Saturnia (città antica)
| Saturnia | |
|---|---|
| Nome originale | Saturnia (latino) |
| Cronologia | |
| Fondazione | insediamento stabile dal IV secolo a.C. |
| Territorio e popolazione | |
| Lingua | etrusco, latino |
| Localizzazione | |
| Stato attuale | |
| Località | Saturnia, Manciano |
Saturnia fu un centro etrusco e poi romano della media valle dell'Albegna, sorto su un pianoro di travertino che domina la sinistra del fiume, nell'attuale territorio comunale di Manciano, in provincia di Grosseto. Il pianoro, lungo circa 850 metri e largo 400, raggiunge i 294 metri di quota ed è delimitato su quasi tutto il perimetro da dirupi naturali.[1]
L'occupazione del sito non fu continua. A un insediamento del Bronzo finale seguì una lacuna nell'età del ferro; le necropoli si svilupparono a partire dalla fine dell'VIII secolo a.C., mentre sul pianoro le testimonianze orientalizzanti e arcaiche restano troppo esigue per documentare un abitato urbanizzato, e un vero centro abitato è attestato solo nel IV secolo a.C.[2]
Caduta Vulci nel 280 a.C., il sito subì una distruzione e fu inserito nella riorganizzazione romana del territorio vulcente come sede di praefectura e poi come colonia di cittadini romani, dedotta nel 183 a.C. Dopo le guerre civili fra Mario e Silla fu ricostruita con un impianto ortogonale, di cui la viabilità del borgo attuale conserva la traccia.[3]
Il nome
[modifica | modifica wikitesto]Il nome con cui la città è conosciuta, Saturnia, compare soltanto nelle fonti latine.[N 1]
Il nome anteriore alla conquista romana non è attestato direttamente e viene ricavato da un passo di Plinio il Vecchio il cui testo è controverso. L'edizione di Jan e Mayhoff stampa Saturnini qui ante Aurini vocabantur, ma fra i codici da essa collazionati quella lezione è minoritaria: la danno due soli manoscritti leidensi, e in uno dei due si tratta di una correzione del XII secolo, mentre gli altri hanno urini vocantur. Silvio Ferri, riesaminando nel 1951 quell'apparato, spiegò la doppia lezione come esito di una diversa divisione delle parole a partire dal capitale ANTEAVRINI e giudicò lectio facilior quella accolta dagli editori.[N 2][4]
Dall'etnico così ricostruito si è ricavato a sua volta un poleonimo, di volta in volta Aurinia, Aurina o Urina, nessuno dei quali è documentato dalle fonti; la forma Urina è quella adottata da Berrendonner e Munzi.[5] Contro Aurinia è stato inoltre osservato che il nome presupporrebbe il latino aurum, e sarebbe quindi latino a sua volta, il che è incompatibile con uno strato anteriore a quello che ha prodotto il nome Saturnia.[6][N 3]
Il gentilizio etrusco urinate, formato su etnico secondo la regola dei nomi in -ate, presuppone una città *Urina la cui identificazione resta discussa: l'unica attestazione linguistica diretta della forma è su monete campane della regione di Nola. Fra le attestazioni del gentilizio censite da Berrendonner e Munzi, che comprendono Capua, Tarquinia, Axia, Bomarzo, Volterra, Chiusi e Perugia, Saturnia non figura.[7]
Quanto ci è giunto in etrusco dal sito si riduce a pochissimo: due iscrizioni onomastiche su calici di bucchero del VI secolo a.C. e una stele funeraria di travertino con iscrizione bustrofedica dell'ultimo quarto dello stesso secolo, rinvenuta presso le terme, in cui è stato letto un toponimo kamarte, accostato al Camars che Livio riporta come antico nome di Chiusi e riferito da alcuni a Saturnia stessa o a una località vicina.[8]
Il sito e il territorio
[modifica | modifica wikitesto]Il pianoro occupa una posizione di controllo sulla media valle dell'Albegna, che è il corridoio naturale fra la costa, l'entroterra etrusco e il bacino del Tevere. In età etrusca l'area ricade nella parte settentrionale del territorio soggetto a Vulci, ai confini con il distretto di Volsinii.[9] I dirupi che circondano il masso di travertino lo rendevano difendibile su quasi tutto il perimetro, e la costruzione di mura fu limitata ai punti più esposti.[10]
