione di pieni poteri al Governo del Re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione"
  14. 1 2 Gentile, p. 279.
  15. Gentile, p. 280.
  16. Gentile, p. 296.
  17. Millan, pp. 82-87.
  18. Gentile, p. 298.
  19. Regio decreto 22 dicembre 1922, n. 1641, in materia di "Amnistia e indulto per reati comuni, militari e annonari"
  20. Gentile, p. 286.
  21. Gentile, p. 332.
  22. Gentile, p. 285.
  23. Nello, p. 63.
  24. Nello, p. 64.
  25. 1 2 3 Nello, p. 59.
  26. Enzo Fimiani, Massimo Rocca, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 88, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2017.
  27. Nello, p. 57.
  28. 14 gennaio 1923, n. 31, in materia di "Milizia volontaria per la sicurezza nazionale"
  29. Millan, p. 55.
  30. Gentile, p. 315.
  31. Millan, pp. 87-88.
  32. Millan, pp. 101-102.
  33. Gentile, p. 322.
  34. Millan, p. 37.
  35. Nello, p. 58.
  36. Gentile, p. 439.
  37. Gentile, p. 295.
  38. Nello, p. 65.
  39. Gentile, p. 326.
  40. Gentile, p. 354.
  41. 1 2 3 Nello, p. 66.
  42. Giuseppe Tognon, La riforma Gentile, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2016.
  43. Toniolo, pp. 374-375.
  44. Gentile, p. 353.
  45. Nello, p. 67.
  46. 1 2 Legge 18 novembre 1923, n. 2444, in materia di "Modificazioni alla legge elettorale politica, testo unico 2 settembre 1919, n. 1495"
  47. 1 2 3 Nello, p. 68.
  48. 1 2 3 4 Nello, p. 69.
  49. Franco Marcoaldi, Alberto De' Stefani, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 39, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1991.
  50. Francesco Malgeri, Stefano Cavazzoni, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 23, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1979.
  51. 1 2 Edoardo Amaldi, Luciano Segreto, Orso Mario Corbino, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 28, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1983.
  52. 1 2 3 Gabriele Balbi, Dal telefono alla radio, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Tecnica, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2013.
  53. Gastone Manacorda, Buozzi Bruno, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 15, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1972.
  54. Francesco Maria Biscione, Ludovico D'Aragona, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 32, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1986.
  55. Enzo Fimiani, Edmondo Rossoni, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 88, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2017.
  56. Nello, p. 70.
  57. 1 2 3 4 Nello, p. 77.
  58. 1 2 3 Nello, p. 76.
  59. 1 2 Gentile, p. 834.
  60. Gentile, p. 833.
  61. 1 2 Nello, p. 78.
  62. 1 2 3 4 Angelo Del Boca, Rodolfo Graziani, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 58, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2002.
  63. Gentile, p. 414.
  64. Gentile, p. 430.
  65. 1 2 Gentile, p. 443.
  66. 1 2 3 Nello, p. 79.
  67. 1 2 Gentile, p. 444.
  68. Gentile, p. 445.
  69. Gentile, p. 453.
  70. Gentile, p. 467.
  71. Nello, p. 85.
  72. Gentile, p. 476.
  73. 1 2 3 Gentile, p. 479.
  74. 1 2 Gentile, p. 484.
  75. Nello, p. 86.
  76. Luigi Agnello, Gabriello Carnazza, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 20, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1977.
  77. Nello, p. 89.
  78. Decreto-legge 15 luglio 1923, n. 3288, in materia di "Norme sulla gerenza e vigilanza dei giornali e delle pubblicazioni periodiche"
  79. Gentile, p. 492.
  80. Gentile, p. 499.
  81. Nello, p. 88.
  82. 1 2 Nello, p. 90.
  83. 1 2 Nello, p. 92.
  84. Gentile, p. 503.
  85. Nello, p. 94.
  86. Gentile, p. 505
  87. Nello, p. 96.
  88. Nello, p. 97.
  89. Millan, p. 90.
  90. Nello, p. 98.
  91. 1 2 3 Gentile, p. 516.
