«Quanto si conosce della città romana è l’esito di scoperte casuali, di ricerche occasionate da espansione e aggiornamento del tessuto edilizio moderno, di indagini programmate in contesti archeologici di età più recente», scrive Elio De Magistris; e poi ancora: «nella Salerno contemporanea è pressoché impossibile leggere il tessuto urbano e monumentale della città romana, quasi integralmente obliterato da eventi naturali – in alcuni casi catastrofici – e da interventi antropici che hanno modificato la morfologia dei luoghi», scrive Fausto Longo. «La Salerno medioevale è riposta nel suo centro storico, ininterrotta stratificazione architettonica su cui si fondano mito e memoria della città. Nelle diacronie e sincronie di un palinsesto urbanistico, la città antica emerge a fatica; quasi nulle le indagini programmate e finalizzate alla conoscenza delle fasi premedievali e medievali e quanto noto è stato per lo più determinato da interventi di emergenza e di archeologia preventiva, da studi di topografia urbana e da lavori legati al restauro di edifici o ancora, desunto da analisi storico-critiche di controversie giudiziarie», scrive Rosa Fiorillo (Opulenta Salernum, Gangemi, 2020).









Nel mio primo intervento Salerno nel medioevo riporto gli studi e le elaborazioni di Antonietta Finella secondo l’approccio del prof. Enrico Guidoni dell’Università La Sapienza di Roma circa le ipotesi paesaggistiche (allineamenti visivi e i punti di vista privilegiati) e le forme islamiche (componente islamica del tessuto storico salernitano). Entrambi gli studi storici, di Finella e Dell’Acqua rammentano la difficoltà oggettiva di studiare una città come Salerno per l’assenza di documenti storici. Dell’Acqua ricorda che «la città di Salerno non avrà una pianta topografica fino al XIX secolo (1870), e fino ad allora sarà rappresentata da un’immagine simbolica, prospettica e non planimetrica» e questa difficoltà ha reso complicato la ricostruzione storica della forma urbana a partire dalla fondazione, poi la sua crescita, l’evoluzione (e la demolizione) delle sue mura e la stratificazione di tutte le trasformazioni edilizie e urbane.
L’approccio di Guidoni è diverso da quello di Dell’Acqua (Univ. Federico II di Napoli) poiché si spinge verso ipotesi interpretative più aperte e possibiliste, mentre il testo dell’architetto salernitano è ascrivibile agli studi tipologici della scuola muratoriana (di Saverio Muratori) e di Caniggia e Maffei (già allievi ed eredi di Muratori), ricercando e sovrapponendo le tracce romane alla città moderna, che ha cancellato quelle stesse tracce. Finella e Guidoni non negano le evidenze storiche romane della Salerno medioevale ma suggeriscono di guardare diversamente la complessità del centro storico.
Le Torri di Guaiferio. Salernum: strutture dello spazio antropico dell’arch. Mario Dell’Acqua è uno straordinario contributo architettonico e urbanistico che mancava alla nostra comunità, poiché come ricorda lo stesso autore era necessario affrontare uno studio lungo per restituire oggi un contributo fondamentale che aiuta la comprensione e la conoscenza del tessuto urbano salernitano e la sua trasformazione avvenuta nel corso dei secoli passati. Il prezioso documento è un’attenta analisi storica che consentirà di conservare meglio la città di Salerno nella sua forma urbana e nelle sue tipologie edilizie: l’insula, la domus, le case a corte medievali, le torri di Guaiferio lungo il Ripa Maior costone che interrompe il pendio della collina, e gli esempi di unità monocellulari a schiera, così come documenta lo studio di Dell’Acqua. La tesi qui proposta è che la fondazione romana non fu realizzata secondo gli orientamenti celesti e riti fondativi ma dalle direttrici fondamentali dell’area disponibile: via Duomo è il cardo e via dei Mercanti il decumano, ed è largamente condivisa l’ipotesi che la città romana sia sepolta sotto quella medioevale, che riaffiora in numerosi brani del centro, mentre quella moderna ha distrutto numerose testimonianze storiche. Le preesistenze antiche degli edifici pubblici caratterizzano l’abitato salernitano, l’edilizia specialistica antica (edifici per lo spettacolo), e non solo il notissimo palazzo Fruscione, San Pietro a Corte, ma la Drapparia dal disegno irregolare e un teatro (teatrum lapideum) “nascosto” nel sottosuolo lungo via dei Mercanti non leggibile da scavi archeologici ma dal dato topografico, queste tracce in continua trasformazione caratterizzano l’epoca medioevale. La forma quadrangolare del Monastero di San Giorgio dovrebbe corrispondere all’area del porticus, poi il sacrum palatium, mentre piazza del Plebiscito dovrebbe individuare l’anfiteatro. Un significativo mutamento della forma urbana si ebbe all’inizio dell’Ottocento (decennio francese 1806-1815) con la ripresa dei lavori della via marina, un programma di demolizioni di taluni edifici ed una parte delle mura, la soppressione degli Ordini religiosi e l’acquisizione di immobili che cambiarono destinazione d’uso (uffici pubblici e militari). Il testo, elencando e rappresentando in ordine cronologico le trasformazioni urbanistiche ed architettoniche, restituisce una corretta identità di Salerno.
L’autore ricorda l’esperienza e le difficoltà nel recuperare il centro storico salernitano attraverso lo strumento culturale delle matrici tipologiche dei tessuti edilizi ed il riconoscimento degli impianti pianificati, ed oggi l’arch. Dell’Acqua ed i suoli colleghi restituiscono alla città uno strumento conoscitivo indispensabile: l’intero perimetro del centro storico con i piani terra di tutti gli edifici, i portici, le scale, i vuoti dei giardini e degli orti. La carta rappresenta efficacemente la forma urbana e gli spazi pubblici.

E’ interessante mettere a confronto le due rappresentazioni, una di Finella e l’altra di Dell’Acqua:


Gli studi di Finella e Dell’Acqua contribuiscono entrambi a leggere e interpretare correttamente il centro storico salernitano, fondato in epoca romana, raggiunge l’apice politico nel periodo medioevale longobardo e normanno. L’aggregato degli edifici è stato costruito nel corso dei secoli adattandosi alla complessa orografia del territorio assumendo una forma del tutto originale che non rientra negli schemi classici greci-romani. A causa della fragilità del territorio e degli eventi calamitosi le tracce romane sono state sepolte e gli edifici dell’età moderna sono stati costruiti sopra quelli romani e medioevali. Salerno, come la maggioranza delle città antiche europee, è costruita a “strati”, ed ulteriori indagini archeologiche potrebbero far riaffiorare tracce dell’impianto romano, di cui ne abbiamo testimonianza diffusa nel riuso delle colonne in tutto il centro storico, nella Cattedrale Santa Maria degli Angeli, San Matteo e San Gregorio VII, e nei vicoli.
Nel 1754, anno in cui giunse a compimento il catasto onciario, Salerno era una città di circa 12.850 abitanti comprendendo anche i suoi casali (Rufoli, Brignano, Ogliara, Sordina, Pastorano, Giovi, Pastina, Capezzano, Pellezzano, Capriglia, Casabarone, Cologna e Coperchia), soltanto poco più della metà, 6.700 abitanti, viveva nel centro storico, inteso come lo spazio compreso entro le mura (fonte Giuseppe Maria Galanti). Nel censimento del 1810 Salerno aveva 14.692 abitanti, mentre crebbe fino ai quasi 20.000 abitanti nel 1856 senza il casale di Pellezzano (insieme a Coperchia, Capriglia, Cologna e Casabarone) che divenne comune autonomo nel 1820.