Le fonti latine collocano la città nell'ager Caletranus, il territorio che prendeva nome da Caletra, centro di identificazione discussa e da alcuni riconosciuto in Marsiliana d'Albegna; secondo questa ricostruzione Saturnia sarebbe divenuta il principale abitato dell'ager nel corso del VI secolo a.C., dopo il declino di Marsiliana.[11]
Fra IV e III secolo a.C. il sito è inserito nella rete di insediamenti fortificati della valle, con Talamone, Doganella e Ghiaccio Forte, lungo l'asse che collegava Orvieto a Vulci.[12]
Le necropoli si dispongono su entrambe le rive del fiume: sul pianoro triangolare di Pian di Palma, alla destra dell'Albegna, i sepolcreti del Puntone, di Pratogrande, di Campo delle Caldane, del Casalino e dei Crostoli; sulla sinistra, più vicini all'abitato, quelli di Sede di Carlo, della Pancotta e degli Sterpeti.[13]
Storia delle ricerche
[modifica | modifica wikitesto]I viaggiatori che raggiunsero Saturnia dalla metà del Settecento furono attratti quasi solo dalle vestigia romane, al punto che Emanuele Repetti, in visita nel 1834, dichiarò di non avere riconosciuto nulla che appartenesse alla città etrusca.[14]
Le prime tracce preromane furono riconosciute da George Dennis, che nel 1844 esplorò le necropoli di Pian di Palma; le tombe megalitiche lo indussero però a ritenerle dolmen preistorici da attribuire ai Pelasgi menzionati da Dionigi di Alicarnasso. Le prime ricerche sistematiche si devono ad Angiolo Pasqui, che nel 1880 riconobbe come etruschi quei monumenti e pubblicò, con piante e disegni, una descrizione delle mura, delle porte, della viabilità e del Castellum Aquarum di Poggio Murella.[14]
Fra il 1895 e il 1903 operò nell'abitato e nelle necropoli il pittore e antiquario orvietano Riccardo Mancinelli. Il soprintendente Luigi Adriano Milani acquistò per il museo di Firenze i corredi di undici tombe, ma Mancinelli agiva a scopo di lucro e la maggior parte dei complessi fu dispersa sul mercato antiquario; fanno eccezione le suppellettili di cinque tombe, confluite nel museo universitario di Berkeley insieme ad alcune fotografie di corredi altrimenti irreperibili.[15] Altri materiali andarono ad accrescere la collezione dei conti Ciacci, esposta dal 1930 nel castello di Saturnia, acquistata dallo Stato nel 1978, trasferita al museo archeologico di Grosseto e tornata a Saturnia nel 2003.[10]
Dopo il recupero, nel 1927, del corredo di una tomba ellenistica al podere Valle Martina da parte di Ranuccio Bianchi Bandinelli, l'attività archeologica riprese solo nel 1979, con le ricognizioni topografiche condotte nella valle dell'Albegna dalle università di Pisa, Siena, Nantes, Cambridge e Londra e con gli scavi della Soprintendenza nella necropoli del Puntone e nell'area urbana.[16]
Proprio a questi scavi si deve, secondo chi li condusse, l'abbandono definitivo dell'interpretazione delle strutture affioranti a Pian di Palma come dolmen preistorici, proposta da Dennis e ripresa a lungo dall'erudizione locale; e con essa il venir meno dell'idea, fondata sulle sole fonti letterarie, di un'antichità del sito tanto remota da affondare le radici nel mito.[17]
Le fasi di occupazione del pianoro
[modifica | modifica wikitesto]La documentazione dell'area urbana è frammentaria: l'interro è ridotto, il banco di travertino non conserva buche di palo né canalizzazioni, e i materiali più antichi si trovano in un sottile strato di terra scura a contatto con la roccia, spesso asportato o inquinato dalle fasi successive.[18]
La fase meglio documentata fra quelle preurbane è quella del Bronzo finale, riferita alla cultura protovillanoviana e nettamente più consistente rispetto alle poche attestazioni del Bronzo medio, tardo e recente. Uno scavo condotto nel 1987 lungo via Mazzini ha restituito, accanto a materiale in giacitura secondaria, lembi di strati a contatto con la roccia con ceramica di una fase avanzata del Bronzo finale e frammenti di fornelli, che indicano un abitato stabile, esteso però non a tutto il pianoro; i confronti conducono agli abitati coevi del Fiora e dell'Albegna, primo fra tutti Poggio Buco.[19]