  92. Nello, p. 101.
  93. Nello, p. 102.
  94. Di Figlia, p. 25.
  95. Di Figlia, p. 26.
  96. Giorgio Rochat, Antonino Di Giorgio, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 40, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1991.
  97. Nello, p. 110
  98. Gentile, p. 517.
  99. Nello, p. 104.
  100. Gentile, p. 519.
  101. Decreto-legge 19 aprile 1923, n. 833, in materia di "Il 21 aprile giorno commemorativo della fondazione di Roma, viene dichiarato festivo"
  102. Gentile, p. 520.
  103. Nello, p. 113.
  104. Gentile, p. 522.
  105. Gentile, p. 525.
  106. Millan, p. 93.
  107. Nello, p. 115.
  108. 1 2 Gentile, p. 527.
  109. Nello, p. 116.
  110. Nello, p. 117.
  111. 1 2 Gentile, p. 532.
  112. Nello, p. 120.
  113. 1 2 Gentile, p. 533.
  114. 1 2 Gentile, p. 534.
  115. 1 2 Albertina Vittoria, Luigi Federzoni, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 45, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1995.
  116. 1 2 Gentile, p. 535.
  117. Legge 25 novembre 1926, n. 2008, in materia di "Provvedimenti per la difesa dello Stato"
  118. Regio decreto 6 novembre 1926, n. 1848, in materia di "Approvazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza"
  119. Gentile, p. 1138.
  120. Nello, p. 121.
  121. Nello, p. 135.
  122. Candeloro IX, pp. 213-214.
  123. Candeloro IX, p. 216.
  124. Candeloro IX, pp. 218-219.
  125. Candeloro IX, pp. 223-224.
  126. Candeloro IX, p. 225.
  127. Candeloro IX, p. 227.
  128. Candeloro IX, p. 228.
  129. 1 2 Nello, p. 105.
  130. Nello, p. 107.
  131. Nello, p. 108.
  132. Saltini, p. 353.
  133. Nello, p. 109.
  134. Nello, p. 125.
  135. Nello, p. 126.
  136. Nello, p. 128.
  137. 1 2 Nello, p. 157.
  138. 1 2 Toniolo, p. 418.
  139. Toniolo, p. 428.
  140. Toniolo, p. 430.
  141. Toniolo, p. 431.
  142. Nello, p. 123.
  143. Toniolo, pp. 435-436.
  144. Decreto-legge 6 maggio 1926, n. 812, in materia di "Unificazione del servizio dell'emissione dei biglietti di banca"
  145. Toniolo, pp. 437-438
  146. Nello, p. 130.
  147. Toniolo, p. 447.
  148. Toniolo, p. 571.
  149. Toniolo, p. 454.
  150. Toniolo, p. 462.
  151. Nello, p. 131.
  152. Gentile, p. 594.
  153. 1 2 3 Gentile, p. 837.
  154. Gentile, p. 838.
  155. Gentile, p. 839.
  156. Enzo Santarelli, Cesare Maria De Vecchi, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 39, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1991.
  157. Gentile, p. 848.
  158. Gentile, p. 854.
  159. Vincenzo Clemente, Salvatore Contarini, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 28, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1983.
  160. Gentile, p. 855.
  161. Nello, p. 148.
  162. Nello, p. 149.
  163. Gentile, pp. 856-857.
  164. 1 2 Nello, p. 136.
  165. Nello, p. 137.
  166. Gentile, p. 777.
  167. Gentile, p. 781.
  168. Gentile, p. 783.
  169. Gentile, p. 784.
  170. Gentile, p. 785.
  171. Gentile, p. 786.
  172. Nello, p. 138.
  173. Gentile, p. 627.
  174. Nello, p. 152.
  175. 1 2 Gentile, p. 628.
  176. Nello, p. 118.
  177. Gentile, p. 636.
  178. 1 2 Gentile, p. 153.
  179. Gentile, p. 156.
  180. Toniolo, p. 465
  181. Toniolo, p. 490.
  182. Toniolo, p. 491.
  183. 1 2 Massimo Finoia, Vincenzo Azzolini, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 34, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1988.
  184. 1 2 Gentile, p. 937.
