287 CHRONIQUE
Scriptorium, 68, 2014, p. 287-296 F. Déroche – V. Sagaria Rossi, I manoscritti in caratteri arabi, Roma, Viella, 2012, XVII-349 p., ill. (Scritture e libri del medioevo, 9). ISBN : 978-88-8334-687-3 (1 ) Generalmente l’esistenza di un manuale, per una data disciplina, significa che tale disciplina ha ormai raggiunto maturità piena di investigazione, sì che è venuto alla luce tutto ciò che c’era da sapere (o così almeno si crede), e questa conoscenza si è in grado di esporla in modo ordinato e sistematico perché sia divulgata e compresa. Un simile, normale, processo evolutivo interessa ogni « scienza » – senza scendere nella discussione relativa all’unità della Scienza e alla sua differenziazione in diverse branchie –, e quindici anni fa sembrò interessare anche la conoscenza del libro manoscritto in caratteri arabi, quando il libro pioniere di François Déroche, Manuel de codicologie des manuscrits en écriture arabe (Paris 2000) – che da adesso citeremo semplicemente Déroche –, fu accolto nel consesso degli studiosi come una grande conquista della Codicologia con la C maiuscola in generale, della Codicologia comparata nell’ottica occidentale protesa verso Oriente e, infine, degli studi sul libro islamico in particolare. Dopo, infatti, ca. un cinquantennio appena dall’affermazione della disciplina codicologica come scienza del libro a statuto autonomo (ci si rifà al concetto di « archeologia » del libro propugnato da François Masai nel 1950), e quindi dal riconoscimento della sua importanza sia per la storia della trasmissione dei testi (storia culturale) e sia per la storia sociale e la cultura materiale di un popolo, con quel volume la civiltà islamica si poneva a fianco delle più aggiornate vette raggiunte nell’ambito delle nostre due civiltà madri, greco-latina, tanto più per la valenza particolare, eccezionale, che in tale civiltà ha il libro, libro soggetto e oggetto, libro che non ha conosciuto soluzioni di continuità dalla scrittura a mano alla stampa ; libro portatore di un testo scritto che – poi – custodisce un testo orale ; libro, dunque, la cui scrittura – che viene enfatizzata per i suoi aspetti estetici ed evocativi – è ritenuta di aiuto alla memoria (non la sostituisce). « En écriture arabe » perché l’arabo è la lingua più antica tra quelle che utilizzano la scrittura che prende nome da essa (in sostanza l’alfabeto arabo viene usato per tantissime lingue). Chi scrive ha molto amato il manuale di Déroche, perché nell’arduo tentativo di realizzare un trattato di codicologia aperto alla comparazione tra le diverse aree del Mediterraneo, assieme ai lavori di Malachi Beit-Arié per l’area ebraica è stato l’unico testo esistente in forma sistematizzata e definitiva nella sua chiara e ordinata impostazione manualistica che, molto più di contributi sparsi peraltro numerosi, consentiva di trarre la parte più consistente di informazioni per l’area islamica, di fronte ai balbettii, ovvero al materiale frammentato che contenesse elementi di codicologia di altri ambiti culturali. Va tra l’altro sottolineato il grande scoglio delle barriere linguistiche per questo genere di studi in parallelo (di cui solo di recente si riconosce la necessità per una più chiara comprensione dei fenomeni), che ci rende ancora più preziosi i non molti contributi redatti in lingue normalmente accessibili. Per questo molto ci si attende, nel momento in cui vengono stese queste righe, dalla prossima pubblicazione in lingua inglese relativa al progetto europeo COMSt (Comparative Oriental Manuscript Studies), con coordinamento ad Amburgo (Alessandro Bausi), della European Science Foundation, sullo studio del manoscritto mediterraneo e la sua messa a punto.
(1) Il presente testo si basa fondamentalmente su quello che è stato letto in occasione di una presentazione del volume, tenutasi presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Roma Tor Vergata l’ 8 maggio 2013.
A PROPOSITO DI CODICOLOGIA COMPARATA E MANUALISTICA : CODICI ORIENTALI ALLA RIBALTA



