Alla fase protovillanoviana segue un abbandono di quasi due secoli. Manca del tutto il materiale dell'età del ferro, e i corredi più antichi del sepolcreto di Sede di Carlo non scendono al di sotto della fine dell'VIII secolo a.C., mentre nell'area urbana non è comparso alcun frammento di quella stessa fase: un'assenza che, per l'estensione raggiunta dalle indagini, non è più stata considerata casuale.[20]
In età orientalizzante il pianoro ha restituito soltanto pochi frammenti ceramici fluitati, mentre per l'età arcaica le testimonianze sono più diffuse ma quasi sempre in giacitura secondaria e molto frammentarie. Si tratta di bucchero nero e grigio, ceramica etrusco-corinzia, ceramica figulina, vasellame da cucina d'impasto e ceramica attica. Tracce così diluite non documentano un insediamento urbanizzato, ma piuttosto una serie di piccoli aggregati disseminati sull'altura, coerenti con i distinti nuclei di necropoli riconosciuti nel territorio circostante.[21]
Indizi di un insediamento stabile compaiono solo nel IV secolo a.C. Gli scavi nel settore occidentale del pianoro hanno restituito un piano pavimentale in blocchi squadrati di tufo, lungo il cui margine si allineano larghe basi cilindriche della stessa pietra: sostenevano colonne di legno, di una delle quali è rimasta l'impronta carbonizzata nello strato. La forte consunzione dei blocchi ha suggerito l'interpretazione come propileo o passaggio monumentale verso la parte centrale della città; è stata in seguito avanzata anche l'ipotesi di un'area sacra, sulla scorta del confronto con il pavimento di tufi rintracciato a Orvieto sotto la chiesa di Sant'Andrea.[22]
Alla presenza di edifici di culto rimandano anche un'antefissa nimbata, una tegola di gronda su cui si alternano palmette e fiori di loto, confrontabile con la coroplastica del tempio del Talamonaccio e riconducibile alla scuola orvietana, e un bronzetto votivo di offerente. Un altro saggio ha intercettato un'abitazione con muri in pietre appena sbozzate, affacciata su un asse viario inghiaiato e coperta da un crollo databile alla fine del IV secolo.[23]
Sopra il piano pavimentale si stendeva un livello uniforme di macerie, fitto di tegole annerite dal fuoco, databile su base archeologica fra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C. e riferito agli anni intorno al 280 a.C.; lo stesso strato è stato riconosciuto in più punti del pianoro. Le tipologie dei materiali che contiene coincidono con quelle degli strati di distruzione del vicino centro di Ghiaccio Forte, travolto nella stessa circostanza.[24]
Le necropoli
[modifica | modifica wikitesto]
Il nucleo più antico è il sepolcreto di Sede di Carlo, dove nel 1902 furono individuate diciassette tombe a pozzetto e a fossa, databili fra la fine dell'VIII secolo a.C. e il 675 circa. L'area occupata è ridotta, e se ne è dedotto che l'abitato avesse allora la consistenza di un villaggio. Nei pozzetti la cavità inferiore, scavata nel banco calcareo, è cilindrica e si restringe sul fondo per accogliere il cinerario, mentre in alto un vano quadrangolare a secco è sigillato da un lastrone di travertino; anche le fosse, del resto, potevano contenere un ossuario e non implicano dunque il rito inumatorio.[13]
Il tratto caratteristico dei corredi a incinerazione è l'ossuario d'impasto con coperchio sormontato da una sfera, interpretata come rappresentazione schematica di una testa umana e ispirata a modelli vulcenti. La tradizione dei coperchi antropoidi si interrompe con l'affermarsi dell'inumazione, già nel primo quarto del VII secolo, ma basta a stabilire un ponte con l'area chiusina, dove le prime manifestazioni canopiche sono di poco posteriori. All'area di Vulci rimandano anche le tazze di argilla depurata dipinte a motivi lineari, che imitano modelli euboico-cicladici, e quelle acrome ad anse pizzicate.[25]