  185. Nello, p. 141.
  186. 1 2 Nello, p. 173
  187. Nello, p. 175.
  188. 1 2 Nello, p. 143.
  189. 1 2 Gentile, p. 607.
  190. Gentile, p. 609.
  191. Nello, p. 145.
  192. Nello, p. 146.
  193. Gentile, p. 684.
  194. Gentile, pp. 686-687.
  195. Gentile, p. 729.
  196. Gentile, p. 737.
  197. 1 2 3 Gentile, p. 738.
  198. Gentile, p. 745.
  199. Gentile, p. 750.
  200. 1 2 Nello, p. 162.
  201. 1 2 3 Nello, p. 163.
  202. Nello, p. 164.
  203. 1 2 3 Nello, p. 165.
  204. Toniolo, pp. 576-577.
  205. Toniolo, p. 581.
  206. Toniolo, p. 582.
  207. Toniolo, p. 585.
  208. D'Antone, pp. 171-172.
  209. D'Antone, pp. 173-174.
  210. D'Antone, pp. 175-176.
  211. D'Antone, pp. 181-183.
  212. D'Antone, pp. 198-199.
  213. Gentile, p. 961.
  214. Gentile, p. 941.
  215. Nello, p. 179.
  216. Gentile, p. 964.
  217. Gentile, p. 966.
  218. Nello, p. 184.
  219. Gentile, pp. 976-977.
  220. 1 2 Candeloro IX, pp. 361-362.
  221. 1 2 Nello, p. 166.
  222. Candeloro IX, pp. 365-366.
  223. Nello, p. 167.
  224. Candeloro IX, p. 347.
  225. Candeloro IX, pp. 349-350.
  226. Candeloro IX, pp. 352-353.
  227. Candeloro IX, pp. 354-356.
  228. Nello, p. 168.
  229. 1 2 Apih, p. 30.
  230. 1 2 Gentile, pp. 935-936.
  231. Apih, p. 33.
  232. Apih, p. 35.
  233. Nello, p. 189.
  234. Nello, p. 190.
  235. D'Antone, p. 189.
  236. Nello, p. 191.
  237. Nello, p. 192.
  238. Nello, p. 198.
  239. Nello, p. 200.
  240. Nello, pp. 201-203.
  241. Nello, pp. 206-207.
  242. 1 2 Gentile, pp. 794-796.
  243. Nello, p. 212.
  244. Gentile, p. 874.
  245. Nello, p. 228.
  246. Gentile, p. 805.
  247. Gentile, p. 811.
  248. Gentile, p. 812.
  249. Gentile, p. 815.
  250. Gentile, p. 816.
  251. Gentile, p. 818.
  252. 1 2 Gentile, pp. 933-934.
  253. Nello, p. 216.
  254. Decreto del Capo del Governo 17 dicembre 1932, in materia di "Autorizzazione a bandire concorsi per ammissioni ad impieghi nelle Amministrazioni dello Stato nell'anno 1933-XI"
  255. Nello, p. 218.
  256. Nello, p. 219.
  257. Gentile, p. 993.
  258. Gentile, pp. 994-999.
  259. Gentile, p. 1007.
  260. Nello, p. 220.
  261. Gentile, p. 1009.
  262. 1 2 Gentile, p. 1020.
  263. Nello, p. 229.
  264. Nello, p. 231.
  265. Nello, p. 250.
  266. Nello, pp. 251-252.
  267. Nello, p. 255.
  268. Nello, p. 265.
  269. Collotti, p. 12.
  270. Nello, p. 275.
  271. Nello, p. 276.
  272. Nello, p. 277.
  273. Gabriella Nisticò, Adolf Hitler, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  274. Gentile, pp. 1048-1049.
  275. Gentile, pp. 1050-1051.
  276. Candeloro IX, p. 327.
  277. Collotti, pp. 10-11.
  278. 1 2 Gentile, p. 1053.
  279. Gentile, pp. 1054.
  280. Candeloro IX, p. 329.
  281. Gentile, pp. 1055.
  282. 1 2 Nello, p. 283.
  283. 1 2 Gentile, p. 1057.
  284. Nello, p. 284.
  285. 1 2 3 Gentile, p. 1059.