Le tombe a camera, ipogee oppure costruite in superficie con grandi lastre di travertino, erano sormontate da tumuli su cui si collocavano cippi. Le più antiche sono del tipo seminfossato, attestato già in una fase avanzata dell'Orientalizzante antico alla Pancotta e diffuso in seguito nelle necropoli del Puntone e di Pratogrande, collegate all'abitato da una strada poi ricalcata dalla viabilità romana. Le ceramiche d'impasto ornate a lamelle metalliche, i bronzi e il carro qualificano invece i defunti come membri dell'aristocrazia.[26]
Lo scavo delle tombe A e B del Puntone ha permesso di datarne la costruzione al secondo quarto del VII secolo a.C. e di fissarne l'ultima utilizzazione in età etrusca alla prima metà del V. Da questo emerge una discrasia cronologica fra la frequentazione dell'abitato e l'uso delle necropoli: proprio quando l'area urbana comincia a restituire testimonianze continuative, l'uso delle antiche tombe a camera cessa. Le sepolture del Puntone sono state attribuite a un ceto di mezzi limitati, all'interno del quale le famiglie non mostrano scarti sensibili di ricchezza; da qui l'ipotesi che l'aristocrazia locale traesse le proprie risorse dalla terra.[27]
Verso la fine del VI secolo i corredi si fanno via via più poveri; segue un silenzio quasi totale delle testimonianze dalla metà del V fino al tardo IV secolo, quando tornano in uso sepolture già esistenti e altre ne vengono aperte nelle campagne.[28]
La conquista romana e la prefettura
[modifica | modifica wikitesto]
La conquista romana di Vulci nel 280 a.C. comportò confische e distruzioni nell'intero territorio circostante e segnò per Saturnia una cesura, documentata dallo strato di incendio che sigilla le strutture di età tardo-classica.[24] Nell'ambito della riorganizzazione del territorio vulcente, che vide nel 273 a.C. la deduzione della colonia di Cosa sulla costa, il controllo delle aree interne fu affidato a una forma indiretta, l'istituzione di una praefectura ricordata da Festo. La data è discussa: viene collocata verso il 280 a.C. oppure intorno alla metà del secolo.[29]
Che la comunità etrusca sopravvivesse alla sconfitta è indicato dal deposito votivo rinvenuto in giacitura secondaria fuori dalla porta di Fontebuia, ancora databile al III secolo a.C. e composto da ex voto di tradizione esclusivamente etrusca, riferibili a un santuario rurale legato a una divinità della salute e della fertilità. Nel periodo della prefettura la città sembra avere svolto un ruolo essenzialmente giuridico, amministrativo e religioso.[30]
Della cinta muraria in opera poligonale restano pochi tratti lungo il ciglio del pianoro, in gran parte inglobati nella cerchia senese del Quattrocento; il meglio conservato è presso la Porta Romana, dove il passaggio della via Clodia costituiva l'unico punto debole della rupe. Il paramento esterno è formato da grandi blocchi poligonali di travertino lavorati con cura, quello interno da blocchi lasciati grezzi, con un riempimento di scaglie e terra fra i due; nella trama esterna si aprono piccoli fori per lo scolo delle acque. Sul numero delle porte le ricostruzioni divergono: per Donati erano quattro le principali, collocate all'incirca alle estremità dei due assi maggiori, con una quinta apertura sul lato meridionale, e anche Miller ne conta quattro; per Rendini erano invece tre, tante quante quelle di Cosa, disposte sugli assi stradali preesistenti ai quali si adatterà anche il successivo impianto coloniale.[10][31]
La cronologia della cinta è controversa. Secondo una lettura le mura appartengono all'impianto coloniale del 183 a.C. e vanno classificate nella seconda maniera del Lugli; secondo un'altra si tratta invece di opera poligonale di terza maniera, da collocare nel III secolo a.C. e da riferire alla fase della prefettura, come parte di un progetto difensivo tirrenico unitario che comprende le cinte di Cosa, di Orbetello e di Pyrgi.[32]
La colonia del 183 a.C. e la centuriazione
[modifica | modifica wikitesto]Nel 183 a.C. fu dedotta a Saturnia una colonia di cittadini romani, nell'ager Caletranus, a opera dei triumviri Quinto Fabio Labeone, Gaio Afranio Stellione e Tiberio Sempronio Gracco; a ciascun colono furono assegnati dieci iugeri di terra.[33] Del primo assetto coloniale restano in città pochi resti fragili, intercettati a una certa profondità sotto l'attuale piazza principale: nel suo primo secolo di vita l'insediamento non sembra avere assunto un ruolo di particolare rilievo nel territorio.[34]
La divisione centuriale del territorio è stata riconosciuta grazie alle ricognizioni di superficie condotte nella valle dell'Albegna. Il cardo e il decumanus maximus sono orientati a 56 gradi, come a Cosa e a Heba: i tre sistemi rivelano un progetto comune di larga scala, e quelli di Heba e Saturnia derivano da quello di Cosa. La groma fu collocata dentro la città ma senza allineamento con l'impianto urbano, in un punto che offriva traguardi lunghi per i due assi; il modulo riconosciuto è di venti per venti actus.[35]
I lotti di dieci iugeri ricordati da Livio implicano che ogni centuria di duecento iugeri fosse divisa fra venti coloni, e il numero complessivo degli assegnatari è stato stimato attorno ai duemila. La distribuzione degli insediamenti mostra un contrasto marcato rispetto al cardo maximus: nelle venticinque centurie immediatamente a est della città si contano diciannove fattorie e una villa, in quelle corrispondenti a ovest sette ville e tre fattorie. Il contrasto è stato giudicato troppo netto per essere casuale.[36]
Dall'età sillana all'età imperiale
[modifica | modifica wikitesto]Durante la guerra civile fra Mario e Silla un distaccamento delle forze avverse a Silla fu sconfitto presso Saturnia.[37] Alla vicenda seguì una ristrutturazione radicale del pianoro: la depressione che ne incideva la parte centrale fu colmata e livellata per ospitare un impianto regolare orientato in senso nord-ovest/sud-est, articolato sul cardo, che ricalcava in parte la via Clodia, e sul decumanus maximus; l'incrocio dei due assi è stato individuato negli scavi della piazza principale. L'area urbanizzata occupava il solo settore occidentale, mentre quello orientale rimaneva a coltivi e pascoli, attraversato da un asse viario di orientamento diverso, ereditato dall'abitato etrusco fra la fine del IV e il III secolo.[38]
Nella parte centrale del pianoro sono ricostruibili quattro isolati rettangolari di 35 per 25 metri. Verso la porta di Fontebuia restano le strutture di una costruzione in pietra dei primi decenni del I secolo a.C., scandita da pilastri con colonna addossata e pavimentata in signinum: vi si è riconosciuto il portico di un magazzino o di un mercato coperto, oppure la sede di una funzione amministrativa; un pilastro angolare con due semicolonne doriche richiama l'architettura coeva del Tabularium. Fra il cardo e l'acropoli è emerso un piazzale lastricato di travertino identificato con il foro, e poco a nord dell'incrocio degli assi le strutture di un grande edificio pubblico, nel quale si è proposto di identificare la basilica porticata che un'iscrizione ricorda a proposito di un restauro.[39]