  286. Nello, p. 287.
  287. Nello, p. 288.
  288. Nello, p. 289.
  289. 1 2 Nello, p. 290.
  290. 1 2 Nello, p. 293.
  291. Nello, p. 291.
  292. Nello, p. 292.
  293. 1 2 Nello, p. 295.
  294. Nello, p. 294.
  295. Nello, p. 300.
  296. Nello, p. 301.
  297. Nello, p. 302.
  298. 1 2 Nello, p. 296.
  299. Nello, p. 303.
  300. Nello, pp. 307-308.
  301. Nello, p. 377.
  302. Nello, p. 318.
  303. Nello, pp. 319-320.
  304. Nello, p. 321.
  305. 1 2 Nello, p. 325.
  306. Nello, pp. 402-403.
  307. 1 2 Nello, p. 404.
  308. Candeloro IX, pp. 396-397.
  309. Candeloro IX, p. 398.
  310. Candeloro IX, p. 399.
  311. Candeloro IX, p. 403.
  312. Candeloro IX, p. 404.
  313. Nello, pp. 384-385.
  314. Candeloro IX, pp. 401-402.
  315. Candeloro IX, p. 407.
  316. Candeloro IX, p. 408.
  317. Candeloro IX, p. 409.
  318. Nello, pp. 394-395.
  319. Nello, pp. 396-399.
  320. Nello, p. 401.
  321. Nello, pp. 405-407.
  322. Nello, pp. 411-412.
  323. Nello, p. 414.
  324. Nello, p. 415.
  325. Candeloro IX, p. 415.
  326. Candeloro IX, p. 416.
  327. Candeloro IX, p. 417.
  328. 1 2 Candeloro IX, p. 418.
  329. Candeloro IX, pp. 419-420.
  330. Candeloro IX, p. 421.
  331. Candeloro IX, p. 422.
  332. Candeloro IX, p. 423.
  333. Candeloro IX, p. 425.
  334. Candeloro IX, p. 427.
  335. Toniolo, pp. 616-620.
  336. Candeloro IX, p. 428.
  337. Toniolo, p. 595.
  338. Candeloro IX, pp. 430-431.
  339. Candeloro IX, p. 433.
  340. Nello, p. 316.
  341. Candeloro IX, pp. 433-434.
  342. Nello, pp. 327-328.
  343. Nello, p. 332.
  344. Candeloro IX, p. 437.
  345. 1 2 3 Candeloro IX, p. 440.
  346. Candeloro IX, p. 441.
  347. Nello, pp. 333-335.
  348. Nello, p. 345.
  349. Nello, p. 346.
  350. Nello, pp. 347-348.
  351. Nello, p. 349.
  352. Nello, pp. 349-350.
  353. Nello, pp. 351-352.
  354. Nello, p. 354.
  355. Candeloro IX, p. 438.
  356. Candeloro IX, pp. 459-460.
  357. Nello, p. 357.
  358. Nello, pp. 359-360.
  359. Nello, pp. 361-362.
  360. Nello, p. 363.
  361. Nello, pp. 366-367.
  362. Nello, pp. 368-369.
  363. Nello, pp. 371-372.
  364. Candeloro IX, p. 472.
  365. Candeloro IX, p. 473.
  366. Nello, p. 437.
  367. Nello, pp. 439-440.
  368. Candeloro IX, p. 479.
  369. Candeloro IX, p. 482.
  370. Nello, p. 448.
  371. Candeloro IX, p. 487.
  372. Candeloro IX, p. 489.
  373. Candeloro IX, p. 490.
  374. Nello, pp. 454-455.
  375. Nello, pp. 457-458.
  376. Nello, p. 459.
  377. Nello, p. 462.
  378. Nello, pp. 462-465.
  379. Nello, p. 466.
  380. Nello, pp. 471-472.
  381. Candeloro X, p. 41.
  382. Candeloro X, pp. 43-46.
  383. Candeloro X, p. 47.
  384. Candeloro X, p. 49.
  385. Nello, p. 485.
  386. 1 2 Nello, p. 486.
  387. Candeloro X, p. 64.
  388. Nello, p. 488.
  389. 1 2 Candeloro X, p. 66.
  390. Nello, p. 490.
  391. Candeloro X, p. 67.
  392. Candeloro X, p. 69.
  393. Nello, p. 499.
  394. Candeloro X, p. 70.
  395. Candeloro X, p. 71.
  396. Candeloro X, p. 73.
  397. Nello, p. 507.
  398. Nello, pp. 510-512.
  399. Nello, pp. 513-514.
  400. Candeloro X, p. 75.
  401. 1 2 Candeloro X, p. 76.
  402. Nello, p. 516.
  403. Candeloro X, p. 82.
  404. 1 2 Candeloro X, p. 83.
  405. Candeloro X, p. 84.
  406. Nello, p. 518.
  407. Nello, pp. 531-532.
  408. Nello, pp. 533-535.
  409. Nello, p. 519.
  410. 1 2 Nello, p. 522.
  411. Nello, pp. 523-524.
  412. Nello, p. 525.
  413. Nello, p. 527.
  414. Nello, p. 528.
  415. Nello, p. 529.
  416. Candeloro X, pp. 88-90.
  417. Candeloro X, p. 95.
  418. Candeloro X, p. 96.
  419. Candeloro X, p. 97.
  420. 1 2 Candeloro X, pp. 98-99.
  421. Candeloro X, pp. 100-101.
  422. Nello, p. 543.
  423. Candeloro X, p. 108.
  424. Candeloro X, p. 109.
  425. Candeloro X, p. 111.
  426. Decreto-legge 19 giugno 1940, n. 953, in materia di "Blocco dei prezzi delle merci e dei servizi, delle costruzioni edilizie, degli impianti industriali e delle pigioni"
  427. Nello, p. 546.
  428. Colarizzi, p. 281.
  429. Decreto-legge 20 marzo 1941, n. 122, in materia di "Aumento, dal 23 marzo XIX e per tutta la durata della guerra, degli assegni familiari in favore dei capi-famiglia"
  430. Colarizzi, p. 282.
  431. Colarizzi, pp. 283-284.
  432. Daniele, Ghezzi, p. 92.
  433. Daniele, Ghezzi, p. 96.
  434. Daniele, Ghezzi, p. 97.
  435. Daniele, Ghezzi, p. 98.
  436. Candeloro X, p. 132.
  437. Candeloro X, pp. 124-25.
  438. 1 2 Candeloro X, p. 139.
  439. Candeloro X, p. 142.
  440. Candeloro X, pp. 143-146.
  441. Candeloro X, pp. 149-151.
  442. Candeloro X, p. 152.
  443. Candeloro X, pp. 155-156.
  444. Candeloro X, p. 157.
  445. Candeloro X, p. 116.
  446. Paolo Nello, Dino Grandi, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 58, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2002.
  447. 1 2 Nello, p. 549.
  448. Nello, pp. 550-551.
  449. Nello, pp. 552-553.
  450. Nello, p. 556.
  451. Nello, pp. 557-559.
  452. Candeloro X, p. 123
  453. Candeloro X, p. 118-119
  454. Spriano, p. 736.
  455. Spriano, p. 739.
  456. Spriano, p. 743.
  457. Spriano, p. 745.
  458. Spriano, pp. 749-750.
  459. Spriano, p. 751.
  460. Nello, p. 579.
  461. Claudio Moffa, Tullio Cianetti, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 25, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1981.
  462. Nello, pp. 584-585.
  463. Capogreco, pp. 8-13.
  464. Nello, p. 594.
  465. Pasqualini, p. 259.
  466. Pasqualini, p. 260.
  467. 1 2 Pasqualini, p. 262.
  468. Nello, p. 599.
  469. Nello, pp. 602-603.
  470. Nello, p. 604.
  471. Gentile, p. 1203.
  472. Nello, pp. 605-606.
  473. 1 2 Gentile, p. 1204.
  474. Gentile, p. 1205.
  475. Gentile, p. 1206.
  476. Gentile, p. 1209.
  477. Gentile, p. 1210.
  478. 1 2 Gentile, p. 1211.

Voci correlate

[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti

[modifica | modifica wikitesto]