L'acqua veniva dai pozzi aperti nella roccia, da serbatoi interrati coperti a botte e da grandi riserve murate: il cosiddetto Bagno Secco, vasca quadrata di quindici metri di lato rivestita di cocciopesto che si apre sul settore orientale del decumano, e un complesso di due cavità rettangolari scavate nel travertino sotto l'ex casa Ximenes, provviste di volte in opera cementizia e di lucernari quadrati. Una rete fognaria correva parallela ai principali assi viari, e in alcuni tratti si riduce a canaline ricavate nel banco roccioso e chiuse superiormente da lastroni.[40] A tre chilometri e mezzo a nord, sulle pendici di Poggio Murella, si conservano i resti di una riserva idrica composta da tre cisterne, la maggiore delle quali misura 33,80 per 15,35 metri e raggiunge gli otto metri di altezza, per una capacità stimata di circa quattromila metri cubi; l'impianto, che si data entro la seconda metà del I secolo a.C., era rinforzato all'esterno da contrafforti e riceveva acqua da sorgenti situate più in alto; poco distante sorge un mausoleo a torre cilindrica; la destinazione del complesso resta incerta e l'area è stata anche interpretata come sede di un santuario delle acque.[41]
Nella piazza principale è stato inoltre intercettato un complesso termale articolato in frigidarium, tepidarium e calidarium, dove quest'ultimo ambiente conserva un mosaico a tema marino assegnato al II secolo d.C.[39]
La maggior parte della documentazione epigrafica si colloca fra la tarda repubblica e l'inizio dell'impero e testimonia una ripresa dopo le devastazioni della guerra civile; molte iscrizioni riportano la tribù Sabatina, alla quale la colonia era ascritta. L'onomastica mostra una componente etrusca vicina alla metà del totale e concentrata nelle famiglie più agiate: i Calvisii e i Varii sono le casate maggiori, e il solo duumvir noto per quella fase porta un gentilizio etrusco.[42]
La tarda antichità
[modifica | modifica wikitesto]La città figura come stazione della via Clodia sulla Tabula Peutingeriana ed è ricordata dall'Anonimo Ravennate e da Tolomeo, che la designa come colonia.[8] Sulla carta il suo nome è scritto senza il simbolo riservato ai centri di rango maggiore, a otto miglia dalla stazione precedente.[43]
Diversamente dalle vicine Cosa e Heba, che nell'ultimo quarto del III secolo d.C. cessano di dare segni di vita civica, Saturnia mostra una continuità sia nelle ville del territorio, occupate in maggioranza per tutto il III secolo e ben addentro al IV, sia nel ceto dirigente cittadino. Le epigrafi ricordano Gaio Didio Saturnino, primus pilus con una carriera militare assai lunga, nel corso della quale ottenne torques e armillae per la campagna partica sotto Lucio Vero e, sotto Marco Aurelio, la corona aurea civica e l'hasta pura d'argento per quella germanica; congedato, fu patrono della città e duumvir. Il suo congiunto Didio Silvestro, duumvir e questore del pubblico denaro, dispose due liberalità che figurano fra le ultime documentate nei municipi d'Italia. Un'altra base onora un duumvir quinquennalis che fu anche curator di un pagus del territorio. Questa relativa tenuta è stata messa in rapporto con la sopravvivenza di un contadinato libero, venuto invece meno nella bassa valle.[44]
In alcune necropoli di Pian di Palma le sepolture etrusche furono sporadicamente riaperte per accogliere deposizioni tarde con oggetti di accompagnamento modestissimi; in un tumulo si contarono una cinquantina di inumati deposti in file sovrapposte, con monete di età costantiniana, mentre una tomba a camera della necropoli Sterpeti ha restituito una moneta di Aureliano insieme a una di Costantino.[45] Nel settore occidentale del pianoro sono stati recuperati materiali databili al IV e al V secolo d.C.[39]
Galleria d'immagini
[modifica | modifica wikitesto]- Kylix attica a occhioni del Leafless Group, 500-490 a.C. circa, dalla necropoli degli Sterpeti
- Anfora vulcente del Gruppo Praxias, 480-450 a.C. circa, dalla necropoli degli Sterpeti
Note
[modifica | modifica wikitesto]Note esplicative
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ In latino l'espressione Saturnia tellus designa l'Italia (Virgilio, Georgiche, II, 173; Eneide, VIII, 329), e Varrone ricorda una città detta Saturnia sul Campidoglio (De lingua Latina, V, 42): non tutte le occorrenze antiche del nome riguardano dunque il centro maremmano.
- ↑ Ferri segnala anche che il Riccardiano, da lui giudicato il codice migliore, presenta in quel punto la forma urim.
- ↑ La restituzione di Urini fu proposta all'interno di un quadro sostratistico poi abbandonato, che riconduceva il toponimo a una supposta matrice "caspico-anatolica"; è stata però ripresa da Berrendonner e Munzi indipendentemente da quella cornice.
Note bibliografiche
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Rendini 2019, p. 197.
- ↑ Donati 2010, pp. 413-414; Rendini 2003b, pp. 138-139.
- ↑ Rendini 2003a, pp. 327-334.
- ↑ Ferri 1951, pp. 69-70.
- ↑ Donati 2010, pp. 410-411; Berrendonner e Munzi 1998, pp. 647-648.
- ↑ Ferri 1951, p. 69.
- ↑ Berrendonner e Munzi 1998, pp. 647-648, 656-657.
- 1 2 Donati 2010, p. 411.
- ↑ Rendini 2003b, pp. 133-134.
- 1 2 3 Donati 2010, p. 413.
- ↑ Miller 2001, p. 115; Donati 2010, p. 411.
- ↑ Rendini 2019, p. 192.
- 1 2 Donati 2010, p. 417.
- 1 2 Donati 2010, p. 412.
- ↑ Donati 2010, pp. 412-413.
- ↑ Donati 2010, p. 413; Michelucci 1982, pp. 52-53.
- ↑ Michelucci 1995, p. 113.
- ↑ Michelucci 1998, pp. 151-152.
- ↑ Michelucci 1995, pp. 109-113.
- ↑ Michelucci 1995, p. 113; Michelucci 1998, p. 152.
- ↑ Rendini 2003b, pp. 138-139.
- ↑ Michelucci 1982, pp. 33-34; Rendini 2003b, pp. 139-140.
- ↑ Rendini 2003b, pp. 140-141.
- 1 2 Michelucci 1982, pp. 34-35.
- ↑ Donati 2010, p. 418.
- ↑ Donati 2010, pp. 418-419.
- ↑ Michelucci 1982, pp. 52-53, 67-68.
- ↑ Donati 2010, p. 419.
- ↑ Donati 2010, p. 411; Rendini 2003a, pp. 327, 329.
- ↑ Rendini 2019, p. 201; Donati 2010, pp. 414-415.
- ↑ Miller 2001, p. 115; Rendini 2019, pp. 199-201.
- ↑ Michelucci 1982, p. 19; Rendini 2019, pp. 199-201.
- ↑ Livio, Ab Urbe condita, XXXIX, 55, 9.
- ↑ Rendini 2003a, pp. 331-332.
- ↑ Fentress 1996, pp. 80-81.
- ↑ Fentress 1996, pp. 81-83.
- ↑ Appiano, Guerre civili, I, 89.
- ↑ Rendini 2003a, pp. 332-334; Donati 2010, p. 415.
- 1 2 3 Donati 2010, p. 415.
- ↑ Donati 2010, pp. 415-416.
- ↑ Donati 2010, pp. 416-417.
- ↑ Donati 2010, pp. 411-412; Fentress 1996, pp. 89-90.
- ↑ Tabula Peutingeriana.
- ↑ Donati 2010, pp. 411-412; Fentress 1996, pp. 92-93.
- ↑ Donati 2010, pp. 412, 419.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- (FR) Clara Berrendonner e Massimiliano Munzi, La gens urinate, in Mélanges de l'École française de Rome. Antiquité, vol. 110, n. 2, 1998, pp. 647-662, DOI:10.3406/mefr.1998.2047.
- Luigi Donati, Saturnia, in Maria Ida Gulletta (a cura di), Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche. XVIII. Siti: San Cesario sul Panaro-Siccomonte, Pisa-Roma-Napoli, Scuola Normale Superiore, École française de Rome, Centre Jean Bérard, 2010, pp. 410-428.
- (EN) Elizabeth Fentress, Saturnia: figures in a centuriate landscape, in André Chastagnol, Ségolène Demougin e Claude Lepelley (a cura di), Splendidissima civitas. Études d'histoire romaine en hommage à François Jacques, Paris, 1996, pp. 79-99.
- Silvio Ferri, Esigenze archeologiche e ricostruzione del testo, in Studi Classici e Orientali, vol. 1, 1951, pp. 69-76.
- Maurizio Michelucci, Saturnia. Ricerche nell'area urbana e nella necropoli del Puntone, Pitigliano, 1982.
- Maurizio Michelucci, L'insediamento protovillanoviano di Saturnia, in Nuccia Negroni Catacchio (a cura di), Preistoria e protostoria in Etruria. Tipologia delle necropoli e rituali di deposizione. Ricerche e scavi, Milano, 1995, pp. 109-113.
- Maurizio Michelucci, Saturnia protostorica. Nuovi dati per una sintesi del problema, in Nuccia Negroni Catacchio (a cura di), Preistoria e protostoria in Etruria. Protovillanoviani e/o protoetruschi. Ricerche e scavi, Firenze, 1998, pp. 147-157.
- (DE) Martin Miller, Saturnia, in Der Neue Pauly. Enzyklopädie der Antike, vol. 11, Stuttgart, J. B. Metzler, 2001, p. 115.
- Paola Rendini, Un caso di romanizzazione: Saturnia e il territorio della media Valle dell'Albegna, in Cynthia Mascione e Andreina Patera (a cura di), Materiali per Populonia 2, Firenze, 2003, pp. 327-340.
- Paola Rendini, Saturnia: un territorio di frontiera tra Vulci e Volsinii, in Annali della Fondazione per il Museo Claudio Faina, vol. 10, 2003, pp. 133-152.
- (DE) Saturnia, su Tabula Peutingeriana. Kommentierte Datenbank, Katholische Universität Eichstätt-Ingolstadt.
- Paola Rendini, Le mura in opera poligonale di Saturnia: confronti e considerazioni, in Massimo Cardosa (a cura di), Le antiche mura "etrusche" di Orbetello. Atti della Tavola Rotonda, Arcidosso, Effigi, 2019, pp. 191-205.
Approfondimenti
[modifica | modifica wikitesto]- Luigi Donati, Le tombe da Saturnia nel Museo Archeologico di Firenze, Firenze, 1989.
- Adriano Maggiani, Nuovi etnici e toponimi etruschi, in Incontro di studi in memoria di Massimo Pallottino, 1999, pp. 47-61.
- Antonio Minto, Saturnia etrusca e romana, in Monumenti Antichi dei Lincei, vol. 30, 1925, pp. 585-702.
- Paola Rendini, L'urbanistica di Saturnia. Un aggiornamento, in Atlante tematico di topografia antica, vol. 7, 1998, pp. 97-118.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Altri progetti
[modifica | modifica wikitesto]
Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Saturnia

